«C’è un Governo centrale che sta cercando di imporre alla Sardegna, attraverso delle decretazioni, un portato speculativo che non abbiamo mai visto prima». Spinte dal maestrale e mescolate al crepitio dei passi sulla pietra, queste sono le parole che, il 30 novembre scorso, rimbalzano tra le mura del centro storico di Cagliari. A scandirle al megafono è Luigi Pisci, militante del Comitato Sarcidano Difesa Territoriale di Isili, dove ha fondato una libreria che funge da vivace centro culturale.
D’intorno, la piazza è gremita. Nel comune sud-orientale dell’isola si sta svolgendo una manifestazione in protesta del nuovo ‘Decreto Aree Idonee’ per l’installazione di impianti a fonti rinnovabili (n.175/2025): decine di migliaia di ettari diventano automaticamente validi per la costruzione di parchi eolici e fotovoltaici, includendo ampie porzioni di terre agricole e pastorali, aree già segnate da servitù militari o da dismissioni industriali e minerarie, siti contaminati o prossimi a zone di pregio paesaggistico e archeologico. Intanto, la resistenza popolare lotta contro un modello di sviluppo che promette sostenibilità e modernizzazione, ma continua a produrre spopolamento, dipendenza e perdita di identità: il colonialismo verde, il «colonialismo estrattivista» dell’industria verde.

La corsa al rinnovabile in Sardegna
Nel 2024, la Sardegna ha consumato poco più di 7.800 GWh di energia, producendone di contro più di 12.500 GWh, di cui circa 1/3 da fonti rinnovabili (FER): un incremento dell’11% rispetto al 2022. A dicembre 2024, erano stati presentati progetti per la costruzione o ampliamento di impianti FER pari a 52,1 GW di potenza totale, fra solare ed eolico. Tradotto in termini di capacity factor, cioè provando a calcolare una stima della resa incrociando le ore effettive di produzione e le condizioni ambientali del Mediterraneo, l’isola arriverebbe a produrre 11 volte il proprio fabbisogno energetico, cioè circa 90.000 GWh. Anche se, stando ai milestones del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), basterebbe un incremento di soli 5,8 GW rispetto al 2023.
A dare una forte spinta a questi investimenti sono stati, rispettivamente sul piano degli indirizzi politici e dei fondi stanziati, il Green Deal Europeo e il PNRR. Ma se, come ha sottolineato Michele Zuddas, avvocato ed attivista, durante un’assemblea cittadina di metà autunno ad Alghero, «l’Unione Europea nelle proprie direttive privilegiava la produzione per il consumo in loco, cioè produzione di prossimità» risulta invece che «questa terra è destinata a dover produrre per chi consuma più energia», con le parole di Maria Grazia Demontis, portavoce del Coordinamento Gallura contro la speculazione energetica, durante lo stesso incontro – cioè l’Italia continentale e, in piccola misura, l’estero, con un totale di circa il 30% di energia esportata.
Anche gli stanziamenti del PNRR – che dei 194,4 miliardi complessivi destinava alla transizione ecologica il 40% delle risorse – inizialmente favorivano impianti piccoli e diffusi, con 2,2 miliardi per le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), strumento che permette ai cittadini di ottenere contributi per installare impianti FER condivisi su piccola scala. Con la revisione del Piano nel 2023, è stato però introdotto il capitolo REPowerEU, il piano per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia e accelerare la transizione verde: le nuove risorse, ricavate da ridistribuzioni settoriali, sono state concesse per 2,76 miliardi come contributi a fondo perduto, mentre i fondi per le CER sono stati ridotti a 795,5 milioni. Si è privilegiata un’autonomia energetica non orizzontale e diffusa, ma verticale e accentrata.
Intanto, spiega Zuddas, «stiamo assistendo a una legislazione che nasce come decretazione d’urgenza, senza una disciplina organica». E con il nuovo decreto «la differenza è procedurale, perché nelle aree idonee c’è una procedura semplificata, nelle aree non dichiarate idonee c’è la procedura ordinaria». In teoria, «la disciplina della produzione e del trasporto di energia è concorrente, cioè ci deve essere un accordo Stato-Regione, mentre in realtà noi abbiamo dei dictat che arrivano sotto forma di decreti legge, senza il coinvolgimento dei territori interessati». Tutto ciò «si scontra con lo Statuto speciale della Sardegna, che è legge costituzionale dello Stato italiano». E considerando che «nel nostro statuto è previsto che l’urbanistica è materia di esclusiva competenza della Regione», dunque «l’individuazione di aree idonee e non idonee rientra principalmente nella materia urbanistica perché è governo del territorio».
