giovedì 14/05/2026, 11:43

A distanza di oltre quindici anni, in questi giorni, risulta interessante riguardare le immagini della parata del 9 maggio 2010 per la Giornata della Vittoria sulla Piazza Rossa a Mosca: appare incredibile notare che ci sono, in quelle riprese, contingenti provenienti dall’Ucraina, dalla Polonia, dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Qualcosa di semplicemente impossibile da pensare sedici anni dopo, quando ormai la propaganda russa ha trasformato la giornata da un momento di celebrazione della vittoria sulla Germania nazista, ottenuta anche grazie agli alleati occidentali, a un rituale della guerra perenne combattuta dalla Russia (nelle sue diverse incarnazioni storiche, susseguitesi per più di un millennio) contro i nemici esterni, soprattutto provenienti da ovest.

La nazionalizzazione della memoria della Velikaja otečestvennaja vojna – Grande guerra patriottica, così come fu definito in Unione Sovietica il capitolo orientale della Seconda guerra mondiale – costituisce un’operazione di risemantizzazione significativa: l’appropriazione di quella che fu una mobilitazione di tutti i popoli dell’allora URSS, in nome dell’esclusività e del primato russo, è stata la linea guida della costruzione della memoria nell’età putiniana. E se inizialmente si era trattato di un tentativo anche di trovare una connessione all’interno dello spazio post-sovietico tramite la condivisione di un evento di portata enorme per il passato, progressivamente il lato “russo” di questa celebrazione è diventato sempre più preponderante, fino a sostituire la memoria presente fino al 1991.

Anche l’acquisita centralità del 9 maggio come data rituale a cadenza annuale testimonia l’invenzione di una tradizione pubblica: durante il periodo sovietico, le parate in occasione del 9 maggio non erano così frequenti. È vero che la memorialistica, sia pubblica che privata, sugli anni dal 1941 al 1945 è sempre stata molto proficua; e che i vertici dello Stato sovietico, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, avevano visto in quel conflitto il principale momento di formazione e maturazione della nazione; ma nel cerimoniale le date centrali restavano innanzitutto il 1° maggio – Festa internazionale dei lavoratori – e il 7 novembre, anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Erano i momenti ritenuti costitutivi della fisionomia stessa del potere; e infatti, in occasione della Giornata internazionale dei lavoratori sfilavano i cittadini, per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre i militari.

La necessità di una nuova memoria

La parata del 9 maggio del 1995, quattro anni dopo la fine dell’Unione Sovietica, serviva sia celebrare il cinquantenario della Vittoria, con la partecipazione dei principali capi di Stato dell’epoca, ma anche a fornire un elemento di auto-identificazione a quei cittadini ex sovietici, ora russi, che si vedevano persi dopo il tracollo dell’esperimento socialista, ed erano in cerca di una nuova forma collettiva in grado di poter raccontare chi erano, da dove venivano. Inoltre, a contribuire alla necessità di rievocare i fasti della potenza militare, vi era anche la contingente guerra cecena, dove le difficoltà riscontrate dalle truppe sul campo erano tali che avrebbero portato ben presto ad un accordo per sancire una tregua tra Mosca e i separatisti; i quali subito dopo le celebrazioni del maggio, nell’estate del 1995, erano stati in grado di prendere in ostaggio un’intera città, Budënnovsk, e imporre le proprie condizioni a un governo alquanto traballante.

Nel 2005, comprendendo appieno la portata della data del 9 maggio come riferimento forte a un passato tragico e glorioso, Vladimir Putin ripristina la parata come appuntamento annuale e la rende il fulcro centrale della propria politica di risemantizzazione della storia, nell’ambito di un’operazione di revisione profonda dei simboli dello Stato e delle sue memorie, iniziata proprio in quegli anni: per esempio con le traslazioni, sempre nel 2005, delle salme del generale bianco Anton Denikin e del filosofo nazionalista e simpatizzante nazista Ivan Il’in, sepolti con tanto di onori di Stato al cimitero Donskoj a Mosca dopo esser rimpatriate dall’estero; tuttavia, i nuovi vertici russi non otterranno mai l’ambizioso obiettivo di superare – con una narrazione essenzialmente antirivoluzionaria – il peso della rottura del 1917 e della successiva Guerra civile; né tantomeno potranno mai recuperare in toto le figure degli esponenti e dei comandanti delle fazioni conservatrici antisovietiche, rappresentate dai Bianchi.

