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    Ulijana Gazidede è nata in Albania e risiede in Italia da oltre trent’anni anni. Naturalizzata italiana, di professione avvocata, si occupa di difendere i diritti dei migranti in tutti i tribunali d’Italia. In questi giorni in cui l’Albania è sotto i riflettori per la cosiddetta “rivoluzione dei fenicotteri”, dialogare con lei sul rapporto fra Italia e Albania è tanto più interessante. L’intervista che segue, iniziata prima che scoppiassero le proteste e proseguita durante, può essere confrontata con l’articolo di approfondimento sulle attuali proteste “Dall’Italia non è semplice comprendere le proteste in Albania” di Alice Luta, per saggiare similitudini e differenze di punti di vista.

    L’intervista a Ulijana Gazidede è parte di una rubrica di interviste curate da Asmae Dachan a personalità con storie di migrazione in Italia. Leggi gli articoli di Asmae Dachan qui.


    Ulijana, come presenterebbe la terra delle sue origini al mondo? 

    Beh, l’Albania è un paese molto bello, accogliente, con gente perbene, molto umile, accogliente, che apre la porta, che anche se ha poco, ama condividerlo. C’è anche un detto, “Quando bussano alla nostra porta, apriamo e diciamo benvenuti”, come a dire che “alla nostra tavola, anche se c’è solo pane e sale, siete i benvenuti”. Il popolo è fiero, è attaccato alle sue radici, alle sue tradizioni, è molto tollerante con le altre culture e le altre nazionalità. Non ha veri e propri pregiudizi. Avendo subito il comunismo per tanti anni, ha imparato a soffrire in silenzio, a non essere critico a priori. Possiamo dire che l’albanese, in generale, ha un carattere ben definito, il sangue caldo, però è disposto ad accettare, in modo a volte anche molto sommesso, quello che gli altri gli dicono, specie quando non si trova nel suo Paese, in particolare nei confronti degli italiani.   

    Perché?

    Tra gli albanesi c’è un amore viscerale per tutto ciò che è italiano. Anche senza una conoscenza personale pregressa, gli italiani sono considerati a prescindere persone affidabili e vengono accolti a braccia aperte, come se fossero di casa.  Ci sono ragioni storiche. Innanzitutto, perché gli albanesi, a partire dal 1400, hanno fatto le prime migrazioni verso l’Italia. Già all’epoca di Skanderbeg (Giorgio Castriota, detto Skanderbeg, è stato un principe e generale albanese che ha guidato i suoi connazionali alla ribellione contro l’occupazione dell’Albania da parte dei turco-ottomani, ndr) ci fu la prima emigrazione di massa verso l’Italia, dove in tanti furono accolti, dando vita alle prime comunità di arbëreshë (albanesi d’Italia).

    Durante la Seconda guerra mondiale l’Albania divenne protettorato italiano; c’era il re d’Italia e d’Albania, con grande vanto ovviamente, tanto che ancora oggi in Albania si vede tutto quello che gli italiani hanno costruito all’epoca. La città di Durazzo ha tutto il boulevard in stile neoclassico, mentre ci sono monumenti palesemente in stile fascista; anche a Tirana ciò è visibile, specialmente le sedi dei vari ministeri. C’è un’impronta chiara, evidente, del lavoro che hanno fatto gli italiani. Va ricordato che, durante l’occupazione, al contrario dei nazisti, gli italiani furono generalmente ben accolti; non vennero mai visti come invasori. Il popolo albanese ha salvato soldati italiani. Ho un ricordo legato a mio nonno, che faceva il cuoco; considerata la sua professione, i nazisti non gli fecero la perquisizione a casa e nel suo sottoscala ha potuto così salvare la vita a tre soldati napoletani. Grazie a loro ha poi imparato come cucinare all’italiana; c’è stato un interscambio culturale, culinario. All’epoca c’erano i piccoli balilla. Mio padre, che è del 1930, ha partecipato egli stesso alla formazione. Durante il protettorato italiano c’erano le suore che portavano i bambini albanesi a San Benedetto del Tronto per trasformarli in balilla. Quindi, per una ragione o per l’altra, c’è stato un interscambio con l’Italia in varie epoche, fino alla chiusura totale, con la definitiva interruzione dei rapporti. 

