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Si sono conclusi i tre giorni, iniziati il 18 settembre e terminati domenica sera alle 20:00 dei vari fusi orari del paese, di elezioni per il rinnovo della Duma e di 39 assemblee legislative regionali e repubblicane. Nessuna sorpresa: il partito vincitore, Russia Unita, è dal 2003 stabilmente la frazione parlamentare di maggioranza, e il controllo stabilito sugli appuntamenti elettorali, ora ancor più forte a causa della legislazione liberticida adottata con l’invasione dell’Ucraina, è pressoché inamovibile; eppure queste elezioni sono state segnate, nel periodo precedente, da un’attenzione maniacale a prevenire anche la minima possibilità di far emergere voci di dissenso, in grado di esprimere la sensazione di stanchezza e sconforto di fronte al perdurare della guerra, registrata persino dagli istituti sociologici legati al Cremlino.

La domanda, quindi, appare quasi ovvia: ma se era già tutto previsto e non esisteva alcuna possibilità di alternativa in un sistema controllato, a cosa servono le elezioni in Russia?

Rappresentare il consenso

La risposta più semplice, ovvero “a niente”, è anche quella meno utile, che non consente di comprendere come le elezioni in questo contesto non hanno la funzione di determinare quale partito, quale opzione politica possa prevalere, ma di produrre una rappresentazione pubblica del consenso (ottenuto in maniera particolare, e ci torneremo), servono a misurare la capacità delle amministrazioni locali di mobilitare l’elettorato, svolgono un lavoro di selezione e disciplina di un settore dell’élite e forniscono uno spazio circoscritto per i cittadini nel quale esprimere preferenze, nei limiti del sistema e spesso con risultati truccati (in russo si utilizza il verbo disegnare, forse più efficace) qualora vi dovessero essere sorprese.

Si tratta quindi di elezioni senza alternative, eppure mantengono un proprio significato politico, anche per la legittimazione del sistema di potere russo all’estero, e no, non esistono solo l’Unione Europea, gli Stati Uniti e l’Occidente, vi sono anche altri paesi con cui Mosca mantiene rapporti, e non tutti hanno giunte militari o regimi autoritari.

Le prime elezioni alla Duma dall’invasione su larga scala

Questo appuntamento elettorale, inoltre, è stato il primo per il rinnovo della Duma dall’invasione su larga scala dell’Ucraina del febbraio 2022 e le prime alle quali hanno partecipato, secondo la legislazione russa, gli abitanti dei territori ucraini annessi.

Un tema importante, sentito, eppure sarebbe inesatto ritenere che la campagna elettorale di Russia Unita si sia svolta affrontandolo, glorificando lo sforzo bellico, avendo anche tra i candidati numerosi veterani: come è stato osservato dal giornalista Andrey Pertsev, il partito al potere ha cercato piuttosto di relegare la guerra sullo sfondo, comprendendo come si trattasse di un fattore potenzialmente irritante per l’elettorato.

La propaganda bellica non è certo scomparsa, ma la campagna è stata incentrata soprattutto sulla stabilità, sull’amministrazione ordinaria e sui risultati ottenuti dagli enti locali (e non a caso nella serie di testa della lista federale è stato candidato il sindaco di Mosca Sergey Sobianin).

Il partito al potere ha cercato piuttosto di relegare la guerra sullo sfondo, comprendendo come si trattasse di un fattore potenzialmente irritante per l’elettorato.

Si tratta di una scelta che risponde a una questione evidente: dopo più di quattro anni di conflitto, la guerra non è soltanto mobilitazione patriottica, la quale tra l’altro ha coinvolto un settore minoritario della società russa, ma significa aumento dei prezzi, attacchi quotidiani dei droni (solo nella notte tra sabato e domenica ve ne sono stati migliaia diretti verso la Russia centrale, di cui 450 abbattuti in volo verso Mosca), problemi di rifornimento di benzina e diesel, una incertezza continua che ha fatto sparire il cauto ottimismo dell’apertura di uno spiraglio negoziale con gli americani, risalente orami a più di un anno fa.

Insistere in campagna elettorale sul tema avrebbe potuto rendere ancora più visibile la distanza tra la retorica di una vittoria descritta come vicina da troppo tempo e l’esperienza quotidiana di chi si vede case distrutte, depositi in fiamme e raffinerie devastate dagli attacchi ucraini; Russia Unita ha quindi cercato di presentarsi come il partito della normalità, quasi che la guerra fosse un elemento permanente dell’ambiente nel quale amministrare il paese, e non l’oggetto di una scelta politica sottoposta al giudizio degli elettori.