Questa debolezza politica della Regione, così, accresce l’istanza indipendentista presente in diversi cittadini sardi. «La rivoluzione autonomista è partita zoppa nel 1948 perché si è scontrata non con uno Stato federalista, ma centralista. Il primo passo verso una condizione indipendente è la capacità dell’autogoverno e di autodeterminazione», afferma Pisci, ma «questo non può avvenire in maniera ideologica, meccanica, dilettantesca»: basti pensare che fra gli ostacoli c’è un deficit strutturale di 5 miliardi che affossa la Regione.

Terre compromesse: miniere abbandonate, industrie dismesse e basi militari
Nella regione del Sulcis-Iglesiense, a Nebida i volumi massicci in pietra e cemento della vecchia cava mineraria si affacciano sul mare con facciate cieche e finestre vuote, mentre i piazzali sono segnati da colature e crepe corrose dal sale, con la grande laveria che incombe dall’alto. Nel complesso, l’insieme appare come un’architettura sorretta più dall’abitudine che dalla stabilità strutturale, con un potenziale di musealizzazione mai attuato. Poco lontano, i capannoni di lavorazione metallurgica e i depositi di Eurallumina e della ex Alcoa-Alumix giacciono in rovina, testimoniando decenni di promesse di riconversione rimaste inevase.
L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) stima che i procedimenti di recupero dei siti contaminati in Sardegna coprano oggi 6.772 ettari, pari allo 0,3 % dell’isola, a cui si aggiungono 1.506 ettari di interventi conclusi dal 1999. Intanto, il Piano regionale delle bonifiche del 2019 ha censito più di mille siti potenzialmente contaminati, il 25% dei quali è stato indicato come di medio-alta o alta priorità: fra questi, la testata La Nuova Sardegna ha contato 404 discariche, 151 siti minerari, 169 aree industriali, 257 siti legati alla distribuzione di carburanti, nonché 9 aree militari.
L’isola, infatti, ospita il 65% del demanio militare e delle servitù militari italiane, e si mappa una superficie di 373,72 km2 sottratta alla cittadinanza, pari a più dell’1,5% della regione. Ne offre un esempio la parte meridionale della stessa area, dove un’enclave fatta di dune sabbiose e macchia mediterranea ospita il Poligono Militare di Teulada: 7.200 ettari per esercitazioni di tiro e addestramento di forze italiane e NATO.
Sentenzia Pisci: «L‘economia di guerra è fortemente energivora, quindi ha la necessità di ampliare i territori su cui far sorgere questi mostri energetici. E impone tutto questo con la retorica della decarbonizzazione e del cambiamento climatico».

Il paesaggio rurale e archeologico sardo come baluardo di identità
«Abbiamo visto progetti che sono a brevissima distanza da siti che oggi sono patrimonio UNESCO. Sembra quasi che le imprese proponenti abbiano piazzato le bandierine sopra una mappa geografica dando l’impressione che potessero essere tranquillamente liberi di ignorare quello che c’era a fianco» spiega Pisci.
Su un rilievo che domina le valli del Sulcis, la fortezza di Pani Loriga si distende come una terrazza fortificata, dove i resti delle abitazioni fenicie e puniche affiorano tra la macchia mediterranea e la terra rossa. Più nell’entroterra, il pozzo sacro di età nuragica di Is Arenas, a Nuraxi Figus, è incassato nel terreno e circondato da una vegetazione che ne attenua i contorni, circondato da affioramenti archeologici che suggeriscono un contesto molto più ampio. In prossimità di entrambi i siti, sono state avanzate proposte di impianti FER.
«Non possiamo conoscere la valenza di un nuraghe che non è ancora stato scavato, quindi abbiamo visto anche la possibile perdita di una valorizzazione che abbiamo sempre atteso e che a causa di questa aggressione potrebbe non avvenire mai», continua.
Intanto, se la strada da Oristano a Portoscuso mostra i segni di quel «deserto industriale senza futuro e senza prospettiva», come lo definisce Pili, e su cui le FER potrebbero dare il colpo di grazia, proseguendo in direzione diametralmente opposta, cioè verso nord, la via costiera per Alghero offre ancora «una ruralità sarda ancora integra», non intaccata da grandi opere.
