sabato 02/05/2026, 10:15

Con l’inizio del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza, la figura di Francesca Albanese è emersa come una guida nell’impegno contro la cancellazione del popolo palestinese. Relatrice speciale ONU per la situazione dei diritti umani nei Territori occupati, oggi sottoposta a una pressione costante per il contenuto delle sue posizioni e a reiterate violenze istituzionali da parte in primo luogo del governo degli Stati Uniti, Albanese non è la prima persona nel suo ruolo, come ha sottolineato lei stessa più volte, a doversi districare tra attacchi frontali e delegittimazioni.

Abbiamo raggiunto Michael Lynk, che ha preceduto Francesca Albanese come Relatore speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Durante il suo mandato tra il 2016 e il 2022, Lynk ha osservato e documentato una delle occupazioni più lunghe del mondo contemporaneo, contribuendo a definire giuridicamente alcuni degli aspetti più delicati del dibattito internazionale.

Professor Lynk, oggi, qual è la sua valutazione della situazione nei Territori palestinesi occupati e quali fattori ritiene più preoccupanti nel prossimo futuro?

Questo è il periodo più buio dell’occupazione israeliana, se misurato rispetto a quasi 60 anni di un’occupazione già buia, spietata e oppressiva. Il programma del governo israeliano per annettere illegalmente la Cisgiordania, dopo aver già annesso illegalmente Gerusalemme Est in due fasi nel 1967 e nel 1980, equivale a una versione più spinta dell’occupazione, portata avanti sotto gli occhi della comunità internazionale, ma con una reazione effettiva sorprendentemente debole.

L’annessione di territori occupati è illegale secondo il diritto internazionale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e l’annessione da parte di Israele di territorio palestinese è stata dichiarata illegale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dall’Assemblea Generale e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Israele continua però a godere di impunità rispetto alle conseguenze delle proprie azioni a causa della passività dell’Europa e del Nord America.

La crescita esponenziale degli insediamenti israeliani,  l’asse portante dell’apartheid israeliano nel territorio palestinese occupato, negli ultimi anni indica sia la volontà israeliana di annettere formalmente la Cisgiordania sia l’inefficacia delle tiepide critiche provenienti dall’Occidente. Oggi, con i continui annunci israeliani di nuovi insediamenti, l’aumento drastico della violenza dei coloni e dell’esercito contro i palestinesi in Cisgiordania, e la crescente confisca di terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e per strade riservate ai coloni, la maschera è caduta. Se il Nord globale non adotterà misure decisive contro Israele mediante sanzioni e disinvestimenti, di fronte alla crescita incessante degli insediamenti e al genocidio a Gaza, allora non è mai stato realmente interessato a sostenere una soluzione a due Stati.

Nel periodo in cui è stato in carica, quali sono stati i risultati che considera più rilevanti?

In qualità di Relatore speciale delle Nazioni Unite, ero tenuto a presentare due relazioni approfondite l’anno, una all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York e una al Consiglio per i diritti umani a Ginevra, dedicate all’andamento dei diritti umani nel territorio palestinese occupato. Sono orgoglioso di tutte le relazioni che ho scritto, ma tre in particolare hanno avuto un impatto notevole.

La prima, presentata nell’ottobre 2017, riguardava l’illegalità dell’occupazione israeliana. In quel rapporto sostenevo che l’occupazione aveva superato una soglia di illegalità, violando le regole fondamentali del diritto internazionale che disciplinano il comportamento di una potenza occupante. Divieto di annessione territoriale, carattere temporaneo e limitato dell’occupazione, che in linea generale non dovrebbe superare gli otto o dieci anni, obbligo di agire nell’interesse della popolazione occupata, amministrazione del territorio in buona fede e pieno rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite.

Nel rapporto raccomandavo che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite chiedesse un parere consultivo alla Corte internazionale di giustizia per stabilire se l’occupazione israeliana fosse ormai da considerarsi illegale. L’Assemblea ha adottato una risoluzione in tal senso nel dicembre 2022 e la Corte ha reso il proprio parere nel luglio 2024, concludendo che l’occupazione israeliana è illegale.

