sabato 26/09/2026, 21:12
Logo Kritica

Segui Kritica su Google

Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.

Segui

Il mondo che abbiamo imparato a riconoscere sulle mappe non è il mondo che vedremmo se potessimo guardarlo dall’alto. Nell’atlante, e Nord America sono stirate come cera calda, la è grande come un continente, l’ è rimpicciolita. Questa immagine è diventata così familiare, l’abbiamo incontrata così presto e così spesso, che finiamo per dimenticare che si tratta solo di una convenzione. 

È la forma della proiezione di Mercatore, disegnata nel 1569 dal cartografo fiammingo Gerardus Mercator per un’esigenza molto concreta: aiutare i navigatori a tracciare le rotte conservando angoli e direzioni. Per quello scopo funzionava. Poco importava ai marinai che deformasse le superfici terrestri, era il prezzo della sua utilità. Il problema è arrivato dopo, quando una carta costruita per uno scopo specifico è diventata la carta del mondo. È passata dalle mani dei navigatori ai muri delle aule, fino a depositarsi nella memoria visiva di intere generazioni. Su questa inerzia è intervenuta la risoluzione Correct the Map, vagliata il 4 settembre dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e passata con una maggioranza schiacciante, quasi un plebiscito per gli standard di un organismo abituato a spaccarsi su tutto: 164 favorevoli, un contrario e sei astensioni [quasi tutte di Paesi dell’Est Europa, ndr].

Promossa dal Togo e sostenuta dall’, invita a ricorrere più spesso, nei casi in cui il confronto tra superfici conta, a proiezioni che le rappresentino con maggiore fedeltà, come Equal Earth. Mercatore resta legittima per la navigazione. Il ministro degli Esteri togolese Robert Dussey, che il testo lo ha scritto, non chiede di metterla al rogo: chiede che una rappresentazione particolare smetta di essere la rappresentazione universale.

Un atto di e riparazione

Ed è qui che la storia della cartografia comincia a diventare un’altra storia. Il testo definisce la correzione “un atto di giustizia cognitiva” e di “riparazione della memoria”. Proprio su questo passaggio si è concentrata l’opposizione degli Stati Uniti, unico Paese a votare contro alla risoluzione. Washington ha definito l’iniziativa un “progetto ideologico radicale”, sostenendo che l’Assemblea dovrebbe occuparsi di “problemi reali” invece che di “progetti cartografici del Cinquecento”. 

Eppure cinque settimane prima, proprio gli Stati Uniti avevano fornito, senza volerlo, un inciampo che rende la vicenda quasi comica. A Rio de Janeiro, durante la conferenza internazionale sull’AIDS, il Dipartimento di Stato americano aveva mostrato una mappa dell’Africa generata dall’intelligenza artificiale. Sbagliava praticamente tutto: la Nigeria era nel Sahara, il nel Corno d’Africa, la Costa d’Avorio dall’altra parte del continente. Washington si era poi scusata, attribuendo l’errore a una modifica operata in tutta fretta. 

Mercatore, sia chiaro, non è una carta “sbagliata” e nemmeno ideologica. Una superficie sferica, trasferita su un foglio, deve pur deformare qualcosa. E quella proiezione privilegiò angoli e direzioni, tutto qui. Riscrivere a posteriori la storia della cartografia come un progetto deliberato di dominio sarebbe una forzatura. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che l’assenza di un’intenzione politica elimini ogni conseguenza culturale. 

È questa, del resto, la ragione per cui la richiesta è arrivata dal Togo e dall’Unione africana. Per una questione di immaginario: la sproporzione visiva può contribuire a collocare un continente enorme in una posizione marginale, quasi a confermare, nello sguardo, la marginalità che per lungo tempo gli è stata attribuita nella storia politica, economica e culturale del mondo. Prima viene una classificazione, poi l’abitudine a usarla, infine la convinzione che la realtà sia proprio così.

Riscrivere a posteriori la storia della cartografia come un progetto deliberato di dominio sarebbe una forzatura. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che l’assenza di un’intenzione politica elimini ogni conseguenza culturale. 

È un meccanismo che l’Africa conosce bene. Per secoli il continente è stato descritto da fuori, studiato dagli antropologi, classificato dalle amministrazioni coloniali, raccontato dai viaggiatori.

