domenica 10/05/2026, 1:59

Questo saggio di George Orwell, scritto nel febbraio 1945, fu pubblicato nell’aprile dello stesso anno dalla rivista Contemporary Jewish Record. Il campo di Auschwitz era già stato liberato e la portata delle atrocità commesse dai nazisti sulla popolazione ebraica era nota. Tuttavia, stanti i numerosi cenni alla Germania e al nazismo, Orwell non imbastisce un racconto emotivo né tantomeno moralista su quelle che per lui possono essere le origini dell’antisemitismo, che riconosce molto diffuso, nel suo Paese. Piuttosto cerca di esaminare e problematizzare l’approccio intellettuale al problema, individuandolo nella ritrosia a indagare la persistenza dei pregiudizi dentro di sé. La traduzione della rubrica di George Orwell che pubblichiamo su Kritica è a cura della traduttrice letteraria Anna Martini.


Ufficialmente, in Gran Bretagna ci sono circa quattrocentomila ebrei, nonché qualche migliaio o al massimo qualche decina di migliaia di profughi ebrei entrati nel paese dal 1934 in poi. La popolazione ebrea è concentrata quasi interamente in una mezza dozzina di grandi città ed è impiegata soprattutto nel commercio di alimentari, abbigliamento e mobili. Alcuni grossi monopoli, come l’ICI [Imperial Chemical Industries, azienda chimica fondata nel 1926. Per gran parte della sua storia fu la maggiore industria del paese. (NdT)], un paio dei principali quotidiani e almeno una catena di grandi magazzini sono in tutto o in parte di proprietà ebrea, ma dire che la vita economica britannica è dominata dagli ebrei sarebbe lontanissimo dal vero. Al contrario, pare che gli ebrei non siano riusciti a tenere il passo con la moderna tendenza alle grandi fusioni, restando confinati in attività che per loro natura debbono svolgersi su piccola scala, con metodi antiquati.

Parto da questi dati, già noti a chiunque sia bene informato, per sottolineare che non esiste un vero “problema” ebraico in Inghilterra. Gli ebrei non sono abbastanza numerosi o autorevoli, e soltanto in quelli che genericamente chiamiamo “ambienti intellettuali” esercitano qualche influenza tangibile. Tuttavia è generalmente riconosciuto che l’antisemitismo è in aumento, che è stato gravemente esacerbato dalla guerra, e che non ne sono immuni neppure i più umani e illuminati. Non assume forme violente (gli inglesi sono quasi sempre cortesi e ligi alla legge) ma è piuttosto maligno, e in determinate circostanze potrebbe avere conseguenze politiche. Ecco qualche esempio di commenti antisemiti che ho sentito in quest’ultimo paio di anni:

Impiegato di mezza età: “Di solito vengo al lavoro in autobus. Ci metto di più, ma non mi va di prendere la metropolitana da Golders Green, di questi tempi. Su quella linea viaggia troppa Razza Eletta”.

Tabaccaia: “No, non ho fiammiferi. Può provare dalla signora in fondo alla strada. Lei ce li ha sempre. È della Razza Eletta, sa”.

Giovane intellettuale, comunista o quasi: “No, gli ebrei non mi piacciono. Non ne ho mai fatto un segreto. Non li reggo. Sia chiaro, non sono antisemita, ovviamente”.

Donna del ceto medio: “Be’, nessuno potrebbe darmi dell’antisemita, però davvero: questi ebrei si comportano in un modo vomitevole. Sempre a spingere per piazzarsi davanti nelle code, e così via. Sono di un egoismo tremendo. Quello che gli capita, se lo sono in gran parte cercato, penso”.

Lattaio: “L’ebreo non lavora niente, mica come l’inglese. È troppo intelligente. Noi lavoriamo con questi qua (flette i bicipiti). Loro lavorano con quest’altra” (si batte il dito sulla fronte).

Ragioniere iscritto all’albo, intelligente, di sinistra senza una precisa direzione: «Questi dannati giudei sono tutti filotedeschi. Cambierebbero bandiera domani, se i nazisti arrivassero qui. Ne vedo tanti nel mio lavoro. In fondo al cuore ammirano Hitler. Scodinzolano sempre a chi li prende a calci”.

Donna intelligente di fronte a un libro sull’antisemitismo e le atrocità dei tedeschi: “Non farmelo vedere, ti prego, non farmelo vedere. Servirebbe solo a farmi odiare gli ebrei più che mai”.