    Arriviamo, così, al 1991, alla Vlora, al grande esodo. I più giovani forse questa storia hanno bisogno di sentirsela raccontare. 

    Sì, questa è una storia a tratti commovente, a tratti scioccante. Quando sono venuta in Italia avevo diciotto anni, subito dopo aver finito il liceo. Fino a un certo momento eravamo tutti seduti sui banchi di scuola, poi mi sono trovata in aula con un solo compagno. All’improvviso la gente era come impazzita, prendevano d’assalto il porto di Durazzo, l’unico dove attraccavano navi mercantili. Fu presa d’assalto la Vlora, che arrivava dal porto di Brindisi, mentre molte persone si rifugiavano nelle ambasciate a Tirana. A scatenare il panico e l’esodo fu un discorso di Ramiz Alìa (fedelissimo e successore del dittatore Enver Hoxha, ndr), che dichiarò che il Paese era in bancarotta, che non c’era più da mangiare per nessuno e che tutti erano liberi. Era un momento di transizione politica molto difficile, dove le proteste dei giovani universitari ebbero un’eco importante.

    Che cosa ricorda di quei giorni?

    Ho immagini nitide di quell’epoca. Un momento spartiacque è stato sicuramente l’abbattimento della statua del dittatore Enver Hoxha, in piena piazza Skanderbeg, proprio per mano degli studenti, che hanno dato vita a una vera e propria rivoluzione che si è trasformata a tratti in guerra civile. Non potrò mai dimenticare che le strade delle nostre città sono state invase dai mezzi militari, né le immagini delle persone inermi a cui veniva sparato perché facevano manifestazioni. In Albania all’epoca era vietato dimostrare per strada il proprio dissenso e quelli furono momenti terribili. L’esodo di massa iniziò con i primi voli di Stato che furono fatti per portare via la gente che si era ammassata nelle ambasciate.

    La gente era terrorizzata, non voleva uscire da quelle sedi e chiedeva solo di partire per l’estero, e gli Stati hanno organizzato voli dedicati, ma questo ha incoraggiato sempre più persone a scavalcare le recinsioni e invadere le sedi diplomatiche, che a un certo punto hanno chiuso. Fu in quel momento che, presi dalla fame e dalla disperazione, molti albanesi sono corsi in massa verso il porto di Durazzo. Alcuni arrivavano scalzi, emaciati, e si arrampicavano per prendere un posto su quella famosa nave, senza sapere dove fosse diretta e se sarebbe partita. Le mamme piangevano disperate, spaventate per i propri figli che da giorni non mangiavano. Persino il tempo piangeva.

    Era una specie di lutto collettivo tra le persone ammassate sulle navi, con una grande paura dell’ignoto. La voglia di libertà, di fuggire da un posto dove si moriva, aveva creato una situazione surreale, che non riesco davvero a descrivere a parole. Ero una liceale e ricordo tutto con dolore, quel ricordo mi torna spesso in mente. Pioveva, come se anche il cielo piangesse.

    C’è indubbiamente una connessione tra la scelta di diventare una donna di legge, un’avvocata per i diritti dei migranti e quella giornata grigia, dove anche il cielo piangeva.