Quando gli africani hanno cominciato a produrre le proprie interpretazioni hanno trovato una biblioteca già piena, un enorme apparato costruito per spiegare cosa fosse l’Africa e, spesso, cosa le mancasse. I termini con cui parlare dell’Africa avevano una lunga storia, e quella storia pesava sul modo in cui le nuove voci venivano ascoltate. È questo uno dei nodi più profondi della riflessione del filosofo congolese Valentin-Yves Mudimbe. In L’invenzione dell’Africa si chiede come sia stato costruito il campo di sapere attraverso cui il continente è diventato un oggetto da conoscere e descrivere, e come quella stessa biblioteca fosse diventata l’ambiente intellettuale dentro cui anche il discorso africano avrebbe dovuto muoversi, perfino quando voleva metterla in discussione. Da Senghor a Fanon, da Cheikh Anta Diop a Hountondji, da Wiredu allo stesso Mudimbe, una parte decisiva del pensiero africano del Novecento si è misurata con questa eredità.

Negli ultimi decenni la discussione è uscita dai dipartimenti di storia e filosofia. È entrata nei musei che discutono la restituzione degli oggetti coloniali, un che coinvolge ormai una dozzina di istituzioni europee e americane. È arrivata nelle richieste di riparazione per la tratta degli schiavi.  O ancora nelle immagini attraverso cui raccontare povertà e vulnerabilità: a luglio il Burkina Faso ha vietato alle Ong la pubblicazione di fotografie dei beneficiari degli aiuti considerate lesive della loro .

L’Unione Africana ha dato a questa stagione anche un calendario politico. Il 2025 è stato dedicato alla “Giustizia per gli africani e le persone di discendenza africana attraverso le riparazioni”; nel 2026 l’iniziativa è diventata un Decennio (2026-2035), e a marzo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione promossa dal Ghana che riconosce la tratta transatlantica degli schiavi come “il più grave crimine contro l’umanità”.

Più di una direzione, più di una prospettiva

La mappa arriva dentro questa storia. Da sola, certo, non cambia il destino di un continente. Nemmeno una fotografia, un titolo di giornale o un programma scolastico. Il problema sta nell’accumulo: quando le stesse immagini, frutto di gerarchie implicite, si ripetono abbastanza a lungo, finiscono per diventare l’ambiente nel quale vengono prese decisioni che di culturale hanno ben poco.  Influenzano il modo in cui un Paese viene percepito e sulla voglia di visitarlo, condizionano la fiducia necessaria per investirvi e farci affari. 

Per molto tempo quelle immagini hanno viaggiato in una sola direzione, da pochi centri verso il resto del mondo. Oggi quella direzione non è più la sola. Il peso assunto da Paesi come , India o quelli del Golfo, insieme all’emergere di nuove potenze regionali, ha reso il mondo più policentrico. E con il e la tecnologia viaggiano anche i modi di raccontare il presente. L’Africa partecipa a questi circuiti, con una produzione culturale sempre più visibile e con relazioni che si estendono ormai ben oltre i tradizionali interlocutori occidentali. Le disuguaglianze, certo, restano enormi. Il potere economico, militare e finanziario è ancora distribuito in modo tutt’altro che equilibrato. Eppure è diventato più difficile pensare che la forma del mondo possa essere stabilita in pochi luoghi e poi consegnata agli altri come universale.

E in un’epoca in cui nessun punto può più pretendere di esaurire una prospettiva, anche il planisfero può tornare ad essere quello che è sempre stato: una scelta. 


© Kritica – La riproduzione parziale dell’articolo è consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio della notizia.

Crediti foto: Correcthemap.org

Autore

  • Chiara Piaggio

    Filosofa e antropologa, ha un’esperienza ventennale in Africa Sub-sahariana. Si occupa di cultura e letteratura africana, dei grandi cambiamenti che interessano il Continente e svolge consulenze in ambito filantropico. Ha curato, con Igiaba Scego, le antologie Africana (Feltrinelli, 2021, 2024) ed è autrice di L'Africa non è così. Cronache da un continente frainteso (Einaudi, 2025).

Resta in contatto

Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo smartphone.

Se hai apprezzato questo articolo o ti è parso interessante, sostieni il nostro lavoro con un contributo libero. Grazie!
Lascia una risposta