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    La squadra iraniana ha seriamente rischiato di essere la prima nella Storia a partecipare alla competizione mentre viene bombardata dal paese ospitante. L’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti raggiunto nelle scorse ore farà sì, forse, che le venga risparmiato questo triste primato. Tant’è: poco più di tre mesi fa, alla fine di febbraio, gli Stati Uniti attaccavano l’Iran e adesso accolgono ben tre partite della sua selezione nazionale.

    La selezione di Teheran debutterà contro la Nuova Zelanda nella notte italiana tra lunedì 15 giugno e martedì 16 giugno, ma ventiquattr’ore prima ha già compiuto un’impresa: mettere piede sul suolo statunitense, una cosa che fino a quel momento sembrava tutt’altro che scontata.

    Nel clima di questi ultimi mesi, la partecipazione dell’Iran al Mondiale è stata infatti a lungo in dubbio. Fino al 5 giugno, nessun membro della delegazione aveva ancora ricevuto il visto d’ingresso negli USA: attualmente tutti i giocatori possono entrare nel paese, ma quasi una decina di componenti dello staff ne sono stati esclusi. Tra di essi c’è anche Mehdi Taj, il presidente della FFIRI, la Federcalcio dell’Iran.

    I dubbi riguardo alla sua presenza al Mondiale circolavano da tempo: nel dicembre 2025 gli era già stato negato il visto dagli USA, quando avrebbe dovuto partecipare al sorteggio dei gironi dei Mondiali a Washington. Lo scorso aprile, anche il Canada gli aveva vietato l’ingresso, impedendogli di prendere parte al Congresso della FIFA a Vancouver. Come molti membri della FFIRI, Taj ha fatto parte delle Guardie della Rivoluzione, che dal 2019 sono catalogate come un’organizzazione terroristica da diversi paesi, compresi Stati Uniti e Canada.

    In questi ultimi giorni prima del calcio d’inizio del Mondiale, il caso dei visti per gli Stati Uniti ha generato diverse polemiche, in particolare riguardo il caso clamoroso dell’arbitro somalo Omar Artan, designato dalla FIFA per dirigere alcune partite del torneo ma respinto alla frontiera dalle autorità statunitensi. Ma quanto è avvenuto finora nei confronti dell’Iran ha una gravità e un’eccezionalità anche maggiori.

    Il caso Iran

    L’Iran è stata una delle prime squadre a ottenere la qualificazione al Mondiale, già a marzo 2025, e dallo scorso dicembre si sa che avrebbe dovuto giocare le tre partite del suo girone negli Stati Uniti (le prime due a Los Angeles, la terza a Seattle). Nonostante questo, nelle ultime settimane la presenza della squadra è stata fortemente in discussione, e a maggio la Federcalcio iraniana ha deciso, in accordo con la FIFA e il Messico, di trasferire la propria sede durante il Mondiale da Tucson, in Arizona, a Tijuana.

    L’arrivo a Tijuana dei giocatori iraniani. Fonte: FIFA

    La squadra iraniana soggiorna dunque in Messico, spostandosi negli Stati Uniti il giorno prima di ogni partita, per effettuare un allenamento sul campo in cui dovrà poi giocare e per prendere parte alla consueta conferenza stampa pre-gara. Gli iraniani dormiranno sul posto e rientreranno a Tijuana subito dopo ogni partita. Una situazione non ottimale, e che non può che sollevare un dibattito sull’equità della competizione.

    In termini sportivi, l’Iran insegue un risultato storico: la prima qualificazione della sua storia alla fase a eliminazione diretta del Mondiale. Per superare il girone (che vede come avversari Belgio, Egitto e Nuova Zelanda), basta arrivare secondi o risultare tra le migliori terze: un risultato teoricamente alla portata della squadra iraniana, che può vantare giocatori di buona qualità ed esperienza internazionale. In particolare, l’attaccante Mehdi Taremi, che gioca in Grecia con l’Olympiakos ma ha anche vestito le maglie del Porto e dell’Inter. Il contesto che ha accompagnato al Mondiale la selezione dell’Iran, però, non è stato certo dei più agevoli.

    17 dei 26 convocati dall’allenatore Amir Ghalenoei giocano nel campionato nazionale, che è stato interrotto all’inizio di marzo a causa dei bombardamenti di Stati Uniti e Israele. Questi giocatori hanno continuato ad allenarsi, ma non hanno praticamente più giocato nessuna vera partita, e questo potrebbe influire sulle loro prestazioni atletiche. Negli ultimi tre mesi, l’Iran ha giocato solamente quattro amichevoli: contro Nigeria e Costa Rica a marzo, e contro Gambia e Mali tra maggio e giugno.

