Beirut – È un Libano stanco, piegato, martoriato e insanguinato quello dove da qualche giorno non cadono più bombe. Dopo il massacro israeliano dell’otto aprile 2026, passato alla storia come il mercoledì nero, che in pochi minuti ha ucciso più di trecento persone, Israele si è detto pronto a colloqui diretti con il presidente libanese Joseph Aoun e il suo primo ministro Nawaf Salam. Dieci giorni di cessate il fuoco, almeno da accordi, ma di fronte all’offerta israeliana di colloqui faccia a faccia, il Libano si scopre più fragile e diviso che mai. Tra il trauma dei civili, il ruolo di Hezbollah e lo spettro di una nuova guerra civile, il Libano cerca una sovranità che sembra svanire tra le macerie e le lacrime delle madri, che sotto le bombe hanno perso i propri figli.
Li ha curati anche lui i feriti del mercoledì nero, Elias Jrade, medico e deputato maronita indipendente. Feriti che in quel mercoledì arrivavano a centinaia, come un fiume in piena negli ospedali di Beirut senza più spazio e senza più sangue.

Un massacro che ha alimentato il settarismo
“Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome: quello di mercoledì 8 aprile è un crimine di guerra. Quel giorno ho visto bambini, donne e anziani massacrati. Erano tra le mie mani”, dichiara il deputato, “è vergognoso che vi siano voci, anche interne al Libano, che cercano di giustificarlo. L’offerta di colloqui diretti è una mossa strategica per separare il percorso del Libano dai negoziati regionali (quelli tra Iran e USA). Il Libano era incluso nel cessate il fuoco dell’area del Golfo, approvato dai mediatori, ma Israele sta cercando di isolarci. Il governo libanese non è stato abbastanza intelligente da pretendere l’attuazione di quel cessate il fuoco, permettendo che il nostro territorio venisse trattato come un’entità separata sotto il dominio israeliano e americano”.
Dopo giorni di incessanti bombardamenti anche su zone non controllate dal partito-milizia Hezbollah, rivendicati da Israele come attacchi mirati a target ben precisi, il malcontento e la divisione settaria in Libano crescono.
“Non abbiamo costruito un governo capace di edificare una nazione e sostenere il proprio popolo. Ciò che vediamo oggi è il riflesso di una divisione profonda nella società, schiacciata da pressioni esterne. Siamo nel mezzo di quella che definirei una “terza guerra mondiale silenziosa” e l’idea di esercitare una completa sovranità sulle nostre decisioni, in questo caos, sta diventando purtroppo poco realistica”, continua il deputato.
Il rischio concreto che il Libano non sia più un Paese sovrano
Sono centinaia le persone che all’indomani del massacro dell’otto aprile e poco prima dell’incontro a Washington tra tra i rappresentanti israeliani e quelli libanesi, sono scese in piazza a Beirut per protestare contro i negoziati diretti. Tra i sostenitori di Hezbollah cresce, infatti, la paura che i colloqui porteranno alla normalizzazione dell’occupazione nel sud del Paese. D’altronde, nel 2024 Israele ha conquistato più territorio durante il cessate il fuoco che in battaglia.
Nel 2024, Israele ha conquistato più territorio libanese durante il cessate il fuoco che in battaglia.
Secondo Jrade “Israele chiede negoziati diretti proprio perché vuole arrivare al punto in cui il Libano sia costretto a riconoscerlo. C’è una parte della società che è terrorizzata dall’idea che si ripeta quanto accaduto nel 2024: un accordo che Israele non ha rispettato, continuando a bombardare e occupare il Sud. Tuttavia, per me, che il negoziato sia diretto o indiretto è solo una formalità. Il vero problema non è il “come”, ma con quali punti di forza ci si siede al tavolo”.
Ed è proprio sulle condizioni dell’accordo che oggi si divide il paese: chi sostiene fermamente che la soluzione debba arrivare dal disarmo immediato di Hezbollah e chi invece chiede prima garanzie da Israele, un cessate il fuoco permanente e il ritiro delle truppe dal sud del Paese.
Un Paese diviso anche in merito a Hezbollah
“Ci sono posizioni molto diverse, a volte opposte, anche riguardo a Israele”, ci dice Christina Foerch Saab cofondatrice di Fighters for Peace in Libano, “qualche giorno fa abbiamo fatto un workshop e quando è stata chiesta l’opinione della gente rispetto ad Israele alcuni hanno detto: ‘Crediamo davvero che Israele ci stia aiutando a liberarci di Hezbollah, e una volta liberati, si ritireranno dal Libano e tutto andrà bene. Finalmente potremo vivere in pace’. Questa era davvero la posizione di alcuni partecipanti. Ci sono molte opinioni diverse. Questo crea tensione all’interno del Paese, perché dall’altro lato c’è ovviamente Hezbollah e i suoi simpatizzanti che dicono: ‘Siamo gli unici che combattono e difendono questo Paese, diamo il nostro sangue per il bene del Libano’”.
La stragrande maggioranza dei più di un milione di sfollati interni libanesi è sciita e vicina ad Hezbollah. Il partito-milizia negli anni ha infatti costruito un sistema di welfare sociale che ha sostituito lo Stato lì dove era assente. Tra la popolazione del Sud del Libano e dei sobborghi di Dahiyeh le persone sono legate al Partito di Dio non solo perché sono “gli unici a difenderli”, ma anche perché – come già spiegava Valeria Rando in un reportage per Kritica, ndr – hanno dato loro scuole, banche, ospedali, ambulanze, un sistema di infrastrutture che va ben oltre la dimensione ideologico-religiosa del partito-milizia.
Le persone sono legate al Partito di Dio non solo perché sono “gli unici a difenderli”, ma anche perché hanno dato loro scuole, banche, ospedali, ambulanze, un sistema di infrastrutture che va ben oltre la dimensione ideologico-religiosa del partito-milizia.
La visione della violenza politica è cambiata
“Come ONG”, continua la donna, “stiamo cercando proattivamente di raggiungere la comunità sciita, le persone del Sud e della valle della Bekaa, dicendo loro che dobbiamo sederci insieme, dobbiamo costruire questo Paese insieme e trovare un terreno comune. Non possiamo continuare così per sempre. Ci proviamo, ma ci sono molti ostacoli. Penso però che la differenza tra oggi e il 1975, almeno da quanto dicono i nostri ex combattenti, sia che quando loro andarono in guerra, non c’era nessuno ad avvertirli. Anzi, la violenza politica era molto più accettata in tutte le sette e i gruppi politici; era vista come un mezzo legittimo per raggiungere un fine politico. Ora, credo di no: la maggior parte dei gruppi non vuole più usare la violenza, eccetto Hezbollah che ha ancora le armi. Ci sono differenze se paragoni il 1975 ad oggi, perché c’è l’esperienza di ciò che è accaduto allora. C’è la consapevolezza. Ed è su questo che lavoriamo con Fighters for Peace e molte altre ONG”.
“Rispetto al 1975, la visione della violenza politica è cambiata: ora la maggior parte dei gruppi, eccetto Hezbollah, non vuole più utilizzarla”.
La memoria della guerra civile riaccende il trauma
Eppure in una grande fetta di popolazione che vive a Beirut cresce il malcontento e la paura degli sfollati sciiti. Molti, soprattutto tra la borghesia maronita, vedono negli sfollati un pericolo: “Non sai mai chi c’è tra gli sfollati, se Hezbollah si nasconde tra i civili rende target anche noi”, sostiene Pierre, un ex combattente delle forze armate libanesi, “se tu metti basi militari o nascondi persone di Hezbollah in mezzo ai civili, poi succedono cose come il massacro di mercoledì 8 aprile. Hezbollah usa i civili come scudi umani. Il nemico attualmente per me è Hezbollah. Non posso accettare né la sua ideologia, né le sue opinioni. Loro vogliono la distruzione del Libano per servire l’Iran”.
Lo incontriamo in occasione del memoriale della guerra civile libanese, scoppiata il 13 aprile del 1975.
“Dalla fine della guerra civile a oggi, siamo stati capaci di distruggere il nostro Stato, ma non siamo stati in grado di costruire nulla al suo posto”, interviene Ziad ex combattente a fianco delle milizie palestinesi e membro del Partito comunista, “non abbiamo mai chiuso davvero il capitolo della guerra civile perché nessuno ha pagato per quello che è stato fatto. Senza un’assunzione di responsabilità, non possiamo andare avanti. So bene che i negoziati con Israele non sono perfetti, ma dobbiamo trovare una via d’uscita. Non possiamo combattere in eterno; quello che abbiamo fatto finora deve servire come base per negoziare la pace, non per continuare il conflitto.”
Secondo Ziad “l’unico modo per cambiare le cose è che Hezbollah cambi le sue regole. Devono ammettere di essere libanesi prima che iraniani. Devono disarmarsi, perché il disarmo è la precondizione per la fiducia. La nostra priorità assoluta deve essere impedire ai partiti di trascinarci di nuovo nel baratro della guerra civile”.
“L’unico modo per cambiare le cose è che Hezbollah cambi le sue regole. Devono ammettere di essere libanesi prima che iraniani”.
Ma Hezbollah è stato molto chiaro: nessun accordo con Israele e nessun disarmo senza garanzie.