Una tragedia scolpita nella Storia di tutti i russi

Nemmeno tanto paradossalmente, a rendere così popolare la scelta di recuperare e revisionare la vittoria della Seconda Guerra mondiale è stata proprio la scala della catastrofe demografica per l’Unione Sovietica, e per la Russia all’epoca parte di essa: 26 milioni e 600mila furono i caduti sovietici tra civili e militari; e, durante il conflitto, la mobilitazione riguardò pressoché tutti gli strati della società, dai fedelissimi di Stalin ai detenuti politici, dai tuvini ai tatari, dalle donne agli anziani. La battaglia contro l’aggressione nazifascista (perché assieme alla Germania, a invadere il paese furono anche le truppe di Finlandia, Italia, Romania, Ungheria, cui si aggiunsero anche i volontari provenienti dai territori occupati e dalla Spagna franchista) coinvolse tutti, e ogni famiglia ha storie e memorie da raccontare riguardo ai terribili e gloriosi giorni trascorsi tra il 22 giugno 1941 e il 9 maggio 1945.

Anche la capacità di appropriarsi di una sensibilità proveniente dal basso, espressa tramite il progetto del reggimento immortale – una sfilata dei ritratti dei veterani della Grande Guerra patriottica – testimonia come vi sia stata una particolare attenzione nel forgiare un qualcosa in cui si potesse identificare tutta la società russa. Inizialmente, il progetto fu lanciato come appuntamento da un media della città siberiana di Tomsk; fino al Covid, si accompagnava allo svolgimento di ogni parata, oggi invece è relegato a elemento di propaganda specialmente nelle manifestazioni dei sostenitori – russi e locali – del putinismo all’estero.

Critiche a quella che è stata chiamata, con un’espressione particolarmente fortunata, pobedobesie, ovvero ossessione, follia per la vittoria, ve ne sono sempre state; ma il tentativo di contrapporre a questa memoria quella del sistema concentrazionario e oppressivo sovietico è stato ben poco fortunato. Chi ci ha provato, infatti, non ha capito che quelle memorie non erano rivali fra loro, bensì, spesso, intrecciate. Furono tanti, infatti, i prigionieri politici che chiesero –e ottennero – l’arruolamento per difendere non quel regime, ma la propria patria; così come furono tanti i militari condannati ad anni di detenzione al ritorno in patria, molti di loro dopo essere stati rinchiusi nei lager nazisti e dopo aver partecipato alle resistenze europee.

Questa popolarità ha avuto anche delle declinazioni di particolare volgarità con lo slogan možem povtorit’, “possiamo farlo ancora”: una parola d’ordine che ignorava come la principale volontà di chi era passato per luoghi e battaglie quali Ržev o Stalingrado, non si rispecchiasse in una irreale battaglia plurisecolare contro il resto del mondo, ma invece avesse come obiettivo la liberazione dell’umanità dalla barbarie del fascismo.

Ricordare la Vittoria, occultare la sofferenza

Ed è curioso, ma non inspiegabile, notare come proprio per gran parte dell’attuale epoca putiniana la guerra sia stata ricordata esclusivamente nei termini dell’eroismo e della invincibilità degli eserciti sovietici tramutatisi in russi: le sofferenze di milioni di cittadini passati attraverso i lager, i lavori forzati, l’occupazione, e i milioni di morti sia nei campi, sia nelle stragi volute dalle forze occupanti, sono spesso stati tralasciati a una paginetta della retorica ufficiale; soltanto adesso si prova in modo distorto – e anche questo volgare – a recuperare quel tipo di memoria per distorcerla e volgerla nella narrazione più comoda per il Cremlino, contrapponendo il “genocidio” del popolo sovietico (e non dei popoli) alle accuse di etnocidio mosse dalle autorità ucraine.

Il discorso più atteso

Da anni, l’attesa per le parole di Vladimir Putin durante lo svolgimento della parata è enorme, soprattutto a livello internazionale: con l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il discorso del 9 maggio viene percepito come un barometro delle intenzioni e dei programmi del Cremlino; in realtà, a rivestire interesse è soprattutto il carico di immaginario nazionale e storico adoperato dal Presidente, nel presentare una narrazione omogenea del passato dove la Russia appare come una entità eterna, la cui statualità è un valore assoluto da difendere, unendo figure di periodi e regimi politici molto diversi – se non opposti – tra loro, in cui Aleksandr Nevskij e Arsen “Motorola” Pavlov, Michail Kutuzov e Georgij Žukov, Alessandro III e Jurij Andropov, il principe Vladimir e Vladimir Putin stesso. Tutti inseriti nello stesso “album di famiglia”, dove le differenze si annullano e la storia diventa materia malleabile, pronta a essere plasmata secondo le necessità odierne.