«Il mondo rurale, da che mondo in mondo, ha sempre fatto dell’economia del cibo la sua ragion d’essere. L’80% per cento veniva prodotto in Sardegna e il 20% arrivava da fuori», nota Pisci, ma ora le percentuali si sono invertite. È «la fine del nostro paesaggio, e quindi di quanto più identitario c’è», ovvero una connessione profonda con un’età dell’oro pre-colonizzatrice, un passato florido per tutti quegli popoli antichi che hanno prosperato delle risorse offerte dall’isola. «L’unica cosa che c’era rimasta per un faticosissimo tentativo di riscatto era la bellezza paesaggistica e dei nostri beni culturali», custodendo uno stile di vita legato a «una dimensione dell’esistere più naturale, alternativa all’inflazione della vita urbanizzata».
Anche Claudia Zuncheddu, medica affiliata all’ Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE), ha più volte ribadito l’imperterrita avanzata del «furto del suolo per trasformare la Sardegna in un hub energetico». Una di queste è stata nella città meridionale di Iglesias, il 15 novembre scorso, in occasione di un’assemblea pubblica volta a discutere i nuovi progetti di parchi eolici a largo della costa: perché il fenomeno investe, oltre che la terra, anche il mare.

Acque interdette: ecosistemi minacciati e pesca sacrificata
«Sebbene questi progetti non verranno tutti realizzati – molti insistono nelle stesse aree – il numero stesso dei progetti rappresenta un dato certamente importante che mette in evidenza non solo l’alto potenziale del nostro Paese, ma anche il fermento del settore dell’eolico offshore» afferma Finalmente off-shore 2025, report stilato da Legambiente. I toni entusiasti per la crescita del settore, però, non sono condivisi dalla maggioranza di quei sardi che vi leggono 24 nuovi progetti destinati all’isola, per un totale di 996 pale.
È inizio novembre e ad Alghero, in uno di quei palazzi che si sottraggono al caratteristico stile catalano che tanto bene tiene traccia di una dominazione spagnola lunga quattro secoli, il Coordinamento Gallura ha organizzato un’assemblea cittadina. Per l’area sono stati avanzati tre progetti di impianti eolici off-shore che, se approvati, si estenderanno con un totale di 158 pale eoliche in un’area di quasi 800 km2 a largo della costa: il Sardinia NorthWest, il Mistral e il Poseidon.
Tra le migliaia di pagine delle proposte di progetto presentate al MESA, gli organizzatori ne indicano una come emblematica della percezione del popolo sardo dalle imprese proponenti. Vi si legge che «i bastimenti adibiti alla pesca sono caratterizzati da dislocamenti molto ridotti» e che, «nel caso estremo di impatto, non si ritiene che tali imbarcazioni possano arrecare danni sostanziali alle strutture galleggianti del parco eolico». Per Aldo, pescatore, la prospettiva andrebbe rovesciata: non sono le barche a dover essere considerate un rischio, ma quelle grandi girandole artificiali, capaci di alterare le rotte dell’avifauna e dei mammiferi acquatici spingendoli verso le zone di pesca, con effetti potenzialmente devastanti sul settore e l’ambiente.
Ma alle volte gli errori sarebbero anche più elementari e, per la loro banalità, impressionanti. Il matematico Agostino Conti fa presente che, nel progetto Mistral, ci sono sì le rilevazioni degli anemometri (che stimano, sulla base delle correnti ventose in un determinato arco temporale, quanto potrebbe fruttare l’energia prodotta da un impianto eolico in una certa zona), ma nei grafici manca l’intervallo di tempo osservato. In un passaggio, addirittura, si confonderebbe il diametro con il raggio in calcoli geometrici sulle circonferenze di alcune componenti.
Qualche giorno prima, lungo la costa orientale, nel piccolo borgo marinaro di Siniscola, i pescatori galluresi si erano uniti in protesta: un giorno prima della fine del blocco delle attività di pesca, il provvedimento valido per ottobre era stato rinnovato per l’intero mese di novembre. Mentre la Capitaneria di Porto sequestrava volantini e striscioni, davanti alle telecamere Pili denunciava «gli scellerati progetti eolici» che ostacolano «la dignità dei pescatori e la tutela dell’economia del mare», sottolineando anche i mancati indennizzi per i “decreti blocca-pesca” che si sono susseguiti fra 2023 e 2024.
Questo tipo di provvedimenti sono ufficialmente pensati come misura di conservazione degli stock ittici, ma i manifestanti identificano fra le motivazioni anche i progetti di ispezione dei fondali per la progettazione di impianti off-shore. E in questa «sovrapposizione stratificata di fallimenti», ribadisce Pisci, «questa per noi è una battaglia esistenziale».