“È un’illusione credere che Israele agisca per la pace”
“Il governo non può andare a negoziare a mani vuote o, peggio, promettendo di disarmare la resistenza. I punti fermi devono essere: ritiro completo degli israeliani da tutto il territorio libanese, nessuna violazione della sovranità del Libano, rilascio degli ostaggi, ritorno degli sfollati e ricostruzione senza pressioni esterne”, continua il deputato maronita Elias Jrade, “solo se queste condizioni sono garantite dai mediatori, la forma del colloquio smetterebbe di essere motivo di disputa tra i libanesi. Se il governo negozia stupidamente senza principi, la gente continuerà a manifestare contro di esso”.
Ma mentre scriviamo il cessate il fuoco è ancora fragile e Israele invita i profughi a non tornare lì dove dice di aver istituito una “linea gialla” che tanto ricorda quella di Gaza. La Linea gialla coincide con il fiume Litani, confine storico delle mire espansionistiche israeliane.
“È un’illusione credere che Israele agisca per la pace. Israele non ha rispettato gli accordi precedenti e continua a violare la sovranità libanese uccidendo a destra e a manca”, conclude Jrade, “adesso da una parte il governo libanese chiede all’esercito regolare di non affrontare l’invasione per evitare l’escalation, dall’altra ordina di togliere le armi alla resistenza che difende il popolo. Israele intanto cerca di alimentare l’instabilità interna e trasformare la guerra in un conflitto tra libanesi. Ma, come abbiamo visto a Gaza, fermare Israele non è una questione solo di Hezbollah o degli Sciiti, è una questione che riguarda tutta l’ umanità”.
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CREDITI FOTO: © Lidia Ginestra Giuffrida

Giornalista freelance, si occupa di guerre e delle conseguenze delle guerre: dalle migrazioni alle diaspore contemporanee. Ha lavorato sul campo in diverse zone di conflitto dalla Palestina alla Siria fino all’Ucraina. Lavora per teste italiane ed estere tra cui Al Jazeera English, New Lines Magazine, L’Espresso, Fanpage.it, il Manifesto e altre.