Di commenti simili potrei riempire pagine intere, ma mi fermo qui. Da questi emergono due fatti. Uno – che è importantissimo, e dovrò tornarci tra un istante – è che al di sopra di un certo livello intellettuale, le persone si vergognano di essere antisemite e stanno bene attente a distinguere tra “antisemitismo” e “antipatia per gli ebrei”. L’altro è che l’antisemitismo è qualcosa di irrazionale. Gli ebrei sono accusati di mancanze specifiche (per esempio la maleducazione nelle code per il cibo) che stanno molto a cuore a chi parla, ma è evidente che queste accuse sono solo la razionalizzazione di un pregiudizio assai radicato. È inutile cercare di opporvi fatti e statistiche; forse peggio che inutile, a volte. Come dimostra l’ultimo dei commenti sopra riportati, si può continuare a essere antisemiti, o almeno antiebraici, pur sapendo perfettamente che è una posizione indifendibile. Se una persona non ti piace, non ti piace, e finisce lì: enumerarne le virtù non rende migliori i tuoi sentimenti.

Si dà il caso che la guerra abbia favorito la crescita dell’antisemitismo e, agli occhi di tante persone comuni, addirittura ne abbia fornito qualche giustificazione. In primo luogo, gli ebrei sono gli unici di cui si può dire con assoluta certezza che una vittoria degli Alleati andrà a loro vantaggio. Di conseguenza, la teoria secondo cui questa sarebbe “una guerra ebraica” acquista una certa plausibilità, tanto più perché lo sforzo bellico ebreo di rado ottiene il riconoscimento che merita. L’impero britannico è un organismo gigantesco ed eterogeneo che si mantiene unito soprattutto grazie al mutuo consenso, e spesso occorre blandire gli elementi meno affidabili a spese di quelli più leali. Dare risonanza alle gesta dei soldati ebrei, o anche soltanto ammettere che in Medio Oriente esiste un ragguardevole esercito ebreo, suscita ostilità in Sudafrica, nei paesi arabi e altrove: è più semplice ignorare del tutto l’argomento e lasciare che l’uomo della strada continui a credere che gli ebrei siano abilissimi a schivare il servizio militare. D’altra parte, gli ebrei si dedicano proprio ad attività destinate alla massima impopolarità presso la popolazione civile in tempo di guerra. Si occupano soprattutto di vendere cibo, abiti, mobili e tabacco: precisamente i beni di cui c’è penuria cronica: ne conseguono prezzi altissimi, mercato nero e favoritismi. E ancora una volta, l’accusa di estrema codardia durante i raid aerei comunemente rivolta agli ebrei è stata in qualche modo avvalorata dopo i grandi raid del 1940. Guarda caso, il quartiere ebraico di Whitechapel è stata una delle prime zone a subire pesanti bombardamenti, col naturale risultato che frotte di sfollati ebrei si sono sparsi per tutta Londra. Se si giudicasse soltanto da queste situazioni legate alla guerra, sarebbe facile immaginare l’antisemitismo come un’idea semirazionale, fondata su false premesse. E naturalmente, l’antisemita si considera un essere ragionevole. Ogni volta che ho toccato l’argomento in un articolo di giornale, ho sempre ricevuto un “ritorno” notevole, e gli autori di alcune lettere sono sempre persone equilibrate, di media condizione – medici, per esempio – senza evidenti contrarietà economiche. Queste persone affermano sempre (come Hitler nel Mein Kampf) di non essere partite da pregiudizi antiebraici ma di esservi state condotte dalla semplice osservazione dei fatti. Eppure, uno dei segni dell’antisemitismo è una certa capacità di credere a storie che proprio non possono essere vere. Un buon esempio ne è lo strano incidente occorso a Londra nel 1942, quando la folla, spaventata dall’esplosione di una bomba nelle vicinanze, si è gettata nella bocca di una stazione della metropolitana, e più di cento persone sono morte schiacciate. Quel giorno stesso, tutta la città ha cominciato a ripetere che “è stata colpa degli ebrei”. È chiaro che non si arriverà molto lontano, cercando di discutere con chi creda a una cosa del genere. L’unico modo utile di affrontare la questione è cercare di scoprire perché si possano digerire certe assurdità su un particolare argomento e rimanere razionali su altri.