La seconda relazione, presentata nel marzo 2021 al Consiglio per i diritti umani, spiegava perché gli insediamenti israeliani, già definiti dal Consiglio di sicurezza una “violazione flagrante del diritto internazionale” nella risoluzione 2334 del dicembre 2016, dovessero essere considerati un crimine di guerra. Ho richiamato le disposizioni del Protocollo aggiuntivo I del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dello Statuto di Roma del 1998, che qualificano come crimine di guerra la costruzione di insediamenti civili da parte di una potenza occupante in un territorio occupato. Dopo la pubblicazione di questa relazione, anche altri organi delle Nazioni Unite hanno iniziato a definire gli insediamenti israeliani come crimini, tra cui l’Alto Commissario ONU per i diritti umani.

Infine, nell’ultima relazione presentata nel marzo 2022 al Consiglio per i diritti umani, ho concluso che Israele pratica un sistema di apartheid nel territorio palestinese occupato. Non sono stato il primo osservatore internazionale a giungere a questa conclusione, ma tra i primi all’interno delle Nazioni Unite a dichiararlo apertamente, rafforzando il lavoro di numerose organizzazioni per i diritti umani, internazionali, palestinesi e israeliane, che erano già arrivate alla stessa conclusione.

Durante il suo mandato, quale momento ha svelato in modo più chiaro il limite dell’azione delle Nazioni Unite nei territori palestinesi occupati?

Paradossalmente, i limiti dell’azione delle Nazioni Unite nei Territori palestinesi occupati sono diventati evidenti proprio con l’adozione della risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza nel dicembre 2016, all’inizio del mio mandato. Il Consiglio è riuscito ad approvare un testo molto forte contro gli insediamenti israeliani e ha chiesto a tutti gli Stati membri di distinguere tra Israele e il Territorio palestinese occupato. Gli Stati Uniti, che spesso pongono il veto su risoluzioni contrarie a Israele, almeno 49 volte dal 1973, in quel caso si sono astenuti durante l’amministrazione Obama, permettendo l’adozione del testo, un momento che può essere visto come uno dei punti più alti per le Nazioni Unite.

Resta però l’unica risoluzione critica verso Israele adottata dal Consiglio negli ultimi 17 anni e dimostra quanto forte sia il controllo degli Stati Uniti sull’azione dell’ONU su questo dossier. Come ha scritto Kofi Annan nelle sue memorie “Interventions” del 2012, gli Stati Uniti hanno usato il veto per proteggere Israele anche da pressioni e verifiche internazionali, paralizzando il Consiglio su uno dei conflitti più drammatici del mondo.

Questo significa che gli Stati Uniti usano il loro peso internazionale alle Nazioni Unite in due modi. Il primo è il veto nel Consiglio di Sicurezza, che hanno usato spesso per bloccare risoluzioni ostili a Israele. Questo ha un effetto anche sugli altri membri del Consiglio, che sanno già che qualunque proposta contro Israele verrebbe comunque bocciata dagli Stati Uniti, e quindi spesso evitano perfino di presentarla.

In secondo luogo, gli Stati Uniti a volte permettono che il Consiglio approvi risoluzioni vincolanti critiche nei confronti di Israele, ma poi si assicurano che non vengano applicate dall’ONU. La risoluzione 2334 sugli insediamenti israeliani è un esempio perfetto, perché non è mai stata fatta rispettare dalle Nazioni Unite e nel frattempo gli insediamenti sono cresciuti più rapidamente che mai. Lo stesso è accaduto durante il genocidio a Gaza. Tra novembre 2023 e giugno 2024 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato quattro risoluzioni che chiedevano un cessate il fuoco a Gaza. La più autorevole era la risoluzione 2735 del giugno 2024, che chiedeva un cessate il fuoco immediato, pieno e completo. Non è mai successo, e il genocidio è continuato, con Israele in larga misura senza restrizioni da parte degli Stati Uniti per altri 16 mesi, fino al cessate il fuoco dell’ottobre 2025, perché gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di far applicare la risoluzione.

Gli Stati Uniti a volte permettono che il Consiglio approvi risoluzioni vincolanti critiche nei confronti di Israele, ma poi si assicurano che non vengano applicate dall’ONU.

Fino a che punto il diritto internazionale, così come è strutturato oggi, riesce ancora a frenare situazioni di occupazione prolungata come quella in Palestina?