    Penso che tutto il mio percorso di vita sia effettivamente stato segnato da quelle scene, e credo in modo profondo nelle scelte che ho intrapreso. Decisi che mi sarei dedicata alla Legge, che sarei andata a studiare giurisprudenza a Tirana, ma, nonostante il regime fosse caduto, c’era ancora il sistema del numero chiuso, che non era solo legato al merito ma anche al partito, ai legami personali. Da figlia di un uomo che aveva combattuto il regime, proveniente da una famiglia di oppositori che hanno conosciuto la carcerazione, che sono stati internati per motivi religiosi – mio nonno faceva l’imam del paese – avevo le porte sbarrate. I miei zii erano tutti laureati, professori universitari, chi di Matematica, chi Filosofia e chi studiava le lingue, dal persiano, all’arabo; gente acculturata che si opponeva al regime. Uno degli zii è morto in carcere per difendere le proprie idee, la sua libertà. Ero quindi consapevole di non avere alcuna speranza di poter frequentare Giurisprudenza. L’unica opzione era iscrivermi per corrispondenza a qualche facoltà, ma non era assolutamente quello che desideravo. Il bisogno di giustizia cresceva dentro di me, così ho chiesto ai miei genitori un sacrificio e ho comunicato loro che desideravo andare a studiare in Italia. Già al liceo studiavo la lingua italiana, la parlavo molto bene. 

    Così è iniziata la sua nuova vita in Puglia.

    Nel 1995 una signora italiana mi fece da garante, versando cinque milioni delle vecchie lire per iscrivermi all’Università di Bari. Senza quell’aiuto, non avrei avuto il visto. Ho restituito con gratitudine quella somma. All’inizio è stata dura, mi sentivo sola, lavoravo e studiavo contemporaneamente e con molto sacrificio sono riuscita in tre anni e mezzo a finire gli esami e laurearmi. Nella mia tesi mettevo a confronto il diritto della famiglia nella Costituzione italiana e quello albanese. Il professor Gaetano D’Ammacco mi diede lo spunto di occuparmi del diritto dell’immigrazione, sapendo che avrei voluto fare l’avvocato. Fu un suggerimento importante; fino a quel momento avevo fatto sempre molta attenzione a dire che ero albanese.

    Erano anni difficili e dire a Bari che si era albanesi equivaleva a essere esclusi, denigrati; alcuni avevano atteggiamenti fortemente razzisti, anche all’università. C’erano persone che non ti si sedavano accanto al solo sospetto che potevi essere albanese. Avendo i tratti somatici di una donna slava o dell’Europa del nord, e parlando bene italiano, nessuno intuiva che potessi essere albanese, ma quando poi raccontavo quali erano le mie origini, molti si allontanavano e io ne ho sofferto molto.

    Avvertivi una forma di discriminazione nello sguardo altrui? 

    Certo, lo avvertivo anche quando davo il mio libretto, quando mi chiamavano, persino alcuni professori. Una volta una docente, scoperte le mie origini, mi ha rimproverato davanti a tutti dicendo che i miei connazionali le avevano rubato l’auto e poi ha elencato fatti di cronaca di cui i giornali erano pieni. In quegli anni i titoli dei giornali a Bari, ma posso dire anche in tutta Italia, non erano tanto carini nei confronti degli albanesi; venivamo sbattuti in prima pagina sempre con titoli offensivi. Bastava che una persona delinquesse perché tutta la comunità venisse offesa, insultata.

    Tutti noi che invece ci impegnavamo duramente, rispettando le regole, restando ligi al dovere, non facevamo notizia, anzi. Ricordo che a casa mia arrivavano telefonate ogni volta che un albanese commetteva un reato. “Hai sentito quello che ha fatto?” Io chiedevo perché chiamassero me, cosa c’entrassi io. Questa cosa mi faceva specie. Ho dovuto cambiare anche diverse comitive, perché spesso capitava che qualcuno iniziasse senza un perché a elencare le malefatte di qualche straniero raccontate dai giornali e io non lo sopportavo. Era veramente uno stillicidio quotidiano.

    Poi, per fortuna, le cose sono cambiate. Potrei dire che negli ultimi anni c’è stato un cambiamento importante del racconto degli albanesi e dell’Albania; adesso la gente ci va a fare le vacanze, hanno scoperto che è un Paese meraviglioso, mi chiedono consigli, cosa vedere, dove andare a mangiare.

    Secondo lei, che cosa ha determinato questo nuovo atteggiamento?

