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Nei mesi scorsi, com’è noto a chi segue Kritica da tempo, migliaia e migliaia di cittadini si sono impegnati in una pratica democratica dal basso, raccogliendo oltre 15mila firme – il triplo di quelle necessarie – per presentare una delibera d’iniziativa popolare finalizzata all’interruzione dei rapporti economici fra il Comune di Roma e lo Stato d’Israele. In un tempo in cui il rapporto fra cittadini e politica è così sfilacciato – lo stesso Roberto Gualtieri fu eletto sindaco nel 2021 con una tornata che registrò un’astensione record di elettori –, ci si sarebbe aspettati, da una giunta guidata da un partito definito Democratico, una giunta progressista in cui alcune sigle si richiamano persino alla sinistra, che l’iniziativa, simbolo della democrazia partecipativa, venisse come minimo trattata con rispetto, se non con vero e proprio riguardo; dal sindaco in primis, discutendo nel merito, lealmente, apponendo il voto dei singoli consiglieri favorevole o contrario, il documento politico che i cittadini hanno presentato, come la legge consente loro di fare.

E invece, sono trascorsi ormai tre mesi da quando la delibera è stata ufficialmente presentata e l’unica cosa che il sindaco e la sua giunta hanno fatto è stata negarne, pervicacemente e sordamente, le premesse stesse, insistendo più e più volte sul fatto che i rapporti commerciali al centro dell’iniziativa politica popolare non sussistessero.

Un braccio di ferro con il comitato promotore della delibera, “Roma sa da che parte stare”, che manda un unico messaggio: la politica dal basso, per questa giunta, è sconfessata. È una zavorra fastidiosa con la quale non ci si vuole confrontare. D’altro canto, è una scelta per la quale, almeno per ora, non si pagano conseguenze. Gualtieri è solido nella sua candidatura al secondo mandato, proprio ieri ha incassato il sostegno della compagine di riferimento di AVS a Roma, ovvero Sinistra Italiana, ed è più che probabile che incassi anche quello del Movimento 5 Stelle in onore a quel minestrone futuro detto alleanza dell’opposizione che i leader di partito stanno mettendo in piedi, non si sa bene in nome di quale visione, per le prossime elezioni nazionali.

L’ultimo schiaffo in ordine di tempo alla politica dal basso è il testo della mozione della Giunta capitolina presentata dai capigruppo della maggioranza comunale: Valeria Baglio (PD), Giovanni Caudo (Roma Futura), Alessandro Luparelli (Sinistra Civica Ecologista), Giorgio Trabucco (Lista Civica Gualtieri), Sandro Petrolati (Demos), Dario Nanni (Gruppo Misto), Ferdinando Bonessio (Europa Verde Ecologista) e oltre a loro Svetlana Celli (PD, Presidente dell’Assemblea Capitolina) e Riccardo Corbucci (PD, Presidente Commissione Statuto). La mozione è all’ordine del giorno della seduta di questa settimana.

Una mozione che i comitati, così come Kritica, hanno potuto visionare, e che fa riferimento all’esistenza della delibera di iniziativa popolare solo per liquidarne, tanto nel senso politico quanto nell’atto pratico, tutte le istanze. 

Ecco il passaggio della mozione in cui la giunta fa riferimento ai punti cruciali della delibera: 

“[…] Preso atto che dall’attività istruttoria svolta è emerso che non risultano rapporti di collaborazione, accordi o intese operative in essere tra Acea S.p.A. e Mekorot Water Company Ltd., essendo il protocollo d’intesa sottoscritto nel 2013 rimasto privo di attuazione, scaduto e mai rinnovato;

è stato altresì accertato che Farmacap non intrattiene rapporti commerciali diretti con Teva Pharmaceutical Industries Ltd. dalla cessazione dei rapporti commerciali intervenuta nel corso del 2024, fermo restando l’obbligo, previsto dalla normativa nazionale, di garantire la dispensazione dei medicinali prescritti e la continuità terapeutica attraverso il sistema della distribuzione intermedia;

con riferimento ai principali interventi di rigenerazione urbana promossi o autorizzati da Roma Capitale, non risultano operazioni urbanistiche, rapporti concessori o partecipazioni societarie riconducibili a fondi di investimento israeliani, né elementi idonei a configurare forme di controllo, partecipazione o indirizzo da parte di soggetti israeliani nei confronti delle società concessionarie o attuatrici dei relativi interventi;

sulla base degli elementi acquisiti, non risultano pertanto rapporti diretti tra Roma Capitale, i propri enti strumentali, le società partecipate o i concessionari dei principali interventi urbanistici e il Governo dello Stato di Israele o società ad esso riconducibili tali da configurare forme di collaborazione istituzionale o commerciale;

gli esiti dell’istruttoria confermano la piena coerenza dell’azione amministrativa di Roma Capitale con gli indirizzi politici espressi dall’Assemblea Capitolina e dai Consigli Municipali” […].