Il diritto internazionale è rispettato dalla maggior parte dei Paesi, nella maggior parte dei casi. Le occupazioni sono oggi meno frequenti, e le annessioni illegali anche, rispetto al periodo precedente al 1945. Disponiamo inoltre di un insieme molto più ampio di norme internazionali che vietano l’annessione e disciplinano in modo rigoroso le occupazioni. L’ONU, in particolare l’Assemblea generale e il Consiglio per i diritti umani, ha approvato numerose risoluzioni contrarie all’occupazione israeliana fin dal 1971, ma gli Stati Uniti si considerano una nazione eccezionale e estendono questa eccezionalità a Israele.

Gli Stati Uniti si considerano una nazione eccezionale e estendono questa eccezionalità a Israele.

Come già detto, nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato che l’occupazione israeliana del territorio palestinese è diventata illegale e deve terminare “nel più breve tempo possibile”. Nel settembre 2024, l’Assemblea generale dell’ONU ha accolto quella sentenza e ha stabilito che Israele deve porre fine all’occupazione entro settembre 2025, cosa che ovviamente non è avvenuta. L’incapacità di far rispettare i principi più basilari del diritto internazionale, che sono le solenni promesse che le nazioni si fanno tra loro e ai propri popoli, sta minando l’ordine internazionale.

Gli Stati Uniti e l’Europa hanno una responsabilità significativa per la persistenza dell’occupazione israeliana della Palestina e per il fallimento nel garantire una pace giusta e duratura nella regione. L’occupazione è oggi più radicata che mai. Le condizioni di vita dei palestinesi, per non parlare del loro futuro politico, sono diventate ancora più precarie. La sfida aperta di Israele è rimasta quasi senza conseguenze. Il processo di pace è fermo e non esiste un dibattito serio su una sua ripresa. In questa fase storica, nel pieno del terzo decennio del XXI secolo, il mondo tollera ciò che non dovrebbe essere tollerato, l’imposizione di una realtà coloniale in Palestina. Tutto questo favorisce la potenza occupante e va contro i diritti di chi è sottoposto, diritti che attendono da troppo tempo di essere ristabiliti.

Eppure, paradossalmente, il diritto internazionale resta la prospettiva più solida per un percorso credibile. È ormai evidente che l’approccio realistico che ha guidato finora il processo di pace in Medio Oriente ha esaurito la sua spinta. Continuare sulla stessa strada non funziona e non funzionerà. Serve un nuovo approccio diplomatico che metta al centro diritti e legalità. È una condizione necessaria, ma da sola non basta. Serve anche una diplomazia capace di assumersi dei rischi e di porre finalmente le domande giuste, su come un’occupazione che dura da oltre cinquant’anni sia diventata indistinguibile da un’annessione e da un sistema di apartheid. Tutto questo, insieme all’applicazione internazionale della responsabilità, potrebbe finalmente permettere a palestinesi e israeliani di condividere un futuro prospero.

Si parla con crescente frequenza di una crisi di legittimità delle istituzioni internazionali. Questa crisi è, a suo avviso, reversibile?

Sì, è possibile, ma solo se diritti e legalità diventano centrali nel processo di inversione. Il diritto internazionale non riguarda solo giuristi e diplomatici, riguarda tutti noi ed è la nostra migliore difesa contro la guerra, contro il ruolo dell’industria dei combustibili fossili nel produrre il cambiamento climatico, contro le violazioni dei diritti umani e contro sofferenze evitabili in ogni parte del mondo.
Mettere diritti e legalità al centro per invertire questa crisi è possibile, ma richiede una mobilitazione della società civile e delle organizzazioni per i diritti umani su scala globale, affinché si chieda che gli Stati che violano il diritto internazionale siano chiamati a risponderne.
Alla fine sarà decisiva l’opinione pubblica, perché siamo noi i veri custodi del diritto internazionale.

Esistono responsabilità giuridiche e politiche già chiaramente individuabili che la comunità internazionale continua a non affrontare apertamente?

La chiave mancante per aprire la gabbia d’acciaio che imprigiona la Palestina è la responsabilità e la fine dell’impunità. La responsabilità, cioè il dovere di rispondere dell’esercizio del potere, è un pilastro indispensabile dello Stato di diritto e di un ordine internazionale fondato su regole. Nessun sistema giuridico, interno o internazionale, può conquistare e mantenere legittimità se non è in grado di applicare sanzioni efficaci e offrire rimedi quando le norme vengono violate. Senza responsabilità, il potere prevale sul diritto, la giustizia perde significato e chi è privo di forza resta esposto alla sofferenza o spinto verso forme irregolari, anche violente, per ottenere una propria misura di giustizia. Un diritto senza tutela, in definitiva, non è affatto un diritto.

