sabato 09/05/2026, 15:59

La Striscia di Gaza sta affrontando una crisi sempre più grave nell’assistenza medica e nella riabilitazione. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità risalenti a ottobre scorso, più di 42 mila persone avevano riportato ferite che hanno causato la perdita di arti o disabilità permanenti. A causa delle restrizioni all’ingresso di attrezzature mediche, le protesi e gli ausili per la mobilità come sedie a rotelle e stampelle sono diventati quasi introvabili.

Di conseguenza, migliaia di feriti, tra cui bambini, donne e anziani, affrontano un futuro incerto, privati di qualsiasi possibilità concreta di cure o di recupero. Dietro queste statistiche terrificanti ci sono volti reali, nomi reali e storie reali. Ci sono giovani, bambini e donne che hanno perso parti del loro corpo, non solo numeri nei rapporti delle Nazioni Unite.

Durante una visita all’ospedale Al-Aqsa per verificare le condizioni di salute di una mia amica dopo che la sua casa era stata colpita da un missile israeliano, ho incontrato Nour, ferita alle mani, e la sua sorellina Alaa, una bambina di cinque anni a cui sono stati amputati un braccio e una gamba.

Camminando per i corridoi dell’ospedale, l’odore dei medicinali e il suono del dolore mi hanno riportato indietro all’8 giugno 2024, il giorno in cui io stessa sono stata ferita da un proiettile di carro armato.

Quel giorno, le schegge mi hanno colpito la mano, la schiena e il viso. Un frammento si è conficcato vicino a un nervo della mia mano, dove si trova ancora oggi, a ricordarmi costantemente ciò che molti di noi hanno dovuto sopportare. Alaa e io condividevamo lo stesso dolore, il dolore del corpo e il dolore della perdita. Quando l’ho vista per la prima volta, piangeva silenziosamente, sussurrando tra le lacrime:

“Vorrei poter mangiare di nuovo con la mano destra… Giocare e colorare con i miei amici”.

Le sue semplici parole racchiudevano la tragedia di un’intera generazione privata del suo diritto più fondamentale: vivere un’infanzia normale. Ogni volta che Alaa aveva bisogno di andare in bagno o di sottoporsi a esami medici, le sue sorelle dovevano portarla in braccio.

In ospedale non c’erano sedie a rotelle o stampelle.

La sua sofferenza non era solo fisica, era anche il senso schiacciante di impotenza e totale dipendenza dagli altri in un momento in cui avrebbe dovuto ricevere cure e sostegno emotivo. In tempo di guerra, prendersi cura di un bambino ferito che non può nemmeno liberarsi senza aiuto diventa un peso insopportabile, anche per le persone che lo amano profondamente. Non perché non vogliano aiutare, ma perché loro stessi lottano per sopravvivere.

La storia di Nibal Al-Hissi

Mentre l’assedio continua e le forniture mediche rimangono limitate, Israele aggrava il dolore dei feriti aggiungendo al tormento fisico quello psicologico, lasciando bambini e donne ad affrontare il loro dolore senza strumenti per alleviarlo, senza dispositivi che li aiutino a muoversi. Recentemente, si sono diffuse notizie su una giovane donna di Gaza di nome Nibal Al-Hissi, che ha lanciato un appello attraverso i media e i social network per ottenere un referto medico che le consentisse di recarsi all’estero per ricevere protesi artificiali.

Non ho potuto aspettare: l’ho contattata personalmente, sperando che la sua voce potesse essere ascoltata dal mondo. Mi ha parlato tra le lacrime, con la voce carica di dolore e nostalgia per la vita che aveva perso. Mi ha detto: “Avevo così tanti sogni e ambizioni…”. Nibal, 25 anni, viveva nel nord di Gaza con la figlia di due anni, Rita.

Durante un attacco aereo israeliano, la loro casa è stata bombardata mentre lei teneva Rita tra le braccia, cercando di proteggerla dall’esplosione. La bambina è miracolosamente sopravvissuta, ma Nibal ha perso entrambe le braccia. Da quel giorno, non è più in grado di tenere in braccio o nutrire sua figlia, ma continua a lottare ogni giorno tra il dolore, l’isolamento e la fragile speranza di ricevere cure.

Ora Nibal dipende completamente dalla sua famiglia per tutto: mangiare, bere, muoversi e persino per le cure personali di base. Mi ha detto che desidera ardentemente i momenti in cui sua figlia, la piccola Rita, le chiedeva qualcosa di semplice, ma ciò che le fa più male è che non può più soddisfare nessuna delle esigenze della sua bambina. Il suo dolore è aumentato quando suo marito l’ha lasciata dopo l’incidente, convinto che non potesse più prendersi cura della loro bambina e della loro casa.

Nibal dice che tutto nella sua vita è diventato difficile, dalle ferite non guarite alla solitudine che la sua disabilità le ha imposto, al sogno rinviato di ricevere protesi che le restituiscano anche solo una piccola parte della sua indipendenza e dignità. Alla tragedia dei feriti di Gaza si aggiunge un altro strato di sofferenza: il compito quasi impossibile di ottenere referenze mediche e viaggiare per ricevere cure al di fuori della Striscia.

Impossibile muoversi per ricevere cure

Nonostante il numero crescente di persone che necessitano di interventi chirurgici complessi o protesi, le prescrizioni mediche rimangono scarse e fortemente burocratizzate, richiedendo spesso mesi per l’approvazione, se mai arrivano. Il valico di Rafah, l’unica vera via d’accesso per i pazienti, apre e chiude in modo imprevedibile a causa delle condizioni politiche e di sicurezza, lasciando migliaia di feriti intrappolati in un’attesa senza fine.

Dietro ogni richiesta di visita specialistica c’è una storia umana sospesa tra speranza e disperazione: pazienti in attesa di una telefonata o di un permesso di viaggio che potrebbe significare la vita stessa, mentre i loro giorni svaniscono nel dolore e nell’immobilità all’interno di ospedali privi anche delle risorse più elementari. La guerra non uccide solo, ruba. Ruba la terra, le case e i propri cari. Ruba gli arti. Ruba le anime. Il dolore non finisce con la sopravvivenza, ma inizia quando si è costretti a convivere con ciò che manca, con ciò che è rotto, con un corpo che non sarà mai più lo stesso.

E se a volte la morte sembra più facile che perdere una parte di sé, allora scegliere di vivere nonostante tutto è la forma più pura di resistenza.


CREDITI FOTO: © Hamed Sbeata

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