sabato 09/05/2026, 21:37

Oltre 23 minuti di applausi carichi di dolore: è la standing ovation riservata al film The Voice of Hind Rajab alla 82ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia lo scorso settembre. Un’acclamazione tra le più lunghe nella storia del festival, culminata nella vittoria del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, per l’opera della regista tunisina Kaouther Ben Hania, incentrata sulla vicenda della piccola Hind Rajab, la bambina palestinese di sei anni uccisa dall’esercito israeliano il 29 gennaio 2024, e degli operatori della Mezzaluna rossa palestinese che risposero alla sua chiamata.

La piccola, prima di essere ammazzata, aveva passato lunghe ore chiusa nell’abitacolo di un’auto con i cadaveri di alcuni membri della sua famiglia, trucidati dalle forze di occupazione durante un’operazione di evacuazione, confortata dalla voce degli operatori e delle operatrici della Mezzaluna Rossa palestinese. Da quel tragico giorno, il volto della piccola continua a interrogare tutte e tutti noi sulle responsabilità collettive di un genocidio che si perpetua, anche nella farsa della cosiddetta tregua, e a rammentarci il bisogno urgente di racconto, giustizia e memoria. 

Un corifeo contro l’ingranaggio di morte

Il film, presentato di recente in apertura della prima edizione del Gaza International Festival for Women’s Cinema a Deir El-Balah nella Striscia – un festival del cinema fra le macerie, a riprova dell’incrollabile attaccamento alla vita del popolo palestinese – è interamente ambientato dentro gli uffici della Mezzaluna rossa e ha tra i suoi personaggi principali Omar Alqam – interpretato dall’attore Motaz Malhees -, il primo operatore che risponde alla chiamata di aiuto della bambina. Una figura, quella di Omar, che emerge nella pellicola con straordinaria potenza, come un corifeo dolente ma non rassegnato ai meccanismi kafkiani dell’ingranaggio di morte che condanna la sua gente, non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, dove il reale Omar Alqam vive. È a lui che Kritica.it ha rivolto alcune domande.

Qual è il tuo ruolo nella Mezzaluna Rossa palestinese? Da quanto tempo lavori come operatore?

Lavoro nella sala operativa centrale della Mezzaluna Rossa palestinese. Faccio questo lavoro da anni: rispondo alle chiamate d’emergenza che arrivano nei momenti più drammatici e coordino le squadre di ambulanze sul campo, per fare in modo che i soccorsi raggiungano chi ne ha bisogno il prima possibile. Ma la verità è che questo non è solo un lavoro: è una responsabilità umana. Quando lavori per la Mezzaluna Rossa non gestisci solo dei “casi”: hai tra le mani la vita delle persone.

Com’è la vita quotidiana in Cisgiordania per te e la tua famiglia? Quali sono le principali sfide che affrontate ogni giorno?

La vita in Cisgiordania non è come altrove. Ogni giorno porta con sé una sfida nuova: i posti di blocco, il timore di un’incursione, o anche solo il pensiero di come proteggere la tua famiglia. Ho un bambino piccolo e ogni volta che esco di casa sento la paura nel petto, non tanto per me, quanto per lui. Vorrei che crescesse sapendo cosa significhi una vita normale, senza il fragore degli spari e senza l’angoscia costante. Nonostante tutto qui la gente ha una capacità straordinaria di restare aggrappata alla speranza. Ridiamo, lavoriamo, andiamo avanti, perché la vita non si ferma nemmeno in mezzo a tutto questo dolore.

Cosa ti ha spinto a diventare un operatore di soccorso? Quali sono le ragioni che ti sostengono in questo lavoro difficile?

Omar Alqam

A spingermi a fare questo lavoro è il senso di responsabilità verso gli altri e la convinzione che salvare una vita può cambiare il mondo, fosse anche solo per una persona. Affronto spesso situazioni difficili e strazianti, ma quando riesci a salvare qualcuno – una madre, un anziano, un bambino – e senti la gratitudine nei loro occhi, allora tutta la fatica svanisce. Quello che mi dà la forza di andare avanti è questo: sentirmi parte dell’umanità, sapere di non essere solo, ma di essere parte di una squadra intera che cerca di fare la differenza in mezzo a tutto questo caos.

Quali sono le principali difficoltà che gli operatori della Mezzaluna Rossa palestinese incontrano nel loro lavoro quotidiano nei Territori Palestinesi?

La difficoltà più grande è che lavoriamo in mezzo al pericolo senza alcuna protezione reale. Le ambulanze vengono colpite o bloccate ai checkpoint, anche se sono chiaramente contrassegnate con il simbolo della Mezzaluna Rossa palestinese. In molti casi la differenza tra la vita e la morte è questione di un minuto, ma quel minuto lo perdi perché la strada è sbarrata e i soldati non ti lasciano passare.

Quante volte non sei riuscito a raggiungere persone che avevano bisogno di soccorso?

Onestamente, più volte di quante vorrei ricordare. Ogni volta che non ce la fai, rimangono suoni e immagini che ti tornano alla mente di notte. Non è facile sapere che qualcuno ti sta chiamando e tu non riesci a raggiungerlo. A volte ti senti impotente, triste, pieno di rabbia. Ma allo stesso tempo cerchi di non lasciarti spezzare da questo senso di fallimento. Trasformi il dolore in motivazione, perché la prossima volta devi arrivare prima – anche se si tratta solo di pochi secondi in meno.