    Perché gli anni sono passati, e non invano. C’è stato anche un cambiamento effettivo in Albania, un boom economico e non solo, che ha portato progressivamente a un racconto diverso. Oggi capita spesso di ascoltare persone che sono state in Albania per turismo e se ne sono innamorate, hanno toccato con mano la realtà di un popolo accogliente, solare e di un Paese che ha sì sofferto, ma non ha mai perso la sua bellezza e la sua generosità. Ma è anche e soprattutto perché tanti albanesi naturalizzati italiani sono diventati medici, avvocati, magistrati, professionisti di alto livello. Negli anni questa nostra generazione, che ha patito tanto, ma ha fatto un percorso costruttivo, di vera cittadinanza attiva, è diventata un esempio che ha cambiato lo sguardo, la narrazione.

    Oggi l’Albania è nuovamente protagonista rispetto al tema delle migrazioni, in particolare per l’apertura dei cosiddetti centri per il rimpatrio. Come avvocato che difende i diritti dei migranti, come vive questa realtà? 

    Ho iniziato a documentarmi subito su questo accordo tra lo Stato italiano e quello albanese, e mi pare davvero un’idea malsana, in nome del “vil denaro”. Perché è tutto dovuto a questo. Gjadër è un posto dove gli albanesi stessi non andavano perché era una zona militare, un posto effettivamente inaccessibile e renderlo ancora più estraneo al Paese, consegnandolo nelle mani di un altro Stato, è folle. Gjadër adesso è territorio italiano; è come se fosse un pezzo dell’Italia all’interno dell’Albania. Questo perché, giuridicamente, per poter poi processare le persone e detenerle bisognava necessariamente fare un accordo di questa natura, dove Gjadër diventasse competenza esclusiva dello Stato Italiano giuridicamente e processualmente. Tant’è vero che i procedimenti vengono svolti in Italia, non vengono svolti in Albania. Tutte le udienze sono celebrate in Camera di Consiglio sui portali telematici, esclusivamente con la Corte d’Appello di Roma, che è l’unica Corte competente a giudicare i richiedenti asilo, che vengono letteralmente deportati dall’Italia in modo arbitrario.

    Lavorando su diversi casi abbiamo scoperto che spesso vengono portate in Albania persone che in realtà hanno problemi amministrativi, non penali, che non sono pregiudicate come invece si dice, e non vengono nemmeno sottoposte alla valutazione psicofisica che andrebbe fatta prima di introdurre un soggetto in trattenimento ed espellerlo.

    Quindi hanno portato lì persone con patologie psichiche o psichiatriche, e gente con condizioni di salute gravi, che non possono assolutamente essere curate, in barba alla legge. Ma in Italia, per fortuna, la Legge ha un valore e c’è chi la fa rispettare. Siamo arrivati al punto che ciò che non ha fatto il governo, lo ha fatto la magistratura e per fortuna, mi vien da dire, che ci sono i giudici a Roma. 

    Questi accordi, tra l’altro, colpiscono i cittadini albanesi stessi.

    Sì, c’è anche questa assurdità. Che uno Stato come l’Albania, i cui cittadini sono ancora extracomunitari, si presti a far privare la libertà i suoi stessi cittadini per irregolarità amministrative, sottoponendoli al trattenimento nei CPR, per me è veramente una cosa fuori dal normale, oltre ogni grazia di Dio umanamente parlando e oltre ogni norma di decenza umana.

    Mi sarei aspettata che le autorità albanesi, che hanno partorito questo accordo con le autorità italiane, tutelassero almeno i propri concittadini, escludendoli da questi meccanismi. Oggi abbiamo gente a cui semplicemente scade il passaporto, che non ha mai commesso reati, ma viene portata al CPR.

    Ora che hanno tolto la possibilità di mettere il timbro sul passaporto, come si fa a dimostrare di essere legalmente sul territorio italiano? Questa è l’ennesima stortura del sistema. Lo Stato albanese si è prestato a un accordo contro il suo popolo; per l’ennesima volta le scelte del governo albanese si rivelano anti-albanesi, anti-popolo, antidemocratiche. Non capisco perché.  

