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Ha vinto il Leone d’Oro di Venezia 83 e se lo è meritato, nonostante la scelta della giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal abbia sollevato immediatamente polemiche feroci. “Non l’ho neanche visto, l’ho premiato solo perché è di una donna”, ha ironizzato la regista e attrice americana in conferenza stampa subito dopo la cerimonia di chiusura.
È vero che l’opera di May el-Toukhy (Kvinde Ukendt il titolo originale), regista danese di origine egiziana, paga un po’ lo scotto di essere l’unico film diretto da una donna nel concorso principale, dando un retrogusto dolce-amaro alla vittoria, che avrebbe avuto di certo ancora più valore in un concorso in cui donne e uomini registi se la contendevano alla pari.
Ma è altrettanto vero che si tratta di un’opera pregevole, retta dall’interpretazione perfetta di Mathilde Arcel, cui è stata conferita all’unanimità la Coppa Volpi per l’interpretazione femminile, che apre squarci di riflessione sul dramma della guerra e delle cicatrici che lascia nella vita delle persone, e specialmente delle donne.
“Il film si incentra sul corpo delle donne come campo di battaglia”, ha spiegato el-Toukhy sia nel commento che presentava il film in programma, sia durante la cerimonia di premiazione. Il corpo delle donne che hanno attraversato la guerra diventando amanti dei nazisti, magari per avere una chance di sopravvivenza, e che col finire della guerra vengono punite e linciate come fossero streghe, da una Resistenza senza gioia, senza liberazione, troppo segnata ancora dalla violenza per desiderare altro che vendetta. Tagliano loro i capelli a zero, tagliano i loro vestiti, le lasciano nude per strada disegnando svastiche rosse sulla loro pelle.
È l’atmosfera di una Danimarca cupa, in preda alla paura come se la guerra non fosse ancora finita, perché i regolamenti di conti non sono finiti. Basta essere sospettati di collaborazionismo per perdere tutto, basta un atto d’accusa vergato davanti a un portone, sotto forma del simbolo nazista, per alimentare il sospetto e l’odio. La necessità di sopravvivere anche a spese degli altri ha il sopravvento sulla fiducia e sulla cooperazione, proprio come durante l’occupazione nazista, e non c’è spazio né per il perdono, né per l’indulgenza, mentre erompe il bisogno, altrettanto potente, di lasciarsi andare alla vita e guardare avanti.
La protagonista del film, la Woman Unknown, non è una figura innocente, è una colpevole, che ha cercato di sopravvivere per sé stessa durante la guerra, e continua a farlo sacrificando dignità, umanità, verità. È una scelta molto coraggiosa e controcorrente, da parte della regista, quella di mettere al centro della sua storia una figura con cui non si può solidarizzare, al tempo stesso invitando a comprenderla, a comprendere che quella era la guerra, quella era l’occupazione, e che scelte simili alle sue hanno fatto parte della Storia, e dell’umanità che si muoveva nella Storia, cercando di andare avanti, sacrificando ogni innocenza per riuscirci.
Per noi italiani abituati a una memoria della Resistenza e del dopoguerra come quella di una rinascita senza ombre, in cui addirittura ci fu chiesto, e lo facemmo, di perdonare i fascisti consentendo loro dall’oggi al domani di riciclarsi come sinceri democratici senza un plissé, è molto difficile, forse indigeribile, il racconto che ci propone il film di el-Toukhy. Eppure, è la vicenda di tutte le società che affrontano una ricostruzione dopo anni di sanguinosa guerra, o guerra civile. È, per esempio, la vicenda dell’attuale società siriana dopo la caduta del regime di Assad, profondamente divisa fra la tentazione di vendetta nei confronti dei suoi sgherri, e il bisogno di lasciarsi l’odio dietro le spalle.
Il collaborazionismo italiano ha avuto caratteristiche uniche, ha preso le fattezze organiche del fascismo, della Repubblica di Salò, la cui morsa sulla società è raccontata in un capolavoro pure premiato quest’anno a Venezia nella sezione dei classici restaurati, La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, tratto da un racconto di Giorgio Bassani. Poi ci fu il colpo di spugna, voluto da anche dal Partito Comunista togliattiano; una pacificazione che non fece mai reale giustizia del male inflitto da connazionali ad altri connazionali, né tantomeno della verità del grado di compromissione di tanti italiani con crimini e barbarie. Ci siamo risparmiati la crudeltà punitiva e l’odio sociale che vediamo rappresentati in Woman Unknown, ma abbiamo continuato a coltivare germi di fascismo impunito nella società durante l’intera Prima Repubblica, mettendo le premesse perché alzassero la testa, e assurgessero nuovamente al potere, durante la Seconda.
Anche per questa ragione guardare Woman Unknown può avere un effetto salutare, aprire un dibattito, sul nostro stesso dopoguerra. Rimane uno scoglio, non secondario, da superare, affinché ciò avvenga: superare la tentazione di superficialità liquidatoria, da parte di tanti nostri critici innanzitutto, quando è una donna a trattare questi temi mettendo al centro il vissuto delle donne. Le immediate reazioni per lo più paternaliste e infastidite suscitate in diversi commentatori dal conferimento del Leone d’Oro al film non depongono, purtroppo, molto bene in questo senso. Ma il film e la sua regista – che si prende anche la libertà, tutt’altro che scontata, di intervenire da danese di origine egiziana su una fase storica cruciale in una Danimarca ancora del tutto “bianca”, precedente i flussi migratori dal sud del mondo: scelta decisamente coraggiosa e sfidante in un Paese democraticamente razzista come pochi altri al mondo – hanno, tuttavia, la solidità per ergersi anche al di sopra delle polemiche insulse e insulsamente reazionarie che non mancheranno, è una certezza, di scatenarsi.
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