Cosa ricordi di quel 29 gennaio in cui hai ricevuto la telefonata di Hind Rajab? Come hai reagito emotivamente durante quella chiamata? Cosa hai provato sapendo che c’era una bambina intrappolata mentre parlavi con lei?

Quel giorno non lo dimenticherò mai. La voce di Hind era flebile, debole, carica di paura. Io e i miei colleghi cercavamo di essere per lei una voce rassicurante, un punto fermo. Ogni minuto che passava mentre ero al telefono con lei era come una pugnalata al cuore, perché sapevo che era sola, circondata dalla morte. Le parlavo piano, cercando di calmarla, ma dentro stavo crollando. Mi sentivo come se fossi suo padre, suo fratello, sua madre, sua sorella. In ogni mia parola lei aspettava la salvezza. Quando la linea è caduta, sono rimasto senza fiato. Non posso più dimenticare quel giorno. Mi ha insegnato insieme il dolore e il senso dell’umanità.

Cosa hai provato quando hai saputo che la storia in cui eri coinvolto sarebbe diventata un film? Quanto è fedele The Voice of Hind Rajab alla realtà di ciò che è accaduto?

Una scena del film con al centro il personaggio di Omar Alqam, interpretato da Motaz Malhees

Quando ho saputo che ne avrebbero fatto un film, ho provato sentimenti contrastanti. Da una parte ero orgoglioso che la voce di Hind sarebbe stata ascoltata e che il mondo avrebbe visto almeno un frammento della verità. Dall’altra mi sentivo addolorato, perché ogni scena di quel film noi l’avevamo vissuta davvero. Il film è fedele alla realtà, non ha inventato nulla, anche se non può trasmettere tutto il dolore che abbiamo provato. In ogni caso, secondo me, ha raccontato la verità con un’accuratezza dolorosa. The Voice of Hind Rajab non è solo un film: è un ricordo vivo che non finisce mai.

Quell’esperienza ti ha cambiato? Come vivi oggi con quel ricordo?

Sì, mi ha cambiato nel profondo. Dopo Hind ho cominciato a vedere la vita diversamente. Apprezzo la voce di ogni bambino, ogni momento di quiete, ogni giorno che passa senza perdite. Ma allo stesso tempo porto con me una tristezza costante, come un’ombra che non mi abbandona. A volte parlo con Hind nel mio silenzio ed è come se lei mi sentisse. Forse è questo il modo per salvare la mia umanità in mezzo a tutta questa follia.

Cosa pensi dell’attuale cessate il fuoco a Gaza? Credi che possa rappresentare una svolta duratura?

Per noi la tregua non è un sollievo. È solo una breve pausa prima di una nuova ondata. La vera pace non è il silenzio delle armi, ma la possibilità di vivere con dignità e sicurezza. Non perdo la speranza, ma so che la speranza da sola non basta: servono volontà politica e giustizia. Questo potrebbe essere l’inizio, ma non è certo la fine del cammino.

Come vedi il futuro della Cisgiordania? Quali sono le tue speranze e le tue paure?

Vedo il futuro come una lunga strada polverosa. È difficile scorgerne la fine, ma bisogna continuare a camminare. La mia speranza è che i miei figli crescano senza paura, senza posti di blocco, senza il fragore delle esplosioni e degli spari. Il mio timore più grande è che il mondo si abitui alla nostra sofferenza e finisca per considerarla normale. Non siamo numeri. Siamo esseri umani che sognano, che amano e che vogliono vivere in pace.

Cosa vorresti che il mondo sapesse sulla situazione dei palestinesi?

Voglio che il mondo sappia che non siamo solo vittime. Siamo persone normali con sogni, risate e ricordi, ma le circostanze ci rubano i diritti più elementari. Ogni palestinese porta con sé una storia e spesso un dolore più grande della sua età. Voglio che sappiano che non odiamo la vita – anzi, è proprio perché amiamo la vita che resistiamo ogni giorno.

Il film The Voice of Hind Rajab ha vinto il Leone d’Argento a Venezia. A quel festival ci sono state manifestazioni per denunciare il genocidio a Gaza e nelle ultime settimane l’Italia ha visto proteste di massa per porre fine al massacro e all’occupazione israeliana. Cosa pensi del nostro Paese?

Ho visto le manifestazioni in Italia e ho sentito che ci sono cuori lontani che hanno cominciato a battere insieme ai nostri. L’Italia ha mostrato un volto profondamente umano. La gente non ha distolto lo sguardo dall’ingiustizia e questo ha significato moltissimo per me, per noi tutti. Perché quando il mondo riconosce la nostra sofferenza, la speranza cresce. Vedo in voi la vera umanità. Ogni voce italiana che si è alzata per dire la verità in difesa della Palestina conta. E voglio ripeterlo: ringrazio ogni voce italiana che ha avuto il coraggio di parlare per la Palestina.

Si ringrazia per la traduzione dall’arabo Abdullah Alhusin.

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