    Torniamo agli aspetti più belli del racconto sull’Albania. Oggi conosciamo diversi artisti di origine albanese, che cantano e scrivono in italiano. 

    Il contributo degli intellettuali in questo senso è molto importante. Oltre alle categorie professionali che sono state citate prima, anche chi porta attraverso la sua musica, la danza, la letteratura uno spaccato del proprio Paese e lo racconta in italiano, contribuisce a un cambio di attitudine importante. Apprezzo questi artisti, ma, personalmente, ho nel cuore artisti, per così dire, classici, come Ismail Qadareh, un uomo di grande coraggio, che anche durante il regime scriveva testi meravigliosi, usando simbolismi, sfuggendo alla censura e all’ideologia comunista.

    Si tratta di un noto poeta, i cui libri sono stati tradotti anche in italiano e che aiutano a comprendere come è cambiata l’Albania, com’era durante il regime. Quello che per me lo distingue è che è stato poeta in un periodo in cui era veramente difficile emergere, scrivere ed essere così raffinato nel racconto senza farsi scoprire nell’esprimere il proprio pensiero e il proprio giudizio. Sono legata anche a figure come Gjergj Fishta che scriveva racconti che fanno comprendere la vera Albania, la tradizione, la cultura, la lingua, l’importanza della nostra resistenza civile portata avanti da artisti di grande valore, prima e durante il regime, gente che non ha esitato a dare la propria vita per i propri ideali.

    Cosa pensa delle mobilitazioni delle ultime settimane nel suo Paese?

    Negli ultimi giorni, in Albania, l’attenzione pubblica è concentrata su due questioni centrali: le accese proteste ambientaliste contro il grande progetto turistico legato alla società del genero di Donald Trump, Jared Kushner, e il dibattito politico sul controverso accordo con l’Italia per la gestione dei migranti, di cui abbiamo parlato poc’anzi. Le proteste contro il mega‑resort di Kushner hanno visto migliaia di manifestanti scendere in piazza a Tirana contro il progetto della società Affinity Partners di Jared Kushner e la laguna di Vjosa‑Narta, considerate ecosistemi unici e vulnerabili. Il piano prevede la costruzione di strutture di lusso nell’area protetta di Vjosa‑Narta — la cosiddetta “protesta dei fenicotteri” — e sull’isola di Sasan. I manifestanti accusano il primo ministro Edi Rama di speculazione immobiliare a danno dell’ambiente e di alcune aree protette, mentre il governo sostiene che il progetto non sia ancora stato approvato.

    Meno sotto i riflettori, anche il futuro dell’accordo con l’Italia sui migranti è oggi al centro di una mobilitazione senza precedenti. Il protocollo firmato con il governo Meloni, che prevede la gestione dei richiedenti asilo nei centri di Gjadër e Shëngjin, è al centro di un acceso confronto politico. Le dichiarazioni di alcuni funzionari di Tirana sul possibile mancato rinnovo dell’intesa oltre il 2030 — in vista della futura adesione all’UE — hanno provocato tensioni diplomatiche, poi rientrate dopo le rassicurazioni del premier albanese. I manifestanti chiedono trasparenza e fine della corruzione, denunciando una gestione del territorio che favorirebbe investitori stranieri e grandi capitali a scapito dei cittadini.   Le proteste hanno spinto anche la Commissione Europea a intervenire, chiedendo all’Albania di allinearsi alle normative ambientali dell’Unione. Oggi, l’Albania appare più unita che negli ultimi trentacinque anni. Il popolo è stanco di essere privato di tutto: della sanità, dei beni essenziali, della proprietà privata, dell’ambiente. Non sopporta più soprusi, corruzione dilagante, mancanza di prospettive, una narrazione filogovernativa distante dalla realtà, la progressiva erosione dei diritti fondamentali. Gli albanesi sembrano essersi finalmente risvegliati dal torpore. Da ogni parte del mondo stanno tornando a Tirana per unirsi alle manifestazioni e gridare: “Rama dimettiti! Rama vattene! Rama in galera!”.


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