 Ma ora tornerei al punto cui ho già accennato: la generale consapevolezza della larga diffusione di sentimenti antisemiti, e la riluttanza a confessarli. Tra le persone istruite, l’antisemitismo è considerato un peccato imperdonabile, di una categoria completamente diversa rispetto ad altri tipi di pregiudizi razziali. Si farebbe davvero di tutto per dimostrare di non essere antisemiti. Sicché, nel 1943, in una sinagoga di St John’s Wood si tenne una funzione in suffragio degli ebrei polacchi. Le autorità locali si dichiararono ansiose di parteciparvi, e alla funzione presenziarono il sindaco del borough in toga e catena cerimoniale, rappresentanti di tutte le chiese e reparti della RAF, delle Home Guards, infermiere, boy scout e quant’altro. In apparenza, fu una commovente dimostrazione di solidarietà con gli ebrei sofferenti. Ma in sostanza fu uno sforzo consapevole di comportarsi in maniera degna da parte di persone che, in molti casi, nutrivano sentimenti assai diversi. Quel quartiere di Londra è in parte ebraico, lì l’antisemitismo dilaga, e sapevo bene che le sue tracce erano presenti in alcuni degli uomini seduti attorno a me nella sinagoga. In effetti, lo stesso comandante del mio plotone delle Home Guards, che prima della funzione era sembrato tanto ansioso di farci fare “bella figura”, aveva fatto parte delle camicie nere di Mosley. È vero che esiste questa divisione di sentimenti, tuttavia la tolleranza della violenza di massa contro gli ebrei o, cosa più importante, le leggi antisemite, non sono possibili in Inghilterra. Non è davvero possibile, oggi, che l’antisemitismo diventi rispettabile. Ma questa è una verità meno vantaggiosa di quanto possa apparire.

Un effetto delle persecuzioni in Germania è stato impedire che l’antisemitismo venisse studiato seriamente. In Inghilterra, una breve e insufficiente indagine è stata condotta da Mass Observation un anno o due fa, ma se esistono altre ricerche sull’argomento, i risultati sono rimasti rigorosamente segreti. Al tempo stesso si è operata la cosciente cancellazione, da parte di tutte le persone perbene, di ciò che potrebbe ferire la sensibilità ebraica. Dopo il 1934, la barzelletta sugli ebrei è svanita come per magia da cartoline, riviste e music-hall, e inserire un personaggio ebreo antipatico in un romanzo o in un racconto è ormai considerata una manifestazione di antisemitismo. Anche per la questione palestinese, era di rigore tra gli illuminati accettare come dimostrata la tesi ebraica ed evitare di esaminare le istanze degli arabi – decisione che potrebbe essere corretta nel merito, ma che è stata adottata principalmente perché gli ebrei erano in difficoltà ed era diffusa la sensazione che non si dovesse criticarli. Grazie a Hitler, quindi, si è creata una situazione in cui la stampa era effettivamente soggetta a censura in favore degli ebrei mentre, in privato, l’antisemitismo era in ascesa, in certa misura anche tra persone sensibili e intelligenti. Questo si è riscontrato in particolare nel 1940, all’epoca dell’internamento dei profughi. Naturalmente, ogni persona pensante sentiva il dovere di protestare contro l’indiscriminata reclusione di disgraziati stranieri che, per la più gran parte, si trovavano in Inghilterra soltanto perché erano oppositori di Hitler. In privato, però, si sentivano esprimere sentimenti molto diversi. Una piccola parte dei profughi si comportava in maniera estremamente indiscreta, e il sentimento per queste persone aveva inevitabilmente un sottofondo antisemita, dal momento che erano quasi tutti ebrei. Una figura eminente del partito laburista – non faccio il nome, ma è una delle persone più rispettate d’Inghilterra – mi ha detto, con una certa violenza: “Non abbiamo mai invitato questa gente nel nostro paese. Se decidono di venire qui, sopportino le conseguenze”. Eppure, quest’uomo avrebbe aderito senza pensarci due volte a qualsiasi genere di petizione o manifesto contro l’internamento degli stranieri. La sensazione che l’antisemitismo sia qualcosa di peccaminoso e vergognoso, qualcosa che non tocca le persone civili, non favorisce un approccio scientifico; molti ammettono, in realtà, di temere di approfondire troppo l’argomento. Temono, cioè, di scoprire non soltanto che l’antisemitismo è in aumento, ma che loro stessi ne sono contagiati.

