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Il 13 giugno scorso la relatrice speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati (Opt) dal 1967, Francesca Albanese, ha twittato: «Il genocidio di Israele è stato finanziato da molte persone che hanno acquistato obbligazioni israeliane sottoscritte da grandi banche globali. Barclays e BNP hanno interrotto ciò: bene. Ora in attesa che Goldman Sachs, Bank of America, Citi, Deutsche Bank, J.P. Morgan facciano lo stesso».
Il tweet rilanciava un articolo di stampa che informava su come la banca britannica Barclays e quella francese BNP Paribas avevano smesso di sottoscrivere le obbligazioni di Stato che Israele vende sui mercati finanziari internazionali e che a partire da ottobre 2023 ha invitato ad acquistare in modo esplicito per sostenere le sue operazioni militari. Motivo per cui tali titoli sono noti come “war bonds” o “genocide bonds”.
Il 19 giugno sempre Albanese twittava ancora: «Un piccolo passo, il più piccolo passo, ma è un inizio. La Norvegia deve ancora rispondere a questa domanda: come può un paese che si fa paladino dei diritti umani, permettere al suo vasto fondo sovrano, uno dei più grandi al mondo, di investire in entità legate a un’occupazione che la Corte Internazionale di Giustizia ha ritenuto illegale?». Stavolta il riferimento era a un progetto di legge presentato dal governo norvegese per la messa al bando dei rapporti commerciali con gli insediamenti illegali israeliani: Albanese plaudeva all’iniziativa ma criticava il fatto che il Government Pension Fund Global, il ricchissimo fondo sovrano norvegese (gestisce asset per quasi 2mila miliardi di euro) che si vanta di applicare principi d’investimento etici particolarmente stringenti, investisse in imprese legate all’occupazione illegale israeliana.
Il disinvestimento come strategia del movimento BDS
I due episodi citati si possono considerare emblematici del vastissimo sostegno di cui Israele gode presso attori finanziari di primo piano a livello internazionale e che gli permette di porre in essere le sue politiche illegali e di commettere i suoi crimini nell’impunità. Ma è più preciso dire godeva, perché la situazione è radicalmente cambiata in questi due-tre anni.
Mettere all’indice col naming & shaming e fare pressione per spingere a troncare quelle relazioni d’investimento, infatti, è ciò che invita a fare la “D” del movimento BDS, che ha guadagnato visibilità e consensi come mai prima proprio come strumento di lotta contro il genocidio. I casi di disinvestimento si sono così moltiplicati a dismisura poiché la pressione a disinvestire non ha risparmiato nessuno.
Fra quelli recenti più significativi c’è l’iniziativa della Hind Rajab Foundation (HRF), che ha denunciato il fatto che la BEI (Banca Europea per gli Investimenti) mantenesse investimenti per un miliardo di euro in entità israeliane coinvolte in attività illegali nei Territori Palestinesi Occupati. Dopo che la BEI ha ammesso le sue negligenze, HRF ha promesso un’escalation della sua indagine per contrastare quella che considera la complicità della BEI nel sistema di occupazione illegale israeliano.
Un altro caso riguarda il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani. Appena entrato in carica, Mamdani è stato fra i destinatari di una lettera inviata alle autorità locali e statali dello Stato di New York dall’organizzazione per i diritti umani DAWN (fondata da Jamal Khashoggi, il giornalista e scrittore saudita con ogni probabilità ucciso presso il consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul): si chiedeva che i fondi pensione pubblici newyorkesi non fossero investiti in obbligazioni israeliane, perché ciò avrebbe costituito una violazione del diritto locale e internazionale.
A Londra, a seguito di una contestazione legale della Greenwich Palestine Alliance, il Greenwich Council ha ammesso che investire nei bond israeliani è illegale, al contrario di quanto prevedeva una clausola della sua strategia d’investimento.
A giugno negli Usa l’influente sindacato UAW (United Auto Workers) ha votato una risoluzione per disinvestire dai bond israeliani: se ne parlava dai primi anni ‘70 ma si è dovuto attendere il genocidio per raggiungere il risultato.
Ormai non passa quasi settimana, per non dire giorno, senza che il movimento BDS annunci un nuovo caso di successo di divestment nel mondo.
Le campagne contro i “war bonds” e le “banche complici”
In Italia il movimento BDS insieme alle testate cattoliche Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi, ha lanciato in primavera la campagna “banche complici”: invita i risparmiatori a spostare risparmi e investimenti da Unicredit, Intesa Sanpaolo e BNL-BNP Paribas, per fare pressione sugli istituti di credito che la campagna accusa appunto di essere coinvolti nel finanziamento dei crimini israeliani.
Le campagne internazionali sui “war bonds”
Sui già citati “war bonds” si concentrano due campagne internazionali di disinvestimento. La prima è “Break the Bonds”, è promossa da Jewish Voice for Peace e chiede a istituzioni quali governi locali, sindacati, fondi pensione, università, luoghi di culto, di smettere di sostenere l’esercito e il governo israeliani attraverso l’acquisto di obbligazioni israeliane.
L’altra è “Stop Israeli Bonds”, è un campagna civica e per capirla serve spiegare come fanno i “war bonds” a essere venduti in Ue. Essendo uno Stato extra-comunitario, Israele ha bisogno che la vendita dei suoi titoli in Ue sia approvata da uno Stato membro. Fino al 2025 lo faceva l’Irlanda, ma poi ha smesso su pressione dell’opinione pubblica e del Parlamento. Il testimone è stato raccolto dalla Commission de surveillance du secteur financier (CSSF) del Lussemburgo, a cui la campagna chiede di non prestarsi più al gioco, anche sulla base dei noti pronunciamenti della Corte Internazionale di Giustizia sull’illegalità delle condotte israeliane.
La chiarezza del divestment contro le ambiguità della finanza sostenibile
Al movimento BDS e nello specifico al divestment ha fatto più volte riferimento la stessa Francesca Albanese, a cominciare dal suo celebre rapporto “Da economia dell’occupazione a economia del genocidio”. Spesso evidenziando, inoltre, l’operato ambiguo per non dire insanabilmente contraddittorio di chi da una parte professa di praticare la finanza sostenibile o Esg (che considera anche fattori ambientali, sociali e di governance, oltre che economici) ma dall’altra continua il suo business as usual con Israele nonostante il genocidio.
La spinta del Divest Israel, invece, ha guadagnato forza perché è senza ambiguità. E perché ha potuto attingere idealmente alla storia di credibilità e di successo di altre campagne di disinvestimento del passato. Ad esempio quella contro il Sudafrica dell’apartheid, che prese di mira le aziende che avevano rapporti d’affari con il regime che venne poi definitivamente smantellato con le elezioni vinte nel 1994 da Nelson Mandela. O quella contro le società dell’industria fossile, il fossil fuel divestment, nato nei campus universitari statunitensi all’inizio degli anni ‘10 di questo secolo, diffusosi alla velocità della luce nel resto del mondo e arrivato oggi a interessare investitori istituzionali che insieme gestiscono oltre 40 trilioni di dollari.
È la teoria del “voto col portafoglio”: usa i tuoi soldi, risparmi e investimenti, per scegliere il mondo che vorresti e dire no al mondo che rifiuti. Si rivolge a tutti. Per questo il divestment sembra oggi rappresentare una delle frecce più appuntite e letali da scoccare per fermare i crimini israeliani.