Istruire, valutare, assolversi

In poche parole: non nuovo ai conflitti d’interessi che lo vedono nella parte del giudicante e del giudicato al tempo stesso, anche in questa circostanza Gualtieri si mette nella parte di quello che istruisce e che giudica da sé il suo stesso operato, ovviamente autoassolvendosi.

A nulla sono valse le risposte che già nei giorni scorsi il Comitato Roma sa da che parte stare ha inviato alle pretese della Giunta di non star collaborando in alcun modo con Israele. A nulla sono valse perché è evidente che l’intento del Campidoglio è proprio quello di autoassolversi, più che quello di operare nel modo più giusto in sostegno della popolazione palestinese che rischia la cancellazione per via di un genocidio.

Ecco perché le iniziative previste nella mozione che la maggioranza capitolina vorrebbe far approvare sono di puro maquillage.

l sindaco e la giunta si impegnano a:

“A continuare a monitorare al fine di assicurare la massima trasparenza nell’attività amministrativa e nei rapporti intercorrenti tra Roma Capitale, i propri enti e società partecipate e soggetti terzi, prendendo le distanze da qualunque stato o ente pubblico o privato implicato in violazioni dei diritti umani secondo le principali organizzazioni governative e non governative internazionali, nel rispetto dei principi di legalità, imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa;

a sostenere la popolazione palestinese a Roma, ed in particolare quella proveniente dalla Striscia di Gaza, attraverso progetti di e promozione culturale, di supporto sanitario, sociale e di formazione universitaria e lavorativa, di sostegno alle famiglie, anche grazie alla collaborazione dei servizi sociali, degli enti del terzo settore, delle associazioni per i diritti umani e delle realtà culturali cittadine che già oggi svolgono tali attività, anche avviando ulteriori avvisi pubblici e partenariati volti a realizzare iniziative di sensibilizzazione, educazione alla pace e cooperazione solidale, affinché Roma Capitale continui a essere luogo di accoglienza, dialogo e responsabilità internazionale.

a ribadire, in tutte le sedi istituzionali opportune e nel rispetto delle competenze di Roma Capitale, il sostegno al riconoscimento dello Stato di Palestina, quale passaggio necessario per una pace giusta e duratura fondata sul diritto internazionale, sulla fine dell’occupazione dei territori palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, sulla sicurezza di tutte le popolazioni coinvolte e sulla prospettiva di due popoli e due Stati;

a promuovere, anche attraverso il coinvolgimento dell’Assemblea Capitolina, dei Municipi, delle università, delle istituzioni culturali, delle scuole e delle realtà associative del territorio, percorsi di cooperazione, scambio e gemellaggio con città, comunità locali, istituzioni educative e culturali palestinesi, con particolare attenzione ai temi della pace, dei diritti umani, della ricostruzione civile, della tutela dell’infanzia, della e della memoria;

a favorire, d’intesa con le università romane, le istituzioni scolastiche, gli enti competenti, il Governo e le autorità consolari e diplomatiche, la definizione di protocolli e strumenti amministrativi utili a sostenere l’arrivo, l’accoglienza, l’iscrizione e la permanenza a Roma di studentesse e provenienti dalla Striscia di Gaza e dai Territori Palestinesi Occupati, anche attraverso borse di studio, percorsi di orientamento, supporto linguistico, assistenza abitativa, tutela sanitaria e accompagnamento sociale;

a sostenere e valorizzare, nel quadro della programmazione culturale di Roma Capitale e nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni culturali, festival, rassegne, iniziative artistiche, cinematografiche, letterarie e musicali dedicate alla cultura palestinese, al dialogo tra i popoli, alla pace, alla libertà di espressione, alla tutela dei diritti umani e alla conoscenza delle condizioni di vita della popolazione civile palestinese”.

