domenica 03/05/2026, 14:19

Una tenda! Per quanto tempo ancora?!  

Un tempo, la casa aveva muri solidi per proteggerci, un tetto per ripararci e il calore per avvolgerci nelle notti d’inverno. Era il ricordo dell’infanzia, le risate delle serate, il profumo del pane fresco e le infinite conversazioni in famiglia. Improvvisamente, tutto è crollato e la casa si è trasformata in un fragile tessuto: niente muri, niente porte, solo uno spazio angusto che tremava al vento, soffocava sotto il caldo estivo e affogava alle prime gocce di pioggia. 

Quella che una volta era una casa è diventata una sosta temporanea, ma i giorni si sono trasformati in mesi e l’attesa è diventata più pesante, finché il temporaneo è diventato realtà e il ricordo si è fatto più pesante del presente. La tenda non è mai stata pensata per essere una casa, ma un simbolo di attesa infinita, di dignità rimandata, di una patria tenuta lontana dietro recinti e assedi. Con il passare dei giorni, la domanda diventa più pressante: un tessuto logoro potrà mai essere una casa? Potrà mai offrire il calore e la sicurezza di una vera casa? 

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, più di 1,9 milioni di persone a Gaza sono al momento sfollate internamente, quasi i quattro quinti della popolazione (e le mappe rivelate da Reuters il 29 aprile 2026 mostrano che Israele controlla ormai circa il 65% del territorio della Striscia, ndr). Molti vivono in tende o rifugi temporanei che non offrono né sicurezza né dignità. Solo nel novembre 2025, sono stati distribuiti oltre 1,3 milioni di pasti attraverso 195 mense comunitarie, eppure i bisogni quotidiani rimangono di gran lunga superiori a quanto disponibile. Le campagne di emergenza hanno vaccinato più di 7.000 bambini sotto i tre anni contro le malattie, nel tentativo di ridurre i rischi per la salute all’interno dei campi. Queste cifre rivelano che la tenda non è più solo un’immagine simbolica, ma una realtà vissuta da milioni di persone, dove le statistiche si intrecciano con le storie quotidiane di famiglie che lottano per sopravvivere in condizioni difficili. 

Quando ho chiesto ai miei vicini nel campo: «Credete che avremo mai di nuovo una vera casa?», sono scoppiati a ridere. Uno di loro ha esclamato: «Una casa?!» e mi ha ricordato le parole di Mahmoud Darwish: «Una volta avevamo una casa, una volta avevamo una patria». Alcuni mi hanno raccontato di essersi sposati in una tenda, di aver partorito in una tenda, e ora i loro figli credono che quel tessuto logoro sia l’unica casa che conosceranno mai. Queste voci rivelano che la tenda non è più solo un rifugio temporaneo, ma una realtà che plasma la memoria e la coscienza; le risate diventano uno specchio della disperazione e le storie si trasformano in testimonianze della crudeltà del tempo. La tenda incarna, ora, una memoria collettiva: generazioni nate al suo interno, bambini che crescono credendo che quel tessuto sia la loro casa.

Quando ho chiesto ai miei vicini nel campo: «Credete che avremo mai di nuovo una vera casa?», sono scoppiati a ridere. Uno di loro ha esclamato: «Una casa?!» e mi ha ricordato le parole di Mahmoud Darwish: «Una volta avevamo una casa, una volta avevamo una patria».

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Nel campo, l’istruzione è diventata un sogno lontano. Secondo i rapporti dell’UNICEF del 2025, oltre il 97% delle scuole di Gaza è stato danneggiato o distrutto, e molte sono state trasformate in rifugi per gli sfollati. Oltre 658.000 bambini in età scolare non ricevono un’istruzione formale da più di due anni. Alcuni siedono in tende anguste con libri strappati, cercando di scrivere sul terreno umido, come se le lettere stesse resistessero al crollo. Una madre di due figli dice: “Temo che i miei figli cresceranno senza diplomi, senza una finestra sul mondo”.  

La salute è una ferita quotidiana. Secondo l’OMS e l’OCHA, le malattie si diffondono rapidamente a causa dell’umidità e dell’acqua contaminata, con oltre 13.000 famiglie colpite dalle inondazioni all’interno dei campi. I centri sanitari sono distrutti o sovraccarichi, e i medicinali essenziali rimangono scarsi. Sono stati istituiti oltre 219 punti sanitari per assistere circa 180.000 persone, ma la pressione è immensa e i bisogni superano di gran lunga la capacità. Un padre ricorda: «Ho perso mio fratello perché non è riuscito a trovare un semplice medicinale. La sua morte non è stata il destino, ma il risultato dell’assedio e di condizioni spietate».

Nel campo, le donne portano il fardello più pesante della sopravvivenza quotidiana. Trascorrono lunghe ore in coda per l’acqua o il cibo, sforzandosi di trasformare tessuti logori in una casa. Molte cucinano su semplici fuochi, lavano i vestiti in bacinelle con poca acqua o gestiscono la tenda come se fosse una vera casa, nonostante la sua fragilità.  

Sarah, mentre lava i panni in una piccola bacinella, dice: “Voglio che i miei figli sappiano che una vera casa ha pareti e un tetto, non solo teli che tremano al vento”. Le donne portano con sé anche la memoria del campo, raccontando storie ai bambini e seminando speranza nonostante la stanchezza. Alcune hanno perso mariti o figli, eppure continuano a farsi carico delle responsabilità, diventando pilastri di resilienza che impediscono alla tenda di crollare. In ogni angolo del campo, si può vedere una donna che si sforza di preservare la vita, di seminare speranza nel cuore di un bambino, o di cucire un vestito nuovo da ritagli di vecchio tessuto.  

I bambini nei campi vivono un’infanzia incompleta. Alcuni giocano tra le tende con giocattoli fatti di scarti di plastica o legno, mentre altri disegnano case sulle pareti di tela, insistendo nell’immaginare una patria diversa. Molti hanno perso le loro scuole, imparando le lettere per terra o scrivendo su quaderni strappati.

Mia madre, seduta con le donne del campo, dice: “Vedo mio figlio scrivere sulla sabbia, come se piantasse un piccolo sogno in una terra immensa”. I bambini affrontano anche la paura quotidiana; il rumore degli aerei, il freddo pungente e l’oscurità all’interno della tenda li spingono ad aggrapparsi alle loro madri in cerca di sicurezza. Eppure inventano piccoli momenti di gioia: una palla fatta di stoffa, un gioco di gruppo tra le tende o una canzone che cantano insieme. Questi dettagli rivelano che l’infanzia nel campo non è solo una questione di perdita, ma anche di resistenza; i bambini si sforzano di creare vita tra le macerie.  

La tenda non è mai stata pensata per essere una casa, ma una sosta temporanea imposta dal tempo e dall’assedio. Eppure, mentre i giorni si trasformavano in mesi, è diventata una pesante realtà che mette alla prova la memoria e la pazienza. Tuttavia, la speranza rimane più forte del tessuto logoro, il diritto al ritorno più grande dei confini del campo, e la patria viva nel cuore, non importa quanto lontana.

Non siamo figli della tenda; siamo figli della casa che è stata distrutta, della patria che ci attende. Un giorno, le tende saranno ripiegate, le porte si apriranno di nuovo e i bambini disegneranno case con muri e tetti, non solo tessuto che trema al vento. Il campo non è un destino eterno, ma una testimonianza di ingiustizia passeggera e di resilienza indomita.


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CREDITI FOTO: © Hamed Sbeata

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