L’obbligo di rispettare il diritto internazionale supera la falsa dicotomia tra politica e diritto. Il diritto internazionale riflette e rafforza i valori fondamentali del mondo moderno e fornisce i limiti entro cui devono svolgersi le decisioni politiche e gli accordi diplomatici.

Anche la legge internazionale sui diritti umani e il diritto umanitario rappresentano tra i massimi risultati collettivi, perché la loro finalità è proteggere i più vulnerabili e indifesi tra noi, e garantire dignità e uguaglianza per tutti. Di conseguenza, tutti sono tenuti a rispettare le direttive delle Nazioni Unite e le leggi del nostro ordine internazionale, sia che si tratti di un tiranno sia di un democratico. Questi obblighi non ammettono eccezioni, altrimenti i regimi autoritari troverebbero conforto nella propria oppressione e i democratici sarebbero tentati di comportarsi da dittatori.

Uno dei problemi più evidenti del mondo contemporaneo è la mancanza di volontà politica. Le regole esistono, ciò che manca è la loro applicazione e la capacità di imporre responsabilità. Troppo spesso queste vengono esercitate in modo selettivo e parziale, su questioni estremamente delicate, riflettendo una combinazione scoraggiante di scelta consapevole e indifferenza, di complicità e apatia.

In molte occasioni la sfida aperta è stata ignorata e i comportamenti fuori norma sono stati tollerati o giustificati. Questa carenza di responsabilità spinge verso nuovi conflitti, premia chi perseguita, abbandona chi subisce e annulla la giustizia. Inoltre, erode la fiducia popolare nell’efficacia del diritto internazionale, mettendo così a rischio un bene comune prezioso. Coloro che proclamano ma non agiscono condivideranno la responsabilità dei crimini del persecutore davanti al tribunale della storia.

Il suo mandato si è concluso in un momento di forte tensione internazionale. Cosa è cambiato rispetto all’inizio del suo incarico nel modo in cui la comunità internazionale guarda alla Palestina?

Purtroppo è servito un genocidio a Gaza, ampiamente documentato ma in larga parte lasciato senza freni, perché il Nord globale iniziasse almeno in parte a interrogarsi sul proprio ruolo nel rafforzare l’occupazione israeliana e nel negare l’autodeterminazione palestinese. Anche se il genocidio è iniziato diciotto mesi dopo la fine del mio mandato come Relatore speciale delle Nazioni Unite, i segnali erano già evidenti e lasciavano prevedere un’esplosione nel prossimo futuro. Una lezione amara della fine del colonialismo novecentesco è che una potenza coloniale o oppressiva non può tenere a lungo un vulcano tappato.

Prima dell’ottobre 2023, l’occidente aveva mostrato una forte riluttanza a imporre qualsiasi forma di responsabilità effettiva a Israele per l’occupazione permanente e per le gravi violazioni del diritto internazionale. A fronte di numerose risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedevano la fine dell’occupazione, lo smantellamento degli insediamenti, la revoca dell’annessione di Gerusalemme Est, il rispetto degli obblighi in materia di diritti umani, l’indagine sui presunti crimini di guerra, il ritorno dei rifugiati palestinesi e la rimozione degli ostacoli all’autodeterminazione, Israele ha mantenuto una posizione di forte resistenza.

Israele ha valutato con lucidità che la comunità internazionale, in particolare i Paesi industrializzati occidentali, non aveva la volontà politica di porre fine alla sua impunità e, di conseguenza, ha raramente subito conseguenze reali per il proprio comportamento. Come ha scritto il giornalista israeliano Gideon Levy, nessun Paese dipende dal sostegno della comunità internazionale quanto Israele, eppure Israele si permette di sfidare il mondo come pochi altri osano fare.

Nonostante tutto, gli eventi del 7 ottobre e il genocidio che ne è seguito non hanno modificato in modo sostanziale l’approccio occidentale verso l’occupazione illegale. Non sono state adottate sanzioni, le vendite di armi non sono state realmente limitate, non sono stati introdotti divieti sull’ingresso di beni e servizi provenienti dagli insediamenti illegali e non si sono fermati gli attacchi contro il lavoro della Corte penale internazionale e della Corte internazionale di giustizia.