Per vedere questo in prospettiva, occorre riandare a qualche decennio fa, quando Hitler era un imbianchino disoccupato e totalmente sconosciuto. Si scoprirebbe che, sebbene l’antisemitismo sia ora piuttosto evidente, è forse meno diffuso in Inghilterra rispetto a trent’anni fa. È vero che una dottrina antisemita razziale o religiosa pienamente elaborata non ha mai attecchito in Inghilterra. I matrimoni misti o la partecipazione degli ebrei alla vita pubblica in ruoli importanti non hanno mai suscitato particolare avversione. Trent’anni fa, però, si accettava quasi come una legge di natura il fatto che l’ebreo dovesse essere oggetto di scherno e, benché d’intelligenza superiore, un po’ debole di “carattere”. In teoria, l’ebreo non era soggetto a discriminazioni legali, ma di fatto certe professioni gli erano precluse. Probabilmente, per esempio, non sarebbe stato accettato come ufficiale di Marina, né in uno dei cosiddetti reggimenti “d’élite” dell’esercito. La vita era quasi sempre dura per un ragazzo ebreo in una public school. Certo, se era straordinariamente affascinante o atletico poteva far dimenticare la sua ebraicità, che però restava un handicap di partenza, paragonabile alla balbuzie o a una voglia sulla pelle. Gli ebrei ricchi tendevano a camuffarsi sotto nomi aristocratici inglesi o scozzesi, cosa che ai più sembrava del tutto naturale, come sarebbe naturale per un criminale cambiare identità, se possibile. Una ventina d’anni fa, a Rangoon, stavo salendo su un taxi con un amico quando un ragazzino cencioso, di carnagione chiara, arrivò da noi di corsa e cominciò a raccontarci una storia complicata: era arrivato da Colombo su una nave e voleva dei soldi per tornare indietro. I suoi modi e il suo aspetto erano difficili da “collocare”, e gli dissi:

“Parli un ottimo inglese. Di che nazionalità sei?”

Rispose entusiasta, con il suo accento cantilenante: “Sono ebreeeo, signore!”

Ricordo di essermi rivolto al mio compagno e avergli detto, scherzando solo a metà: “Lo ammette chiaro e tondo.” Tutti gli ebrei che avevo conosciuto fino ad allora si vergognavano di essere tali, o comunque preferivano non parlare delle loro ascendenze, e quando ci erano costretti, tendevano a definirsi “israeliti” [*].

L’atteggiamento della classe operaia non era migliore. L’ebreo cresciuto a Whitechapel dava per scontato che sarebbe stato aggredito, o perlomeno subissato di urla, se si fosse avventurato nei quartieracci cristiani vicini, e le barzellette sugli ebrei dei music-hall e delle riviste umoristiche erano quasi sistematicamente malevole. C’era anche un accanimento letterario contro gli ebrei, che nelle mani di Belloc, Chesterton e dei loro seguaci toccava livelli di scurrilità quasi continentali. A volte anche gli scrittori non cattolici si macchiavano della stessa colpa, in forma più lieve. Nella letteratura inglese è corsa una vena antisemita da Chaucer in poi, e senza neppure alzarmi dalla sedia per consultare un libro, potrei citare brani che, se fossero scritti ora, sarebbero stigmatizzati come antisemiti, dalle opere di Shakespeare, Smollett, Thackeray, Bernard Shaw, H. G. Wells, T. S. Eliot, Aldous Huxley e diversi altri. Così su due piedi, gli unici scrittori inglesi che mi vengono in mente, prima dei tempi di Hitler, che si siano davvero sforzati di prendere le parti degli ebrei, sono Dickens e Charles Reade. E l’intellettuale medio può non aver condiviso in pieno le opinioni di Belloc e Chesterton, ma non le ha neppure disapprovate con troppo calore. Le interminabili filippiche di Chesterton contro gli ebrei, che infilava nei suoi racconti e saggi coi più fragili pretesti, non gli hanno mai causato problemi; anzi, Chesterton è stata una delle figure più universalmente rispettate della vita letteraria inglese. Chiunque scrivesse ora con quei toni si attirerebbe un diluvio di ingiurie, o più probabilmente non troverebbe nessuno disposto a pubblicarlo.

