martedì 05/05/2026, 11:56

Il 20 gennaio 2025 Donald Trump si insediava per la seconda volta alla Casa Bianca. Poco meno di un mese più tardi, l’allora capo del cosiddetto “Dipartimento per l’efficienza del governo” (DOGE) Elon Musk, ha iniziato lo smantellamento dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID), definita da Musk «corrotta» e accusata dallo stesso imprenditore di aver usato fondi «degli americani che pagano le tasse per sostenere politiche di estrema sinistra in giro per il mondo». La drastica scelta non è stata certo tutta farina del sacco dell’imprenditore sudafricano, anzi è stata una delle prime scelte di politica estera inserite nella filosofia trumpiana dell’America First. Così, con le parole del segretario di Stato Marco Rubio: «Sotto l’amministrazione Trump, avremo finalmente una missione di finanziamento estero in America che dà priorità ai nostri interessi nazionali», il primo luglio 2025 USAID è stata definitivamente inglobata dal Dipartimento di Stato americano, di fatto interrompendo da un giorno all’altro l’intera macchina degli aiuti americani allo sviluppo. 

John F. Kennedy istituì USAID nel 1961 come agenzia indipendente attraverso un ordine esecutivo,con l’obiettivo dichiarato di collaborare con i Paesi ad alto reddito per porre fine alla povertà estrema nel mondo. Se è vero che dietro questo nobile intento si celasse, nemmeno troppo bene per chi volesse vedere, anche la necessità di avere uno strumento internazionale utile a contrastare le altre potenze mondiali nello sfruttamento e controllo dei Paesi più svantaggiati, la maggior parte dei quali sono ex colonie, è anche vero che in sei decadi l’Agenzia americana ha sostenuto centinaia di migliaia di progetti sanitari, educativi, di sviluppo e di risposta a situazioni di crisi. 

USAID, che distribuiva tra i 50 e i 70 miliardi di dollari l’anno, era un donatore chiave in 130 Paesi, fondamentale per le agenzie ONU e le ONG internazionali. La macchina americana degli aiuti umanitari era, fino al suo drastico ridimensionamento, la spina dorsale dei progetti di sviluppo nel mondo. Nel 2023 gli aiuti statunitensi hanno visto la messa in campo di 64,7 miliardi di dollari, pari a circa il 30% di tutto l’Official Development Assistance (ODA), l’indicatore internazionale che misura gli aiuti pubblici allo sviluppo forniti dai paesi donatori ai paesi a basso e medio reddito. Una percentuale ancora più alta se si vanno a vedere gli aiuti specificatamente umanitari, salva vita o in teatri di crisi, dove i fondi americani coprivano il 40% del totale.

Con la chiusura di Usaid si è visto un definanziamento del 56,9% degli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) statunitensi, con la conseguente chiusura dell’83% dei 6.300 progetti sostenuti dai fondi statunitensi. I dati preliminari dell’OCSE di aprile 2026 hanno confermato che i tagli statunitensi da soli hanno causato i tre quarti del più grande calo annuale degli aiuti globali mai registrato, con il totale degli aiuti dei donatori OCSE sceso da 214,6 miliardi di dollari nel 2024 a soli 174,3 miliardi di dollari nel 2025. 

Numeri e percentuali che però hanno una risultante più che reale sulle persone che grazie a questi fondi avevano accesso a cure mediche, istruzione e prestiti per lo sviluppo di attività private soprattutto per giovani e donne. 

I tagli statunitensi da soli hanno causato i tre quarti del più grande calo annuale degli aiuti globali mai registrato, con il totale degli aiuti dei donatori OCSE sceso da 214,6 miliardi di dollari nel 2024 a soli 174,3 miliardi di dollari nel 2025.

Wasihun Andualem, responsabile dei programmi di sviluppo giovanile in Etiopia di Amref Health Africa, Ong africana che beneficiava in buona parte degli aiuti erogati da USAID, ha raccontato che «Con i tagli, il portfolio progetti legati ai giovani è stato ridotto di oltre il 90%». Particolarmente colpiti sono stati i servizi legati alla salute sessuale e riproduttiva e alla pianificazione familiare, che operavano attraverso 88 punti di erogazione, oggi tutti chiusi. Beta Ade, ragazza etiope di 27 anni, racconta che dopo la laurea in ostetricia aveva notato una mancanza nella sua comunità. «Molte madri volevano uscire a lavorare e provvedere alle loro famiglie, ma non potevano farlo perché avevano bambini piccoli a casa», da qui l’idea di aprire un asilo nido. Ma il sogno è diventato realtà solo grazie al programma di microcredito sostenuto da Amref attraverso Kefeta Youth SACCO, una cooperativa di risparmio e credito gestita da giovani per i giovani. Grazie a questa possibilità Beta racconta che oggi è in grado di sostenere sé stessa «e non solo: ho quattro dipendenti, quindi riesco a sostenere anche loro attraverso questa attività». Un traguardo importante, che però a seguito dei tagli di USAID, diventa sempre più difficile da mantenere. L’accesso al credito si è drasticamente ridimensionato e questo non assicura più la possibilità di andare avanti con la propria attività.