Una lunga storia di piani di sviluppo calati dall’alto
La crisi della Sardegna, per Pisci e gran parte dei sardi, non può prescindere da «una serie di piani di sviluppo che non erano autoctoni».
La «genesi coloniale» è l’integrazione forzata della Sardegna nello Stato sabaudo nel Settecento, quando l’isola passa in mano a una classe dirigente esterna, che produce una serie di politiche piemontesi sullo sfruttamento delle risorse forestali. «Non sappiamo se fare i porcari in mezzo alla foresta sarebbe stato conveniente. Però è arrivato il trauma esterno, il colonialista che si è preso 400.000 ettari di foresta primaria per l’industria del legno di allora» spiega. «Sparite le foreste, si sono aperti gli spazi per i pascoli, e così siamo diventati i massimi depositari di capi ovini»: una sorta di «monocultura, esattamente come è stata quella del caffè, del cacao o della noce moscata» nelle grandi colonie europee. I sardi hanno subìto e si sono adattati, ma poi è venuta quella fase di «industrializzazione italiana trasferita meccanicamente su suolo sardo», ed ecco che negli anni Sessanta aprono il polo petrolchimico di Porto Torres, quello chimico di Ottana, la produzione metallurgica dei capanni di Portovesme e la grande raffineria a Sarroch, fra gli altri. «Così potete smetterla di mungere e potete finalmente mettervi la tuta blu».
Lo stabilimento di Porto Torres, oggi, non esiste più. È stato progressivamente dismesso con le delocalizzazioni dal 2007 in poi. È in fase di bonifica, e include un impianto FER sostenuto dal grande colosso del fossile Eni. Una sorte simile è toccata agli impianti di Ottana, con la differenza che attualmente non sono gestiti direttamente da Eni, ma da una sua azienda partner, la Energy Dome.
Se ieri erano i piemontesi, ora «Ci troviamo davanti il mondo delle imprese che sono delle Srl farlocche dietro cui ci sono grandi fondi di investimento e i grandi colossi energetici, italiani e internazionali». I quali, sostiene Pisci, «semplicemente pensano che queste terre siano disabitate, e che quindi ci si possa fare più o meno tutto quello che si vuole, anche perché chi le abita tuttora, non le sa valorizzare».
I poli di Portovesme e Sarroch, invece, sono ancora in funzione, ma in crisi. La prima è in mano alla multinazionale Glencore, vede recenti e importanti tagli del personale e insieme alla canadese Li-Cycle ha annunciato un progetto per trasformare parte del sito in un hub europeo per il riciclo delle batterie al litio. Di fronte alla disoccupazione galoppante, «Il sud è stato condannato a dover evocare questa produzione», aveva chiarito Demontis durante l’assemblea cittadina di Alghero, perciò «i grandi sindacati sono favorevoli, perché il gas andrebbe a alimentare le ultime industrie energivore rimaste a cui i sindacati sono fisiologicamente agganciati».
La Sarroch invece ha registrato una significativa diminuzione dell’utile. Il suo futuro è incerto, anche a seguito di incidenti ambientali e quantitativi di emissioni ora sotto verifica.
Non in ultimo, infatti, i territori si svuotano perché «Siamo di fronte a eccessi di mortalità rispetto al resto d’Italia», aveva affermato Zuncheddu durante l’assemblea pubblica ad Iglesias. All’industria si imputano la presenza diffusa di metalli pesanti, idrocarburi e solventi, mentre alla indiscriminata e massiccia presenza dell’eolico si contestano gli effetti non solo dell’inquinamento acustico sulla psiche, ma anche le conseguenze della contaminazione del sottosuolo: «servono 400 tonnellate di cemento e 600 tonnellate di ferro per impiantare una pala eolica», e in più mancano garanzie alla cittadinanza sullo smaltimento degli impianti, considerando che hanno «una vita media di circa 20-30 anni». Parallelamente, se grandi e concentrati in una piccola area, «gli impianti fotovoltaici accumulano talmente tanto calore, poi rilasciato, da creare dei danni alle coltivazioni o agli allevamenti adiacenti per via delle variazioni dei microclimi», spiega Zuddas.
Il paradosso, aveva denunciato la dottoressa, è che «Oggi non abbiamo servizi sanitari che ci permettono di poter andare a imparare quello che altri ci vanno a provocare». Ma se la crisi del sistema sanitario pubblico dilaga generale nell’intero Paese, c’è ancora un modo di fare prevenzione primaria: «Cambiare i modelli di sviluppo».