Se, come sostengo, il pregiudizio contro gli ebrei è sempre stato piuttosto diffuso in Inghilterra, non c’è ragione di credere che Hitler l’abbia davvero fatto diminuire. Ha soltanto provocato una netta divisione tra la persona dotata di coscienza politica, che comprende che questo non è il tempo di lapidare gli ebrei, e la persona priva di tale coscienza, il cui antisemitismo originario è potenziato dalla tensione nervosa della guerra. Si può presumere, quindi, che molti, i quali preferirebbero morire piuttosto che confessare sentimenti antisemiti, li covano in segreto. Come ho già lasciato intendere, credo che l’antisemitismo sia essenzialmente una nevrosi, ma di certo ha le sue razionalizzazioni, cui si crede sinceramente, e che contengono una parte di verità. La razionalizzazione addotta dall’uomo comune è che l’ebreo è uno sfruttatore. A parziale giustificazione di quest’idea si può dire che l’ebreo, in Inghilterra, è in genere un piccolo commerciante; vale a dire, una persona che compie rapine più evidenti e comprensibili rispetto, poniamo, a una banca o una compagnia di assicurazioni. A un livello intellettuale più alto, l’antisemitismo si razionalizza affermando che l’ebreo diffonde malcontento e abbassa il morale nazionale. Anche questa idea ha qualche giustificazione superficiale. Durante gli ultimi venticinque anni le attività dei cosiddetti “intellettuali” sono state in larga misura dannose. Non credo sia esagerato affermare che se gli “intellettuali” avessero fatto il loro lavoro un po’ più a fondo, la Gran Bretagna si sarebbe arresa nel 1940. Ma l’intellighenzia scontenta comprendeva inevitabilmente un gran numero di ebrei. Si può dire con una certa plausibilità che gli ebrei sono i nemici della nostra cultura indigena e del nostro morale nazionale. Se la si esamina con attenzione, questa affermazione risulta insensata, ma si può sempre trovare qualche eminente personaggio che la sostenga. In questi ultimi anni si è sferrato un vero e proprio contrattacco alle idee di sinistra piuttosto superficiali in voga nel decennio precedente, espresse da organizzazioni come il Left Book Club. Questo contrattacco (si vedano per esempio libri come The Good Gorilla di Arnold Lunn o Sempre più bandiere di Evelyn Waugh) ha una vena antisemita, che sarebbe forse più marcata se la materia non fosse così ovviamente pericolosa. Accade poi che da qualche decennio alla Gran Bretagna manchi un’intellighenzia nazionalista degna di nota. Ma il nazionalismo britannico, cioè un nazionalismo di tipo intellettuale, potrebbe rinascere, e probabilmente accadrà se la Gran Bretagna uscirà molto indebolita dalla presente guerra. I giovani intellettuali del 1950 saranno forse ingenuamente patriottici quanto quelli del 1914. In tal caso, il genere di antisemitismo cresciuto tra gli antidreyfusardi in Francia, e che Chesterton e Belloc hanno cercato di importare in questo paese, potrebbe attecchire.

Non ho una teoria ferrea sulle origini dell’antisemitismo. Le due spiegazioni correnti, secondo cui le cause sarebbero economiche o, d’altro canto, si tratterebbe di un’eredità del Medioevo, non mi soddisfano; ammetto però che, combinate tra loro, possono apparire esaustive. Con certezza direi soltanto che l’antisemitismo è parte del più vasto problema del nazionalismo, che non è ancora stato seriamente esaminato, e che l’ebreo è chiaramente un capro espiatorio, anche se non sappiamo ancora per che cosa. In questo saggio mi sono basato quasi interamente sulla mia limitata esperienza, e forse ognuna delle mie conclusioni può essere confutata da altri osservatori. Il fatto è che su questa materia esistono pochissimi dati analizzabili. Comunque, per quel che valgono, riassumo qui le mie opinioni sull’argomento. In sostanza:

In Inghilterra c’è più antisemitismo di quanto ci piaccia ammettere, e la guerra lo ha accentuato, ma non è certo che sia in aumento, se si pensa in termini di decenni invece che di anni.

Al momento non conduce a persecuzioni aperte, ma ha l’effetto di rendere le persone insensibili alle sofferenze degli ebrei in altri paesi.

È fondamentalmente irrazionale e non si piega all’argomentazione.

Le persecuzioni in Germania hanno provocato una grande soppressione dei sentimenti antisemiti, offuscando così l’intero quadro.

La materia richiede un’indagine seria.