Quali aspetti della sua esperienza di Relatore Speciale ritiene più importanti da trasmettere a chi oggi segue o studia il conflitto israelo-palestinese?

Ci sono tre lezioni che ho imparato durante il mio mandato come Relatore speciale delle Nazioni Unite, trasmesse anche da John Dugard e Richard Falk, che mi hanno preceduto in questo ruolo.

La prima riguarda il coraggio. Ho cercato di essere il più possibile privo di timori nel modo di raccontare e commentare. Il mandato sul Territorio palestinese occupato è tra i più difficili all’interno delle procedure speciali dell’ONU, anche perché l’occupazione israeliana è parte di uno dei conflitti più lunghi e visibili del mondo contemporaneo. Qualsiasi rapporto sui diritti umani in Israele e Palestina attira inevitabilmente attenzione politica e mediatica molto intensa. A ciò si aggiunge il controllo costante di una lobby ben finanziata, fortemente ostile a qualsiasi critica dell’occupazione. Serve una certa fermezza per reggere a questo livello di pressione. Un relatore in questa posizione deve usare un linguaggio chiaro, un’analisi capace di spingersi oltre i confini abituali e uno sguardo incisivo. Poiché leader politici e formatori di opinione in Occidente hanno finito per accettare l’indifferenza verso la questione palestinese, il Relatore speciale ha una responsabilità particolare nel contrastare questa tendenza con determinazione, continuità e pazienza.

La seconda riguarda il senso di responsabilità. Ho cercato di mantenere rigore nei fatti e nelle prove, di trovare il tono giusto nei rapporti, di fondare l’analisi su una lettura solida e accessibile del diritto internazionale. Ho lavorato in collaborazione con altri mandati, cercando di produrre relazioni che mettessero in discussione convinzioni consolidate e schemi ripetuti. Ho provato a usare un linguaggio preciso, evitando quello burocratico e sterile tipico di molti documenti ONU. Ho cercato di mantenere uno sguardo costruttivo, perché i diritti umani hanno bisogno anche di una prospettiva di fiducia. Ho sempre tenuto presente che il Relatore speciale si rivolge a più interlocutori, decisori politici, diplomatici, media, organizzazioni della società civile, funzionari delle Nazioni Unite, ma soprattutto le persone più esposte e abbandonate in Palestina. Unire tutto questo è stato un lavoro continuo per l’intera durata del mandato.

Il mandato sul Territorio palestinese occupato è tra i più difficili all’interno delle procedure speciali dell’ONU, anche perché l’occupazione israeliana è parte di uno dei conflitti più lunghi e visibili del mondo contemporaneo. Qualsiasi rapporto sui diritti umani in Israele e Palestina attira inevitabilmente attenzione politica e mediatica molto intensa. A ciò si aggiunge il controllo costante di una lobby ben finanziata, fortemente ostile a qualsiasi critica dell’occupazione.

La terza riguarda l’ottimismo. All’inizio o nel pieno di una lotta lunga è difficile immaginare come possa finire un sistema radicato di ingiustizia e come possano affermarsi diritti e libertà. Guardando al dominio israeliano sui palestinesi, così esteso e consolidato, le ragioni per scoraggiarsi sono molte. Eppure, durante il mio mandato ho visto anche segnali diversi. I palestinesi non hanno mai accettato la loro condizione e continuano a chiedere la fine della loro subordinazione. Il movimento internazionale per i diritti umani ha fatto propria la posizione della società civile palestinese, riconoscendo nella situazione attuale elementi di apartheid e genocidio, introducendo così un nuovo quadro nel dibattito mondiale. Si sta formando anche un collegamento sempre più stretto tra organizzazioni per i diritti umani palestinesi e israeliane, che condividono lo stesso linguaggio, arrivano a conclusioni simili e rivendicano un futuro fondato su libertà e uguaglianza. E il diritto internazionale resta dalla parte di chi cerca giustizia tra Israele e Palestina. In qualunque partita, queste sono carte vincenti.

Quali fattori di continuità individua tra il suo mandato e quello di Francesca Albanese?