Una scelta rivendicata da Vladimir Putin, che ha adottato un registro differente dal partito: nel suo appello alla partecipazione del 16 settembre – evento a suo modo eccezionale, perché mai prima il presidente si era rivolto ai cittadini russi per invitarli a votare alle legislative – ha esplicitamente connesso le elezioni alla guerra, perché il voto avrebbe dimostrato l’unità della società e la presenza, nelle retrovie, di milioni di persone unite nella volontà di difendere la patria, i valori e la memoria del paese.

Prima di quest’anno, il presidente non si era mai rivolto ai cittadini russi per invitarli a votare alle legislative.

Si tratta di un contrasto significativo, a prima vista contraddittorio: Russia Unita ha evitato di parlare di guerra, provando a neutralizzarne rimandi troppo espliciti, quando Putin ha invece puntato alla trasformazione dell’appuntamento in una dimostrazione plebiscitaria di sostegno alla linea e alla guerra del Cremlino.

In realtà, una logica in questi differenti registri c’è, ed è dovuta alle diverse esigenze del partito, che doveva evitare come i malumori prodotti dalla guerra si traducessero in un voto di protesta, rispetto a quanto vi è nell’agenda presidenziale, il cui compito è di attribuire al risultato elettorale una conferma della propria linea di conflitto ad oltranza.

Sventare in ogni modo il voto di protesta

Questo spiega l’attenzione maniacale dedicata all’esclusione di ogni possibile dissenso, anche quando possibile da marginalizzare: si trattava di impedire che una parte dell’elettorato potesse trovare sulla scheda un simbolo, un nome, una lista su cui mettere la crocetta per esprimere il proprio malcontento in modo legale e sicuro.

Yabloko, unico partito ammesso che aveva impostato la propria campagna elettorale sulla pace e sulla richiesta di un cessate il fuoco, ha visto la propria lista federale esclusa proprio per questo: le contestazioni avanzate nel ricorso presentato alla Corte Suprema dal partito ultranazionalista Rodina riguardavano l’impiego di piattaforme vietate, versamenti presumibilmente riconducibili a fonti estere e violazioni della proprietà intellettuale (in questo caso con l’assurdità di vedere una fotografia di Hiroshima in rovine e il famoso manifesto di El Lissitzky Batti i bianchi con il cuneo rosso usati come prova).

L’alta magistratura ha accolto molti dei punti presentati, con motivazioni che, come ricostruito da Vedomosti e analizzato da The Insider, hanno consentito di ottenere attraverso cavilli apparentemente tecnici un risultato sostanzialmente politico: eliminare dalla competizione l’unica lista federale esplicitamente contraria alla prosecuzione della guerra.

L’esclusione ha modificato anche le indicazioni dell’opposizione antisistemica, ormai in larga parte in esilio. La squadra di Alexei Navalny aveva inizialmente invitato a sostenere Yabloko nella quota proporzionale e a seguire nei collegi uninominali le indicazioni di Umnoe golosovanye, il «Voto intelligente», scegliendo di volta in volta il candidato con maggiori possibilità di sconfiggere quello di Russia Unita.

La strategia, adottata ormai negli anni Dieci, non mira tanto a costruire una rappresentanza politica omogenea o coerentemente contro la guerra, ma a privare di quanti più seggi possibile il partito al potere. La tattica invece scelta da Mirnaya Rossiya (Russia pacifica), la formazione fondata da Ilya Yashin è stata il «Mezzogiorno per una Russia pacifica»: si invitavano i cittadini a presentarsi ai seggi alle 12:00 del 20 settembre e a votare per qualsiasi lista diversa da Russia Unita, riprendendo la formula del «Mezzogiorno contro Putin» delle presidenziali del 2024.

L’iniziativa più che altro ha provato soprattutto a rendere visibile la presenza di una comunità contraria alla guerra, in Russia e davanti ai consolati all’estero, ma se due anni fa aveva ottenuto un certo riscontro, soprattutto nella diaspora e nei centri urbani, questa volta le file son state limitate, anche per il timore di poter essere identificati.

Chi ha optato per il boicottaggio, invece, spesso ha presidiato i consolati russi, scandendo slogan contro chi si recava al voto: Ilya Yashin, che ha votato a New York facendo innervosire non poco i funzionari della rappresentanza diplomatica (il politico è stato oggetto dello scambio di prigionieri del 1° agosto 2024), ha affrontato i contestatori, in una discussione prima sul perché protestare contro altri oppositori, poi trasformatosi in uno scambio, definito “civile”, sulle ragioni degli uni e degli altri.