Vale la pena di espandere solo quest’ultimo punto. Studiare una qualunque materia in modo scientifico richiede un atteggiamento distaccato, cosa ovviamente più difficile quando sono in gioco interessi o emozioni personali. Moltissime persone perfettamente obiettive quando si tratta, poniamo, di ricci di mare o della radice quadrata di due, diventano schizofreniche se devono pensare alla fonte del proprio reddito. A viziare quasi tutti gli scritti sull’antisemitismo è l’assunto dell’autore secondo il quale lui, personalmente, ne è immune. “Io so che l’antisemitismo è irrazionale” riflette. “Di conseguenza, non lo condivido.” Quindi non comincia a indagare nell’unico luogo che potrebbe fornirgli qualche prova attendibile, ovvero nella propria mente.

Credo ragionevole supporre che la malattia genericamente definita nazionalismo sia ormai quasi universale. L’antisemitismo è soltanto una manifestazione del nazionalismo, e la malattia non colpisce tutti in quella particolare forma. Un ebreo, per esempio, non potrebbe essere antisemita: ma d’altra parte, molti ebrei sionisti mi sembrano semplicemente antisemiti alla rovescia, proprio come molti indiani e negri mostrano i normali pregiudizi razziali in forma invertita. Il punto è che alla civiltà moderna manca qualcosa, una qualche vitamina psicologica, e di conseguenza siamo tutti più o meno soggetti a questa follia di credere che intere razze o nazioni siano misteriosamente buone o misteriosamente malvagie. Sfido qualunque intellettuale moderno a guardarsi dentro con attenzione e onestà, senza imbattersi in odi e fedeltà nazionalistiche di questo o quel tipo. Lo si può definire intellettuale proprio perché sente lo strappo emotivo che questi sentimenti suscitano, riuscendo tuttavia a vederli spassionatamente per ciò che sono. Si capirà dunque che il punto di partenza di qualunque indagine sull’antisemitismo non dovrebbe essere: “Perché questa credenza evidentemente irrazionale fa presa sugli altri?” ma “Perché l’antisemitismo fa presa su di me? Che cosa me lo fa sentire vero?” Ponendosi questa domanda, si scoprono se non altro le proprie razionalizzazioni, e forse sarà possibile scorgere quello che si cela sotto di esse. L’antisemitismo dovrebbe essere indagato, e non voglio dire dagli antisemiti, ma se non altro da persone che sanno di non essere immuni da quel tipo di emozione. Quando Hitler sarà scomparso, un’autentica ricerca su questa materia sarà possibile, e sarebbe forse meglio cominciare non confutando l’antisemitismo, ma raccogliendo tutte le giustificazioni che si possono trovare per esso, nella propria o nell’altrui mente. Così, forse, qualche indizio ci condurrà alle sue radici psicologiche. Ma che all’antisemitismo si trovi un antidoto definitivo, senza curare la più vasta malattia del nazionalismo, questo non lo credo.


Nota di Orwell [1] È interessante confrontare la “barzelletta sugli ebrei” con quell’altro cavallo di battaglia del music-hall, la “barzelletta sugli scozzesi”, che in superficie le somiglia. Talvolta si racconta una storiella (per esempio quella dell’ebreo e dello scozzese che vanno insieme al pub e muoiono entrambi di sete) che mette le due razze sullo stesso piano, ma in generale all’ebreo si attribuiscono soltanto astuzia e avidità, mentre lo scozzese è caratterizzato anche dalla vigoria fisica. Questo si vede, per esempio, nella storiella dell’ebreo e dello scozzese che vanno insieme a una riunione che sanno essere gratuita. Inaspettatamente comincia una raccolta di denaro, e per evitarla l’ebreo sviene e lo scozzese lo porta fuori. Qui lo scozzese compie l’impresa atletica di trasportare l’altro. Se succedesse il contrario, sembrerebbe vagamente sbagliato.

Nota della traduttrice [*]: Qui Orwell usa la parola Hebrew, mentre in tutto il testo è usato il più comune Jew. Da un punto di vista fonetico, quest’ultima parola si avvicina di più all’italiano giudeo, che però nella nostra lingua ha un marcato senso spregiativo. Da qui la scelta di usare israelita, che, come conferma il dizionario, è “il nome degli antichi Ebrei in quanto discendenti di Giacobbe o Israele” ed è spesso usato come sinonimo di ebreo.


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CREDITI FOTO: London Museum

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