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Il Mondiale di calcio è terminato, e la Spagna lo ha vinto in finale contro l’Argentina. I sudamericani, tradizionalmente molto amati dal pubblico internazionali e spesso considerati gli outsider per eccellenza, hanno vissuto un insolito destino, nelle ultime settimane, trasformandosi in una squadra che molti tifosi hanno percepito come favorita dal potere politico, mentre la Spagna – squadra di un Paese europeo – ha via via conquistato le simpatie del sud globale e delle realtà più emarginate, a cominciare dagli abitanti di Gaza come abbiamo scritto su Kritica.
Un punto di non ritorno per il calcio
Ma, più in generale, questo Mondiale ha fatto pensare a molti appassionati di essere davanti a un punto di non ritorno per il calcio. Non è stata certamente la prima edizione in un Paese politicamente discutibile, e neppure la prima in cui sono stati lamentati episodi arbitrali dubbi. Ma non era mai successo che simili circostanze fossero così palesi e che la struttura del gioco e le sue regole venissero piegate così da tanto dalla FIFA.
Il caso di Folarin Balogun resterà probabilmente nella storia delle competizione come uno dei più controversi e negativi di sempre. L’attaccante degli Stati Uniti avrebbe dovuto saltare l’ottavo di finale contro il Belgio a causa dell’espulsione rimediata nel match precedente. Una regola chiara e inappellabile, nel senso che la stessa FIFA aveva chiarito, prima dell’inizio del torneo, che non erano previsti appelli contro le squalifiche. Invece, è bastata una telefonata di Trump al presidente della FIFA Infantino per cambiare tutto.
Ufficialmente, Infantino ha negato di aver avuto alcun ruolo nella decisione, che è stata presa in maniera autonoma dal Comitato disciplinare della FIFA. Le circostanze, però, non possono non alimentare sospetti. In primo luogo, perché è stato lo stesso Trump a vantarsi pubblicamente di aver chiamato Infantino per chiedergli di rimuovere la squalifica di Balogun. Secondariamente, perché il Comitato disciplinare della FIFA non ha mai reso pubbliche le sue motivazioni, come invece prevedono i regolamenti, e si è rifiutato di farlo anche dopo un’esplicita richiesta del Belgio.
Qualcosa di simile era già avvenuto pochi mesi prima, ma con l’attaccante del Portogallo Cristiano Ronaldo. Espulso il 13 novembre in una partita delle qualificazioni mondiali contro l’Irlanda, avrebbe dovuto saltare per squalifica tre match: un’amichevole e le prime due gare del Mondiale. Invece, a fine novembre la FIFA decise di sospendere per un anno queste ultime due, consentendo al portoghese di disputare l’intera competizione. Pochi giorni prima di questa insolita soluzione, Ronaldo era stato invitato personalmente da Trump alla Casa Bianca.
Sovvertire le regole
Il Mondiale del 2026 sarà dunque ricordato soprattutto come l’evento sportivo in cui le regole sono state piegate dalla volontà politica del Paese ospitante, con il benestare della FIFA. Si collega a ciò che Jules Boykoff, professore di Politics and Government presso la Pacific University dell’Oregon, indica come l’aspetto più profondo dello sportwashing, ovvero il suo valore non tanto nella propaganda verso l’esterno, ma nei confronti dell’opinione pubblica interna. “Questi episodi servono a mostrare agli americani quando l’amministrazione Trump sia forte e influente, al punto da sovvertire le regole stesse di una competizione internazionale” ha spiegato in un incontro con i giornalisti organizzato dalla ong Sport & Right Alliance giovedì scorso.