I punti di continuità tra il mio mandato e quello di Francesca Albanese sono molti. Entrambi abbiamo una formazione giuridica e un percorso legato ai diritti umani e all’azione umanitaria. Abbiamo messo al centro diritti e legalità nel nostro lavoro e le nostre analisi si fondano sul diritto internazionale dei diritti umani e sul diritto umanitario. Abbiamo richiamato più volte le numerose risoluzioni delle Nazioni Unite sull’illegalità dell’occupazione israeliana, evidenziando come la comunità internazionale, in particolare Nord America ed Europa, abbia spesso evitato di darvi seguito.

Abbiamo lavorato per costruire relazioni solide con le organizzazioni della società civile e con chi si occupa di diritti umani, sia a livello internazionale sia in Palestina e in Israele. Il loro lavoro è stato per noi un punto di riferimento e abbiamo utilizzato le loro analisi per improntare il nostro.

Abbiamo anche adottato letture molto simili sulla natura dell’occupazione israeliana, che definiamo apartheid e colonialismo di insediamento. A Francesca va riconosciuto il merito di aver sviluppato in modo approfondito la chiave del colonialismo di insediamento, applicandola all’intensificarsi dell’occupazione e ai processi di annessione nei territori palestinesi.

Gaza è sempre stata uno dei punti più critici della subordinazione dei palestinesi. Ho scritto molto su quanto accade lì, mettendo in luce come il blocco imposto da Israele, con il contributo dell’Egitto, rappresenti un caso unico nel mondo contemporaneo, con una popolazione intera chiusa dietro una barriera fortificata, separata dal resto del mondo e dal proprio stesso popolo. Una situazione che non poteva reggere sul piano politico, giuridico o morale e che, dopo le operazioni militari israeliane tra il 2008 e il 2021, è esplosa.

A causa del genocidio, Francesca ha dovuto confrontarsi con Gaza in modo ancora più diretto per gran parte del suo mandato. Ha svolto un lavoro di grande rilievo nel far comprendere al resto del mondo la violenza degli attacchi israeliani e l’ampiezza della sofferenza palestinese. È stata la persona giusta nel momento giusto in questo ruolo e ha portato il lavoro del mandato ben oltre i confini abituali delle Nazioni Unite e del mondo diplomatico.

Gaza è sempre stata uno dei punti più critici della subordinazione dei palestinesi. Ho scritto molto su quanto accade lì, mettendo in luce come il blocco imposto da Israele, con il contributo dell’Egitto, rappresenti un caso unico nel mondo contemporaneo, con una popolazione intera chiusa dietro una barriera fortificata, separata dal resto del mondo e dal proprio stesso popolo.

Qual è, a suo avviso, il principale merito e il principale limite del mandato dell’attuale Relatrice Speciale fino a oggi?

Il principale risultato di Francesca è stato quello di ampliare notevolmente lo spazio internazionale che ha come Relatrice Speciale, riuscendo a farsi accettare come una voce per i diritti umani, sia per la Palestina sia per l’efficacia del diritto internazionale. Usa i social media in modo intelligente ed efficace, riuscendo a mantenere il proprio ruolo attivo nonostante attacchi duri e diffamatori da parte di chi sostiene o giustifica le azioni illegali di Israele.

A questo si lega anche la capacità di costruire e coordinare un gruppo di lavoro solido. Il team che ha riunito attorno a sé ha prodotto relazioni molto incisive, presentate alle Nazioni Unite e poi circolate a livello mondiale, contribuendo a rafforzare la comprensione critica delle azioni israeliane da parte di governi, imprese e istituzioni pubbliche.

Il limite principale con cui si è confrontata riguarda le risorse. Ha ottenuto risultati rilevanti con il gruppo che è riuscita a costruire e con le reti di advocacy sviluppate nel tempo, ma restano necessari più mezzi, più persone e una rete ancora più ampia per sostenere e ampliare il suo lavoro.

Se dovesse indicare una sola priorità per rendere effettiva la tutela dei diritti nei Territori Occupati, quale sceglierebbe?

Sarà decisivo il ruolo della società civile e delle organizzazioni per i diritti umani in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone e in Australia, che dovranno continuare a esercitare pressione sulle proprie classi politiche perché facciano finalmente ciò che è giusto e rispettino gli impegni giuridici e politici assunti ottant’anni fa con la costruzione del diritto internazionale moderno.


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