L’assenza di qualsiasi politica dei fatti e del reale

Come il lettore stesso avrà potuto notare non c’è un solo passaggio, all’interno del testo sopra riportato, che riconosca un semplice dato di fatto: tutte le intenzioni sono destinate a rimanere lettera morta se non accompagnate da azioni conflittuali nei confronti di Israele. Prendiamo un caso specifico: la giunta, si legge nella mozione, si impegna “a favorire, d’intesa con le università romane […] la definizione di protocolli e strumenti amministrativi utili a sostenere l’arrivo, l’accoglienza, l’iscrizione e la permanenza a Roma di studentesse e studenti provenienti dalla Striscia di Gaza e dai Territori Palestinesi Occupati”: si tratta di una determinazione puramente burocratica nel momento in cui uno studioso di nome Mahmoud Al Najjar da oltre un mese è detenuto ad Ashkelon dopo essere stato arrestato proprio mentre stava evacuando da Gaza per venire a Tor Vergata, dove gli era stata conferita una . Ma né in questa mozione lo si nomina minimamente, né tantomeno abbiamo mai sentito il sindaco Gualtieri né altri della sua giunta prendere mai una volta la parola per chiederne la liberazione.

Lo stesso atteggiamento privo di qualsiasi trasparenza nel rapporto con la realtà dei fatti lo rinveniamo nelle altre istanze aperte fra la cittadinanza e Roma Capitale; riflesse, ma mai esplicitamente richiamate, nella mozione. Il testo non nomina neanche la vicenda dell’ex Rialto Sant’Ambrogio, su cui il TAR del Lazio si è espresso dichiarando che le associazioni ricorrenti non avessero titolo per impugnare la decisione del Comune – e chi ce l’ha, quindi? – senza per questo legittimarla sul piano amministrativo, figuriamoci su quello politico.

Una manifestazione del comitato Roma sa da che parte stare di qualche mese fa.

Scrive il comitato nel suo comunicato: “Siamo davanti a un paradosso politico intollerabile. La maggioranza usa i drammatici rapporti ONU sul genocidio a Gaza e la strage di bambini come una cortina fumogena umanitaria. Ma una volta spenti i riflettori della retorica, nel dispositivo concreto azzera ogni misura sanzionatoria. Non si risponde a un genocidio organizzando rassegne culturali e festival cinematografici”. E ancora: “Non ci accontenteremo di una mozione di facciata ma chiediamo che la delibera di iniziativa popolare sia discussa in aula capitolina rispettando una richiesta dal basso che chiede a Roma Capitale di assumere una posizione ferma nei confronti di Israele interrompendo qualsiasi rapporto con esso. Vi ricordiamo che la delibera di iniziativa popolare chiede l’interruzione di ogni forma di relazione istituzionale, commerciale, sportiva e culturale tra il Comune di Roma e Israele e gli Enti o Istituzioni riconducibili ad esso. Non ci accontentiamo di atti rabberciati con i quali cercate di “salvare la faccia” […]. È vostro dovere rispondere in Aula alle richieste dei cittadini, è vostro dovere farlo sempre, è necessario farlo subito davanti al perpetuarsi di un genocidio”.

Leggi la nota e il comunicato integrali del comitato “Roma sa da che parte stare”

La nota di “Roma sa da che parte stare”

Leggi i punti principali con cui il comitato stigmatizza la mozione del Comune

La retorica umanitaria

La prima metà del documento è un capolavoro di retorica umanitaria. Cita i rapporti ONU sul genocidio, i 20.000 bambini uccisi, le posizioni di Ursula von der Leyen e le mozioni passate. L’obiettivo politico di questa valanga di citazioni è di creare una cortina fumogena. La maggioranza vuole dimostrare di essere “umanamente e politicamente” dalla parte giusta, così da rendere psicologicamente e politicamente più difficile, per l’opinione pubblica o per i consiglieri più sensibili, votare contro questa mozione.

Il paradosso del dispositivo sanzionatorio

Siamo di fronte ad un paradosso: più le premesse sono gravi (si parla esplicitamente di genocidio e distruzione della continuità biologica del popolo palestinese), più diventa scandalosa l’assenza di provvedimenti sanzionatori nel dispositivo finale. Se c’è un genocidio in corso, la risposta non può essere ” organizziamo un festival del cinema palestinese”.