Razzismo istituzionalizzato anche ai Mondiali
Prima ancora della situazione di Balogun, c’era stato il caso di Omar Artan, un arbitro somalo scelto dalla FIFA per dirigere alcune partite del Mondiale. Sebbene fosse stato eletto miglior arbitro africano nel 2025, Artan non è potuto entrare negli Stati Uniti, e in una situazione senza precedenti la FIFA ha dovuto cancellare la sua partecipazione al torneo, sostituendolo in corso d’opera. In parallelo, si è assistito al surreale caso dell’Iran, che ha dovuto affrontare numerosi ostacoli posti dalle autorità statunitensi alla propria partecipazione al torneo, tra cui il trasferimento della sede del proprio ritiro dall’Arizona al Messico e il divieto di entrare negli Stati Uniti se non 24 ore prima di ogni singola partita.
Questa situazione ha sovvertito platealmente l’equità della competizione sportiva: non a tutte le squadre regolarmente qualificate al Mondiale è stata data la possibilità di gareggiare nelle medesime condizioni.
Visti negati ai tifosi di alcuni Paesi
Altrettanto ingiusto è stato il comportamento nei confronti dei tifosi di diversi paesi, tutti sistematicamente appartenenti al Sud Globale. Le autorità statunitensi hanno negato visti, limitato i trasferimenti aerei e imposto cauzioni da migliaia di dollari, escludendo gran parte dei sostenitori dalla possibilità di partecipare a un evento che Infantino aveva sempre descritto come aperto a tutto il mondo.
È sconcertante, in particolare, il dato segnalato da Ronan Evain, direttore esecutive di Football Supporters Europe, l’associazione dei tifosi di calcio europei: “Non siamo ancora riusciti a trovare un solo cittadino marocchino residente nel proprio paese che, dopo aver acquistato un biglietto per il Mondiale, sia poi riuscito a ottenere il visto”. In questo modo, il Mondiale del 2026 ha sovvertito un’altra regola fondamentale non solo degli sport, ma di qualsiasi grande evento e della stessa società in cui viviamo: se paghi per un servizio, devi poterne usufruire.
Squadre favorite dai bulli del Pianeta
Tutti questi elementi, uniti alla perversa amicizia tra Trump e Infantino, hanno gettato un’ombra sulla regolarità del Mondiale, alimentando anche teorie di ogni sorta. Tra diversi tifosi online si è diffusa la convinzione che la FIFA avrebbe apertamente favorito l’Argentina di Messi, in particolare dopo il discutibile annullamento di un gol che avrebbe permesso all’Egitto di eliminare la squadra sudamericana negli ottavi di finale. I sospetti nei confronti della squadra campione del mondo nel 2022 sono stati alimentati anche dal contesto politico internazionale: da un lato l’Egitto, il cui allenatore Hossam Hassan ha sventolato in campo una bandiera della Palestina; dall’altro, l’Argentina di Milei, politico strettamente legato a Trump e a Israele.
Non ha stupito nessuno, infatti, l’esplicito sostegno di Netanyahu alla squadra sudamericana, annunciato una settimana prima della finale durante un’ospitata nel podcast del comico Ben Ben Baruch. Poche ore prima della sfida contro la Spagna, Netanyahu ha anche ricevuto la visita di Shimon Axel Wahnish, l’ambasciatore argentino in Israele, che gli ha regalato una maglietta dell’Argentina.
Ma già quanto avvenuto dopo la semifinale vinta sull’Inghilterra non aveva fatto che alimentare il dibattito. I giocatori argentini hanno festeggiato in campo con uno striscione che rivendicava le isole Falkland-Malvinas, violando un’esplicita regola della FIFA che vieta i messaggi politici provocatori. Due anni fa, gli spagnoli Rodri e Álvaro Morata furono squalificati per una partita dalla UEFA, la confederazione europea del calcio, per aver cantato “Gibilterra è spagnola” durante i festeggiamenti per la vittoria dell’Europeo. La stessa FIFA, nel Mondiale del 2018, aveva multato tre calciatori della Svizzera, due dei quali di origini kosovara, per aver celebrato i propri gol segnati alla Serbia facendo il gesto identitario dell’aquila.