Fanizo Simenti trasporta materiale medico Malawi – Amref Health Africa

Ma come detto i fondi di USAID venivano usati in un’enorme quantità di ambiti diversi, il primo – e quello dove i tagli si fanno sentire di più – è quello sanitario. Fanizo David Simenti, operatore sanitario nel distretto di Kasungu, in Malawi racconta che «I tagli ci hanno colpito molto in termini di risorse», tutta la parte logistica di trasporto e movimento sul territorio è venuta meno, insieme ai momenti di formazione per gli operatori. «Il problema principale ora è che abbiamo smesso di fare servizi integrati sul territorio. L’ospedale più vicino è a circa 31 km: per una donna incinta o un bambino malato è una distanza enorme» dice David. Ed è proprio in questa situazione di difficoltà che il programma MOMENTUM Tikweze Umoyo, finanziato da USAID e portato avanti da Amref e altri partner, nato per ridurre morti e malattie tra madri e bambini in cinque distretti del Paese, rafforzare i servizi sanitari di base e migliorare il collegamento tra comunità e sistema sanitario è stato completamente cancellato. Un dato pesante in un paese come il Malawi dove quasi i tre quarti della popolazione di 20 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà.

È sul piano sanitario e degli aiuti umanitari in contesti di crisi che i tagli USAID pesano di più. Secondo uno studio di The Lancet, pubblicato a febbraio 2026, le previsioni sulla salute di milioni di persone a seguito dei pesanti tagli alla cooperazione americana sono molto gravi. Le analisi previsionali hanno stimato che le continue riduzioni dei finanziamenti ODA potrebbero, in uno scenario di grave definanziamento, causare 22,6 milioni di decessi aggiuntivi in ​​tutte le fasce d’età entro il 2030, di cui 5,4 milioni tra i bambini di età inferiore a 5 anni. Ma le previsioni sono ancora più catastrofiche se si vanno a vedere nel dettaglio gli interventi che hanno subito i tagli maggiori, come quello per il controllo e la cura dell’HIV. A seguito della chiusura di USAID si stima che tra il 2026 e il 2040 le infezioni da HIV aumenteranno di 26 milioni con 15 milioni di morti, tra cui 1.2 milioni di bambini. 

L’Europa e i suoi rappresentanti si allineano: Regno Unito, Francia, Germania e Svezia hanno tagliato le spese umanitarie per ricollocare i fondi su spese belliche.

Beta Ada nel suo asilo in Etiopia – © Marco Simoncelli

Alla chiusura di USAID si è sostituita la nuova strategia America First Global Health Strategy, un programma quinquennale da circa 11 miliardi di dollari che segna un cambio di paradigma profondo: i fondi non transitano più attraverso Ong internazionali e meccanismi multilaterali, ma vengono convogliati direttamente verso governi partner, sistemi sanitari nazionali e produttori di farmaci. Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026 Washington è riuscita a concludere diversi accordi bilaterali con decine di Paesi africani, ma la logica completamente transazionale, necessità di una contropartita. Infatti gli accordi presentano uno scambio, impari, tra i due contraenti, come in Kenya dove lo stanziamento di 1.6 miliardi di dollari per il comparto sanitario keniano vede la possibilità degli Stati Uniti di accesso senza controllo da parte di Nairobi a tutti i dati medici personali dei keniani. In Zambia, come in altri paesi ricchi di risorse naturali, il rafforzamento dei sistemi sanitari convive con interessi diretti di grandi aziende energetiche e minerarie americane. Insomma lo scambio sembra più un ricatto: se vuoi i soldi per continuare a sostenere il tuo comparto sanitario mi dai le tue ricchezze. Secondo l’amministrazione Trump, la fine di USAID serve a rompere quella che viene definita «l’industria delle Ong». Tuttavia la gestione diretta dei fondi da parte di governi con capacità amministrative spesso fragili riduce i meccanismi di controllo, monitoraggio e rendicontazione che caratterizzavano il sistema precedente, aumentando il rischio di corruzione e uso improprio dei fondi.  

Come sempre quando la più grande democrazia del mondo prende delle scelte, l’Europa e i suoi rappresentanti si allineano, con Regno Unito, Francia, Germania e Svezia che hanno tagliato le spese umanitarie per ricollocare i fondi su spese belliche. Mentre i Paesi a basso e medio reddito vedono tagliarsi i fondi per l’istruzione, la sanità e lo sviluppo, Israele e l’Ucraina sono i maggiori riceventi di aiuti militari statunitensi. La scelta è chiara: investire sulla morte e non sulla vita.  


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CREDITI FOTO: © Marco Simoncelli

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