Una proposta alternativa di iniziativa popolare
Il più dell’opinione pubblica sarda, intanto, non considera le istituzioni locali come vittime di Roma, ma come sue complici. «La Regione si è calata le braghe» lamenta Mauro Pili, giornalista e attivista nonché ex-presidente della Regione Sardegna: «La classe politica di questo territorio non ha alzato un dito per connivenza con i partiti nazionali».
La ferita con le amministrazioni locali si è irrimediabilmente lacerata quando la società civile ha presentato una proposta di legge alternativa sull’identificazione delle aree idonee. Si tratta della Pratobello 24, mai giunta in discussione in Consiglio regionale. Zuddas, che ne è portavoce ufficiale, denuncia che «il peggiore insulto è stato quello di mettere una legge di iniziativa popolare in un cassetto dicendo ‘la legge siamo noi’», ricordando come, nella torrida estate sarda e in appena due settimane, più di 200 mila persone si fossero mobilitate a firmarla. Anche perchè «Non abbiamo posto la condizione di approvarla» continua, «ma che venisse quantomeno discussa».
«Abbiamo chiesto la divisione della Sardegna in distretti energetici. Ogni distretto ha le sue caratteristiche, le sue esigenze», specifica Pisci, mettendo in chiaro che «prima andrebbe riammodernata la rete energetica, e poi fatta una transizione su misura», con riguardo per le CER.
Mette in chiaro Zuddas: «La protesta contro la speculazione energetica non è contro l’energia rinnovabile. Quello che rivendichiamo è poter decidere come e dove produrre l’energia rinnovabile».
L’anti-colonialismo internazionalista per un buon vento alla resistenza di domani
«La pongono sull’incomprensione del locale rispetto alla valenza tecnologica del progresso» riflette Pisci. «Ma quella che loro chiamano modernità ha portato 306 dei nostri 377 comuni in regresso demografico. Quindi, devono ancora spiegarmi in cosa consiste una modernità che, anziché arricchire i territori, li svuota».
Durante la manifestazione di fine novembre ad Alghero, una giovane del collettivo A foras, rete che si oppone all’occupazione militare della Sardegna, prende la parola: «A tutti quei giovani sardi che non vedono il futuro e si stanno lasciando andare, io dico: non è colpa nostra ma è compito nostro reagire».
Attualmente l’emigrazione è un fenomeno diffuso fra i giovani sardi piegati dalla crisi. «Da un punto di vista demografico siamo una preda facile perché sono rimasti soprattutto gli anziani e la proprietà della terra, a causa della crisi dell’agricoltura e dell’allevamento, non ha più quella valenza che poteva avere decenni fa» continua Pisci. E in caso di impianti FER, chi resiste senza vendere subisce l’esproprio per pubblica utilità.
Con le parole di Zuncheddu, mentre «la politica senza morale è brigantaggio», non basta la «guerriglia legale», come la definisce Pili. In un clima di «sfiducia nella politica e crisi della militanza», come puntualizza Zuddas, è imprescindibile una presenza, tanto di piazza quanto virtuale, che sia capillare e rappresentativa dell’intera società: fra gli organizzatori di assemblee cittadine in città ubicate ai poli opposti dell’isola, spesso si rivedono gli stessi volti, mentre solo alcuni giovani si dedicano l’attivismo digitale.
Oggi, le mobilitazioni contro i crimini di Israele in Palestina sembrano offrire nuovi orizzonti intersezionali di lotta: «Adesso la grande sfida è quella di intercettare questa nuova generazione militante» afferma Pisci, perché «le forme di colonialismo e di suprematismo che si subiscono direttamente non sono meno gravi di quelle che subiscono altri popoli»: la distinzione è semmai fra colonialismo di insediamento e colonialismo estrattivo.
«Noi attendiamo ovviamente questo ricambio generazionale con grande necessità» continua, dal momento che «non possiamo andare a ribaltare i cantieri con i pensionati. Non possiamo chiedere, a una generazione che ha già fatto il Sessantotto, di fare anche il 2028 o il 2038».
Intanto, «La mobilitazione che c’è, è ancora una febbrile fiammella», ammette realisticamente Pili. Che però, sotto quello stesso vento che fa girare centinaia di pale eoliche su suolo e mare sardo, e quel sole che alimenta migliaia di impianti fotovoltaici, può far scaturire «un incendio popolare, sociale, di reazione».
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