    Le ultime due, però, sono state un ripiego dell’ultimo momento: l’Iran avrebbe dovuto giocare negli Stati Uniti contro Macedonia del Nord e Angola, ma entrambe le avversarie si sono ritirate a fine aprile. In più, gli ostacoli posti dagli USA sulla concessione dei visti hanno reso impossibile organizzare nuove amichevoli sul suolo americano, creando ulteriori problemi logistici all’Iran. Le partite contro Gambia e Mali si sono dunque tenute ad Antalya, in Turchia, dove gli iraniani hanno svolto la preparazione pre-Mondiale. Una volta arrivati in America, avrebbero dovuto giocare ancora un’ultima amichevole contro Porto Rico, che ha però rinunciato a metà maggio. La partita era stata riprogrammata per l’inizio di giugno contro Grenada, che a sua volta si è tirato indietro, dopo non essere riuscito ad assemblare una squadra in tempo.

    Un Mondiale pieno di ostacoli

    L’Iran si presenta quindi al Mondiale con una preparazione scarna, conseguenza indiretta della guerra iniziata dagli Stati Uniti. La selezione non potrà neppure fare affidamento sui propri tifosi, visto che inspiegabilmente la FIFA ha revocato alla Federcalcio di Teheran i biglietti che le spettavano da regolamento. Ogni federazione partecipante al Mondiale ha infatti diritto a una quota di biglietti per partita pari all’8% della capienza dello stadio, da distribuire ai propri tifosi. Il 9 giugno, però, la FFIRI ha comunicato che questi biglietti per tutte e tre le partite del girone erano annullati.

    Almeno a Los Angeles, l’Iran potrà contare sulla comunità della diaspora locale, una delle più nutrite al mondo. Il rapporto degli espatriati con la squadra di calcio è però storicamente controverso: sono tendenzialmente ostili alla Repubblica Islamica, ma allo stesso tempo vedono spesso nella selezione di calcio un simbolo di unità nazionale che va al di là delle istituzioni statali. Inoltre, molti giocatori iraniani si sono espressi, negli ultimi anni, in maniera molto critica verso gli ayatollah e la repressione delle proteste popolari.

    Taremi è uno di loro, ma mancherà Sardar Azmoun, il giocatore più rappresentativo sia in termini sportivi che politici: nei primi giorni degli attacchi statunitensi, ha pubblicato su Instagram una sua vecchia foto assieme alle autorità degli Emirati Arabi, paese in cui gioca attualmente. Dati i pessimi rapporti tra Teheran e Abu Dhabi, questo gesto è stato visto come una provocazione politica in un momento molto delicato per il paese, e Azmoun è stato quindi sospeso dalla squadra nazionale.

    Mercoledì 10 giugno, parlando in conferenza stampa, il presidente della FIFA Gianni Infantino ha detto a tutti di “rilassarsi” e che la sua organizzazione sta lavorando dietro le quinte per risolvere questa e altre complesse situazioni causate dalle leggi statunitensi sull’immigrazione. Il problema, però, è che questi aspetti avrebbero dovuto essere affrontati tempo fa, e non a ridosso del calcio d’inizio della competizione.

    Per quanto riguarda l’Iran, il timore della FIFA, e forse anche del governo americano, è che la selezione di Teheran possa appunto superare il girone e doversi trattenere negli Stati Uniti qualche giorno in più. Il worst case scenario è che la squadra asiatica termini al secondo posto nel Gruppo G e che, contemporaneamente, anche gli USA arrivino secondi nel proprio girone: finirebbero col doversi così scontrare il 3 luglio ad Arlington, in Texas, in una sfida in cui lo sport farebbe solo da contorno a ben altre questioni.


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    Autore

    • Valerio Moggia

      Nato a Novara nel 1989, cura dal 2017 Pallonate in Faccia, blog dedicato alle connessioni tra calcio e politica. Ha scritto di questi temi su Domani, InsideOver, Linkiesta, Il Manifesto, Il Post, Rivista Undici, l’Ultimo Uomo e Valigia Blu. È autore dei libri “Storia Popolare del Calcio. Uno spot di esuli, immigrati e lavoratori” (Ultra Sport, 2020), “La Coppa del Morto. Storia di un Mondiale che non dovrebbe esistere” (Ultra Sport, 2022) e “Il calcio è politica: Lo sport come antidoto al nazionalismo” (People, 2025).

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