Le omissioni temporali e legali

A questo dobbiamo aggiungere un particolare che probabilmente è sfuggito ma che appare in tutta la sua evidenza. Nelle premesse che riguardano la Palestina si mettono date e atti approvati solo dopo l’11 settembre 2025. Si fa riferimento, senza mettere alcuna data, al fatto che presso la Corte Internazionale di Giustizia vi è un procedimento, su iniziativa del Sudafrica, nei confronti dello Stato di Israele per la convenzione sulla prevenzione dei genocidi del 1948, come attestato dalle ordinanze preliminari emesse dalla Corte nel gennaio 2024. Pochi mesi dopo, a maggio 2024, la Corte ordina a Israele di interrompere immediatamente le operazioni militari nel Governatorato di Rafah, poiché le azioni condotte potrebbero sottendere un atto di genocidio.

Insomma, se viene scritta la parola genocidio non è frutto di una loro scelta politica.

Riteniamo gravissimo che di fronte al pronunciamento della Corte di Giustizia Internazionale, massima autorità internazionale, che avrebbe dovuto comportare una pressione internazionale atta a fermare l’intento “presumibilmente” genocidario di Israele, ci sia stata l’inanità della stragrande maggioranza degli Stati, come l’, che eppure quella Convenzione hanno sottoscritto e pertanto hanno l’obbligo, anche in assenza di una sentenza definitiva, di porre in atto tutto quanto è in loro potere per prevenirlo. Si è invece continuato a intrattenere rapporti diplomatici, istituzionali e affaristici con lo Stato di Israele, il che configura una complicità oggettiva che potrebbe diventare penale e che l’amministrazione non può più ignorare.

Ovviamente non si fa nessun riferimento ai mandati di arresto, attivi dal novembre 2024, emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della difesa per il fondato sospetto di crimini di e .

Già da novembre 2023 il consiglio comunale si era espresso per condannare quanto accaduto il 7 ottobre a Gaza, invocando percorsi politici di pace. Al contrario, per quanto riguarda la Palestina non vi sono stati atti chiari e concreti sino a tutto il 2024: un ritardo inaccettabile e una grave mancanza di coraggio politico. Non si poteva e non si doveva assistere in silenzio, tenuto conto della mobilitazione che in tutta Italia, e a Roma in particolare, aveva portato in piazza decine di migliaia di cittadini che chiedevano di intervenire contro il genocidio in corso. Dopo un atto generico e l’esposizione per un paio di giorni della bandiera palestinese, accompagnata dal fiocco per gli ostaggi israeliani, si è preferito ignorare la cosa. Se non ci fosse stata questa straordinaria mobilitazione delle/dei cittadine/i di questa città sulla Palestina, contro l’allargamento sempre più preoccupante dell’aggressione di Israele nei confronti degli Stati confinanti, non se ne sarebbe più parlato.

Di fronte ad un genocidio vi è una responsabilità etica: la Capitale di questo Paese non può esimersi dall’assumere un atteggiamento di forte condanna e di boicottaggio nei confronti di chi così sfacciatamente viola ogni più elementare forma del diritto internazionale.

Le prese d’atto e il caso Farmacap

Passiamo alle prese d’atto; qui arriviamo al passaggio più trionfalista e autoassolutorio. Si giunge all’inverosimile, affermando tranquillamente il falso. A volte le bugie hanno le gambe corte e chi ha scritto e firmato quella mozione dovrebbe saperlo molto bene, a cominciare da una banalità. Si afferma che Farmacap avrebbe interrotto i rapporti “diretti” dal 2024 (esiste la possibilità di fare screenshot e noi ne abbiamo uno del gennaio 2026 in cui TEVA ancora compariva come uno degli sponsor di Farmacap). Detto ciò, per amore di verità, quello che si chiede nella delibera è tutt’altro: Stop alla vendita di farmaci, parafarmaci, attrezzature mediche e preparati cosmetici prodotti da aziende israeliane in tutte le farmacie comunali (come scritto nella delibera comunale, resa operativa nelle farmacie, di Sesto Fiorentino). Non si chiede l’interruzione dei rapporti “diretti” ma l’interruzione della vendita di tali prodotti se sostituibili. In termini più generali, onde evitare tentativi di mistificazione, quello che la delibera chiede è la rottura di ogni rapporto economico con Israele per non favorirlo economicamente, diventando così, oggettivamente, complici del genocidio in corso. Infine, quanto evidenti siano le bugie si può facilmente dedurre dalla risposta (allegata) che il Direttore e il Presidente del CdA di FARMACAP diedero alle interrogazioni n. 36/2026 e 39/2026 in cui si smentisce chiaramente quanto dichiarato dalla maggioranza comunale. Pur di difendere l’indifendibile ci si inventa di tutto.