Il pluralismo partitico sotto l’egida dell’Amministrazione presidenziale e il controllo dell’Fsb appare in questo senso volto a contribuire alla produzione del consenso: il Partito comunista raccoglie il voto nostalgico, ideologico e generalmente di protesta, l’Ldpr del defunto Zhirinovsky intercetta sentori populisti e ultranazionalisti, Novye Lyudi prova a erodere la base simpatizzante protestaria e liberale presentandosi come un surrogato in grado di non nuocere al potere che l’ha ideata, e infine Russia Giusta, nata negli anni Duemila come progetto per favorire il bipartitismo russo, oggi si trova a dover difendere i propri seggi alla Duma con una retorica bellicistica e a intervalli sociale.

Nessuna di queste forze, ai vertici, però, contesta le basi del sistema, sostenendo tutti la guerra in Ucraina, con accenti diversi.

In un sistema iperpresidenzialista, sorto durante i primi anni post-sovietici e perfezionato nella lunga stagione putiniana, la Duma appare come un parlamento dimezzato, subordinato al Cremlino, dove raramente si modificano significativamente le iniziative e i disegni di legge provenienti dall’esecutivo, ma resta il luogo dove vengono cooptati i rappresentanti delle élite regionali e repubblicane, dove siedono medi e grandi imprenditori, una camera di compensazione di interessi e rivendicazioni, componente importante per il funzionamento del regime.

E per questo sarà rilevante quanti saranno eletti dei 186 veterani o partecipanti alla cosiddetta «operazione militare speciale» candidati: 110 inseriti nelle liste federali e 76 candidati nei collegi uninominali, secondo i dati comunicati dalla presidente della Cec, Ella Pamfilova. Una presenza che risponde all’idea, avanzata a più riprese da Putin, di una nuova élite formatasi al fronte, destinataria anche di programmi speciali di formazione e inclusione negli enti federali e locali, con un forte messaggio politico sulla guerra come legittimazione politica e occasione di promozione sociale.

Inoltre, le elezioni servono anche per valutare i governi locali e l’operato dei governatori, perché per il Cremlino non conta solo vincere, ma rispettare gli indicatori proposti dall’Amministrazione presidenziale in termini di affluenza e risultati, impedendo che proteste, scandali o conflitti interni possano rovinare l’immagine dell’unità nazionale. Il mancato raggiungimento degli obiettivi, in questo senso, può segnalare l’inefficienza delle amministrazioni locali e quindi la necessità di intervenire rapidamente dal centro.

Spingere sul voto online, più facile da controllare

Da qui deriva l’importanza dell’affluenza, spesso più significativa della distribuzione dei voti, al 56,66%, circa cinque punti percentuali in più rispetto alle elezioni del 2021, in linea con gli obiettivi che si era posta l’Amministrazione presidenziale, la quale puntava a un risultato del 60% di Russia Unita: sarà da verificare anche il dato dei collegi uninominali dove, mentre scriviamo, in 161 di essi su 225 sarebbero in testa candidati putiniani.

In tal caso, la maggioranza costituzionale dei 2/3 sarebbe garantita. Ma a incidere sull’affluenza è stato il voto online, promosso con enorme insistenza, e che ha visto una partecipazione del 90,89% dei 3.590.000 cittadini registrati, con un sistema senza alcun tipo di meccanismo di controllo indipendente. Sarà interessante vedere i dati disaggregati della partecipazione fisica alle urne, anche perché, come emerso da numerose testimonianze, la presenza in tanti seggi sarebbe stata scarsa: la pressione per votare online, l’utilizzo del voto anticipato, che ha coinvolto 4.663.963 elettori, la diluzione dell’appuntamento in tre giornate, rendono ancora più complicata qualsiasi tipo di metodica e capillare osservazione indipendente del processo.

La partecipazione obbligata ha raggiunto, con l’introduzione della piattaforma del voto a distanza, livelli ancor più totalizzanti, con screenshot e mail di conferma richieste obbligatoriamente a dipendenti statali e delle grandi holding, private e non, agli insegnanti, agli agenti e così via: la corsa ad aumentare l’affluenza non ha più bisogno dei seggi mobili destinati agli anziani e ai malati, adesso basta un click.

Ci sono poi regioni dove i risultati sono superiori alla media federale, come le repubbliche di Donetsk e Lugansk, annesse assieme ad altri territori ucraini nel 2022 e attualmente occupate militarmente, dove l’affluenza è stata rispettivamente dell’81,62% e del 79,3 per cento, e lo scopo è di legittimare la loro appartenenza alla Federazione Russa, la pretesa di sovranità: ottenere certi numeri in zone di guerra, sottoposte alla legge marziale, non è difficile.