Il laboratorio della memoria

Nel discorso di quest’anno, in una parata a ranghi ridotti (per la prima volta dal 2008), dove i mezzi pesanti non hanno preso parte alla sfilata per ragioni di sicurezza e, a detta di Putin, per concentrarsi sull’operazione speciale militare, il presidente però non ha tracciato genealogie sulla gloria eterna delle armi russe nel ricordare i giorni tragici della guerra, sottolineando l’eroismo sovietico e russo, ma ha invece posto, ancora una volta, la vittoria del 1945 in continuità con l’invasione dell’Ucraina e con la contrapposizione all’“intero blocco della NATO”; per poi, in serata durante una sessione di domande e risposte con la stampa – dopo essersi detto disponibile al dialogo – ribadire la sua condanna del “revanscismo” europeo, stigmatizzando l’adesione della Finlandia all’Alleanza Atlantica, letta in termini di volontà di rivendicare i confini prima del 1940.

L’idea dello Stato assediato

In questo senso, il 9 maggio contemporaneo non rappresenta soltanto una commemorazione, ma uno dei principali prodotti del laboratorio putiniano sul passato: la memoria della Grande guerra patriottica è stata trasformata da esperienza collettiva e plurale del dolore, del sacrificio e della liberazione, in grado di unire la maggioranza dei cittadini dell’ex Unione Sovietica, in una liturgia nazional-imperiale centrata sull’idea di uno Stato assediato, costretto da secoli a difendersi da nemici esterni e tradimenti interni.

La memoria è diventata, assieme alla storia, parte integrante di un dispositivo politico atto non all’elaborazione critica del passato, ma alla mobilitazione (e, soprattutto, giustificazione) del presente. La contraddizione più evidente risiede proprio nel fatto che la vittoria del 1945 – ottenuta grazie alla cooperazione inter-alleata e al sacrificio comune di milioni di cittadini sovietici appartenenti a nazionalità differenti – venga oggi reinterpretata dentro una cornice esclusivamente nazionale e imperiale, laddove la guerra aveva prodotto, pur nella tragedia, un immaginario universalista della liberazione dal nazifascismo: la retorica odierna tende invece a inserirla nella cronologia trionfale della narrazione dell’onore delle armi.

La “conservazione” della memoria del conflitto ha così lasciato spazio a un’opera in cui selezione, rimodellamento, gerarchizzazione l’hanno resa, in molti aspetti, irriconoscibile: alcuni elementi sono stati amplificati fino a diventare mito fondativo, altri espunti o relegati ai margini, e il risultato è una rappresentazione della Storia in cui il passato sovietico viene depurato delle sue complessità e delle sue contraddizioni per essere inserito dentro una continuità statale millenaria che collega Rus’, impero zarista, Urss e Federazione Russa in un’unica traiettoria, contrassegnata dal destino manifesto della grande potenza da esercitare nello scenario globale.

Eppure, proprio l’ossessione per la continuità, la volontà proclamata di espungere ogni elemento conflittuale o rivoluzionario dalla storia russa, attraverso rimozioni e condanne, testimoniano l’assenza di un progetto politico capace di fondarsi sul futuro; così il 9 maggio, da giorno della fine della guerra più devastante della storia mondiale, momento di festa “con le lacrime agli occhi”, come recitava una nota canzone, si è trasformato nel simbolo di una mobilitazione permanente, della giustificazione permanente del regime di Vladimir Putin, nel quale la vittoria del 1945 non appare più come il superamento della catastrofe, ma il precedente storico di nuovi conflitti attuali e ancora da combattere.


 © Kritica – Riproduzione parziale online (non più di metà dell’articolo) consentita solo inserendo il link e citando la fonte all’inizio della propria pubblicazione. Riproduzione su carta non consentita se non dietro esplicita richiesta e accordo.

CREDITI FOTO: © Alexander Shcherbak/TASS via ZUMA Press

Se hai apprezzato questo articolo o ti è parso interessante, sostieni il nostro lavoro con un contributo libero. Grazie!
Leave A Reply