L’opacità del Memorandum ACEA-Mekorot

Per quanto riguarda il memorandum firmato nel 2013, ai tempi del governo Letta, tra ACEA e Mekorot, affermano che l’azienda municipalizzata non avrebbe mai dato seguito a questo memorandum – di cui, tra l’altro, non si è mai saputo quali impegni contenesse –, che esso aveva una durata di soli 2 anni e alla sua scadenza, a dicembre 2015, non è stato rinnovato. Se questo rapporto era davvero già morto e sepolto da undici anni, ci spieghi la maggioranza per quale motivo ha avvertito l’urgente bisogno di votare una mozione in Assemblea Capitolina, appena nel settembre 2025, per impegnare il Sindaco a “non dare seguito” a quello stesso protocollo? Perché Acea per una decina d’anni ha sempre rifiutato di rispondere in merito al Memorandum sia ad associazioni sia a giornalisti? La mancanza di trasparenza di una municipalizzata non è accettabile e lascia sospettare che non esista alcun atto formale scritto di recesso. Se esiste, lo vogliamo vedere perché di fronte all’opacità mostrata da Acea nel corso degli anni non possiamo accettare fiduciosi e silenti tale dichiarazione, come fosse un dogma religioso.

I flussi finanziari agli Ex Mercati Generali

Per quanto riguarda gli ex mercati generali, l’intervento di rigenerazione urbana a Roma non fa capo genericamente alla galassia mondiale di Hines, ma è inserito all’interno di un veicolo finanziario specifico, il fondo Hines European Value Fund 2 (HEVF 2) e, come attestato dalle dichiarazioni del CEO di Hines e dalle rilevazioni della piattaforma internazionale PitchBook (la fonte d’analisi finanziaria più accreditata e affidabile a livello globale), il fondo HEVF 2 ha una dimensione complessiva di 1,34 miliardi di euro (non 90 miliardi) e quindi la quota reale, rapportando i 108 milioni di dollari investiti da Menora Mivtachim alla reale dimensione del fondo europeo in cui è inserita, non è di poco conto. Parliamo di un investimento che muove una massa monetaria dal peso enorme.

Il nodo etico di Palazzo Sant’Ambrogio

Più volte si menziona la parola “pace”, ma la parola stride quando si pensa a Uri Polavich, uno dei finanziatori della ristrutturazione del palazzo Sant’Ambrogio, assegnato fuori bando alla romana per un progetto scolastico. Uri Polavich non è solo noto per essersi arricchito con il gioco d’azzardo online, cosa che già di per sé dovrebbe sollevare qualche sussulto etico, ma anche per essere un generoso finanziatore di scuole ebraiche in un percorso che dalle aule scolastiche dovrebbe condurre ad indossare una divisa dell’IDF.

L’unico tipo di risposta che la maggioranza guidata da Roberto Gualtieri sembra disposta a dare alla mattanza del popolo palestinese sembra essere, come osserva il comitato, di tipo umanitario. Come se non si trattasse di una questione in primo luogo politica, che va al cuore della democrazia tutta; e come se le condotte di Israele e dell’ampio movimento sionista che sostiene Israele e le sue politiche non avessero ricadute fattuali anche sulla vita e sulla convivenza sociale nella città stessa di Roma.

L’inaccettabile silenzio sulle

Forse infatti la mancanza più grave di tutte, nell’atteggiamento della giunta capitolina, è l’assenza di una presa di parola e azione riguardo alle violenze di matrice sionista avvenute nella Capitale negli ultimi anni e, in particolare, negli ultimi mesi. Ben documentate nell’inchiesta “Silenzio Stampa” del Collettivo Restiamo Umani, esse sono testimonianza di un clima di intimidazione, violenza e vero e proprio terrorismo infiltrato nel tessuto cittadino; rimandano in modo diretto – non umanitario, ma radicalmente politico – al ruolo distruttivo del diritto internazionale e della democrazia tout court che lo Stato di Israele con i suoi complici sta esercitando in un’area geografica ben più estesa dell’area del Levante. Ma anche su questo, da parte del Comune, non si è levata una mezza parola di condanna se non le solite formulazioni del tutto generiche, senza identificare né tantomeno denunciare in alcun modo la dottrina ideologica di provenienza dei violenti. Figurarci intervenire con azioni pratiche per impedire che anche a Roma continui ad avanzare indisturbata l’israelizzazione delle nostre società.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

CREDITI FOTO: Roma sa da che parte stare

Autore

  • Federica D'Alessio

    Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta - Stampa italiana nel 2022.

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