A superare i dati sia del voto online che dei territori occupati vi è la Cecenia, dove si votava anche per eleggere la massima carica della repubblica, ovvero riconfermare ancora una volta Ramzan Kadyrov: 93,98% la percentuale dei votanti e non sarà tanto dissimile quella di chi sosterrà il leader locale, centro di un regime nel regime particolarmente violento e tirannico.

La partecipazione obbligata ha raggiunto, con l’introduzione della piattaforma del voto a distanza, livelli ancor più totalizzanti, con screenshot e mail di conferma richieste obbligatoriamente a dipendenti statali e delle grandi holding, private e non, agli insegnanti, agli agenti e così via: la corsa ad aumentare l’affluenza non ha più bisogno dei seggi mobili destinati agli anziani e ai malati, adesso basta un click.

Il controllo dei seggi, anche da parte degli osservatori formalmente accreditati dai partiti (soprattutto da Yabloko e dai comunisti), è diventato complicato, con esclusioni e allontanamenti, in alcuni casi sfociati in accesi confronti, motivati alla bell’e meglio, e vi sono casi, come a San Pietroburgo, dove sono emerse evidenti discrepanze tra i dati acquisiti dai rappresentanti delle liste e quelli poi inseriti nel sistema. Si tratta di violazioni che entrano nel novero di altri atti simili, perpetuati in appuntamenti elettorali precedenti, e diventati sempre più difficili da bloccare, perché, come sottolineato dall’ex deputato, leader sindacale e oggi “agente straniero” Oleg Shein, negli ultimi anni sono stati progressivamente indeboliti o eliminati gli strumenti di controllo: gli osservatori possono essere tenuti lontani dallo scrutinio, i membri delle commissioni con voto consultivo sono stati aboliti e quelli con voto deliberativo vengono nominati per cinque anni.

Tutto questo rende impossibile ricavare dai risultati una misura precisa del consenso verso Russia Unita o la guerra, ci dice però qualcosa sulla capacità del sistema di mobilitarsi, di mettere in campo le risorse amministrative e di riuscire, attraverso pressioni e concessioni, a ricondurre dentro un’unica cornice sentimenti e atteggiamenti diversi, dall’adesione alla paura passando per l’interesse materiale e il conformismo.

Questo rende complicata anche la lettura generale, perché i voti ottenuti da Novye Lyudi o dai comunisti possono sì segnalare una lontananza da Russia Unita, ma non ne configurano automaticamente la contrarietà alla guerra o al sistema putiniano; vale anche la pena chiedersi se il voto al partito al potere sia possibile da interpretare come mandato popolare alla prosecuzione del conflitto. Le alternative che avrebbero potuto consentire di verificare il consenso attorno alla guerra sono state escluse ben prima dell’apertura dei seggi.

Le alternative che avrebbero potuto consentire di verificare il consenso attorno alla guerra sono state escluse ben prima dell’apertura dei seggi.

I risultati delle elezioni del 18-20 settembre 2026 non rappresentano dunque una fotografia di cosa si muova nella società, ma sono un’istantanea che ritrae la forma assunta dall’architettura del potere russo dopo oltre quattro anni di guerra. Le autorità sono ancora in grado di organizzare la partecipazione, allargandola e restringendola a seconda delle esigenze, impedendo al dissenso di trasformarsi in proposta politica legale, spezzettando il malcontento tra voti a partiti interni al sistema e astensionismo.

Vi è però un elemento su cui riflettere, ed è la cautela di Russia Unita nel trattare il tema della guerra assieme al significato attribuito da Putin, prima delle elezioni, alla partecipazione al voto come plebiscito in nome dell’unità attorno allo sforzo bellico: il regime riesce ancora ad adattarsi agli umori della società, ricorrendo non solo alla repressione; quel che però i russi davvero pensano della guerra e di cosa voterebbero se vi fossero alternative resta, sul piano politico, impossibile da conoscere, almeno al momento.


© Kritica – Riproduzione consentita per una porzione dell’articolo, citando la fonte e inserendo il link all’inizio della notizia.

Crediti immagine: © Maxim Grigoryev/TASS via ZUMA Press

Autore

  • Giovanni Savino

    Insegna Storia contemporanea all'Università di Napoli Federico II ed è specialista di Russia contemporanea, ha insegnato a Mosca in vari atenei ed è autore di studi e ricerche sul nazionalismo russo e le identità nazionali. Cura il progetto Russia e altre sciocchezze, presente anche su Substack.

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