Entrambe queste sanzioni arrivarono poco dopo i fatti, mentre nel caso degli argentini è stato deciso di posticipare il giudizio a dopo la finale. Inoltre, il capo della task force della Casa Bianca per il Mondiale, Andrew Giuliani, ha detto che il governo statunitense è dalla parte dei giocatori dell’Argentina, difendendone la “libertà di parola”. Un altro caso in cui una regola precisa viene sconfessata per ragioni politiche, trasferendo nell’ambito sportivo un atteggiamento che l’amministrazione Trump ha già più volte applicato al diritto internazionale.
L’americanizzazione del calcio
Ma questa edizione del Mondiale è stata anche segnata da controversie per il modo in cui la FIFA ha sovvertito principi e regole del gioco vero e proprio. In finale, l’intervallo è stato allungato dai canonici 15 minuti a circa 27, per permettere di svolgere un grande halftime show come quello del Super Bowl, la finale del campionato di football americano. Può sembrare un dettaglio marginale, ma le regole del calcio internazionale stabilite dall’IFAB riportano chiaramente che l’intervallo non deve eccedere i 15 minuti.
Qualcosa di molto simile è avvenuto con gli hydration break, le pause per permettere ai giocatori di idratarsi a metà del primo e del secondo tempo. Pensate ufficialmente per contrastare le temperature elevate dell’estate, sono però state fatte anche quando le condizioni climatiche erano tutt’altro che proibitive, suscitando le lamentele di giocatori e allenatori. “Giocare quattro tempi invece di due modifica il modo in cui il calcio viene interpretato” ha spiegato in conferenza stampa l’allenatore dell’Uruguay, Marcelo Bielsa, e tanti colleghi hanno condiviso la sua opinione.
Gli hydration break sono serviti soprattutto per dare modo alle televisioni di trasmettere più spot pubblicitari, e quindi aumentare i propri guadagni. “Sono in realtà pause pubblicitarie, che hanno cambiato il ritmo e la natura del gioco. – dice Nick McGeehan, direttore dell’ong FairSquare – In questo Mondiale, l’avidità e il malgoverno della FIFA sono stati sotto gli occhi di tutti”.
Dove sta andando il calcio
Se sarà stato un punto di non ritorno, è ancora presto per dirlo. Le possibilità di invertire la rotta non sono molte, ma non sono neppure inesistenti. La più discussa è quella del boicottaggio, già al centro del dibattito sul Mondiale in Qatar del 2022, ma è anche la più complicata da portare avanti, perché comporta sanzioni e danni economici per le federazioni nazionali. Per essere davvero possibile, il boicottaggio richiede la coesione di un ampio numero di federazioni, tra cui non poche di quelle europee, le più influenti al mondo.
Altri movimenti si intravedono invece all’orizzonte del calcio. Il crescente malcontento verso l’operato di Infantino ha fatto emergere la possibilità di un candidato alternativo alla presidenza della FIFA, nelle elezioni del 2027: sarebbe il primo sfidante in oltre dieci anni. Ma ancora non è stato ufficializzato nessun nome, e secondo il Guardian circa 200 federazioni (su 211 che compongono la FIFA) avrebbero già espresso a Infantino il proprio supporto. Ciò non esclude che possano cambiare idea, ma è evidente che si tratta di una partita molto complicata da vincere.
L’altra alternativa è invece esterna al mondo del calcio, e prevede il coinvolgimento diretto della politica. A fine giugno, 50 eurodeputati hanno sottoscritto una petizione di FairSquare per chiedere un’indagine su Infantino da parte del Comitato etico della FIFA: l’accusa è di aver violato il principio di neutralità politica dell’organizzazione, conferendo a Trump il controverso Premio per la Pace, lo scorso dicembre. “I politici percepiscono la rabbia delle persone verso la FIFA: un tempo credevano che occuparsi del calcio facesse perdere voti, mentre ora pensano che potrebbe fargliene guadagnare” dice McGeehan. “La FIFA ha dimostrato di non essere in grado di regolarsi: servono sistemi di controllo indipendenti” è invece l’opinione di Boykoff.
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CREDITI FOTO: EPA/CHRISTOPHER NEUNDORF

