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Più che emendarla, la riscrive. Le proposte di modifica della legge sul consenso sessuale – il cosiddetto Ddl Stupri – presentate dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno e approvate ieri dalla Commissione Giustizia del Senato hanno suscitato la reazione allarmata del mondo femminista e dei Centri antiviolenza, giacché stravolgono il principio giuridico stesso alla base della legge, che sembrava ormai destinata a vita facile dopo che nei mesi scorsi era stato raggiunto un accordo bipartisan sancito dall’approvazione all’unanimità alla Camera (la legge era stata presentata da Laura Boldrini del Partito democratico come prima firmataria); e che, nientemeno, si era giunti a una stretta di mano fra Elly Schlein segretaria del Partito Democratico, e Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei Ministri attualmente in carica e leader del partito di estrema destra Fratelli d’Italia.
Invece, il patto fra gentlewomen è stato tradito, e con questo emendamento la legge passa dall’incentramento sul concetto di “consenso sessuale” a quello di “volontà contraria all’atto sessuale” o “dissenso”. Riportiamo di seguito i due testi affiancati, perché sia più facile notare le differenze (grassetti e corsivi nostri).
| Testo della legge come era stato approvato alla Camera | Testo della legge come è stato emendato e approvato alla Commissione Giustizia del Senato |
| Art. 1. L’articolo 609-bis del codice penale è sostituito dal seguente: « Art. 609-bis. – (Violenza sessuale) Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni. Alla stessa pena soggiace chi costringe taluno a compiere o a subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità ovvero induce taluno a compiere o a subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica o di particolare vulnerabilità della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi ». | Art. 1 L’articolo 609-bis del codice penale è sostituito dal seguente: «Art. 609-bis – (Violenza sessuale) Chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti è punito con la reclusione da sei a dodici anni. La volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso. La pena è della reclusione da sette a tredici anni se il fatto è commesso mediante violenza, minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa. La pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi quando, per le modalità della condotta e per le circostanze del caso concreto, nonché in considerazione del danno fisico o psichico arrecato alla persona offesa, il fatto risulti di minore gravità.». |
Le attiviste in piazza, annunciando l’avvio di un percorso di mobilitazione permanente, hanno convocato una manifestazione nazionale per il 28 febbraio prossimo e hanno spiegato le ragioni per cui ritengono un arretramento inaccettabile la nuova formulazione della legge, che rischia, hanno denunciato, di diventare un boomerang nella lotta contro la violenza sulle donne.
Sono intervenute Chiara Franceschini di Lucha y Siesta, Elisa Ercoli di Differenza Donna e Giulia Paparelli della Cooperativa sociale BeFree.
Di seguito, pubblichiamo integralmente l’intervento di Giulia Paparelli:
Abbiamo chiamato questa piazza in maniera unitaria, come organizzazioni femministe e transfemministe antiviolenza, perché quello che sta accadendo con le modifiche alla legge sulla violenza sessuale rischia di vanificare decenni di lotte e di costruzione concreta di libertà e autodeterminazione per le donne e per tutte quelle soggettività maggiormente esposte alla violenza patriarcale.
La proposta di modifica della norma sulla violenza sessuale, portata avanti dal governo, è inaccettabile, perché rischia di trasformare i percorsi giudiziari delle migliaia di donne sopravvissute a violenza sessuale in un’esperienza di rivittimizzazione, già presente oggi nelle aule di tribunale, in cui sono le istituzioni ad agire un’ulteriore violenza nei confronti di chi denuncia, non garantendone la piena tutela. Con le modifiche proposte la situazione rischia di aggravarsi in modo esponenziale.
Come organizzazioni impegnate da anni nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere, abbiamo accolto favorevolmente il DDL approvato a novembre alla Camera, che voleva introdurre in modo esplicito la parola consenso, libero e attuale, nella legge 66/1996.
Questa modifica infatti avrebbe permesso di allineare la nostra legislazione alla Convenzione di Istanbul e alle normative più avanzate di molti paesi europei, ma soprattutto avrebbe dato finalmente uno strumento ulteriore a chi decide di denunciare una violenza sessuale e affronta un percorso giudiziario, e avrebbe meglio guidato i giudici ad interpretare correttamente il consenso contrastando retoriche colpevolizzanti, che fanno salire la persona offesa dal reato sul banco degli imputati, indagando le sue abitudini sessuali o il modo in cui ha reagito o non ha reagito alla violenza.
Le statistiche nazionali ci dicono da anni che la violenza sessuale è drammaticamente in aumento, soprattutto tra persone giovani e giovanissime e noi, operatrici dei centri antiviolenza, sappiamo bene che quella che arriva in tribunale è solo una minima parte del sommerso esistente, e se questo è vero per la violenza domestica lo è ancora di più per la violenza sessuale.
Sostituire al “consenso libero e attuale” , la necessità di valutare “la volontà contraria” della persona offesa, peraltro tenendo conto della situazione e del contesto, significa spazzare via decenni di conquiste delle donne e del movimento femminista, significa costringere chi ha vissuto una violenza a dover dimostrare il proprio dissenso all’atto B sessuale, significa spostare su chi sopravvive alla violenza la responsabilità dello stupro. Non c’è nessun altro reato nel nostro ordinamento penale che prevede la punizione del colpevole solo se la vittima ha chiaramente esplicitato la sua contrarietà a quello che sta avvenendo.
Introdurre questa modifica significa anche assumersi la responsabilita di dire, a livello culturale e sociale, che se una persona non si ribella, non dice no, non tenta di sottrarsi allo stupro, per l’autore di quella violenza non è necessario valutare la sua volontà. Noi, femministe e transfemministe che lavorano nei centri antiviolenza, sappiamo da sempre quanto le norme giudiziarie, penali e civili, modellino la società in cui viviamo, è per questo che abbiamo lottato per l’eliminazione del matrimonio riparatore, del delitto d’onore, per l’approvazione della legge 194 e molto altro ancora.
Perché l’autodeterminazione possa essere un obiettivo a cui aspirare e necessario costruire un sistema culturale e sociale in cui tutte le persone riconoscano il proprio diritto di essere libere, a partire da un limite invalicabile per chiunque, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sulla nostra sessualità.
La proposta di modifica del DDL che si discute oggi ha un solo obiettivo: tutelare gli stupratori, sancendone il privilegio più insopportabile: quello del dominio sui nostri corpi, lo stupro.
Il Governo ci racconta che l’introduzione del consenso avrebbe posto problemi di interpretazione, esponendo gli uomini al rischio di vendette contro di loro e a denunce di stupro false. Noi operatrici antiviolenza sappiamo meglio di chiunque altro quanto questo “rischio” millantato sia lontano dalla realtà e venga usato strumentalmente per legittimare il dominio maschile, lo ascoltiamo ogni giorno, non solo nei racconti delle persone che si rivolgono a noi, ma anche nella difficoltà sempre più grande che abbiamo nell’organizzare gli interventi di prevenzione nelle scuole. Il governo che oggi discute questa modifica al DDL sul consenso è lo stesso che vuole vietare l’educazione all’ affettività, rivendicando che solo la famiglia abbia il diritto di educare i/le giovani alle relazioni, la stessa famiglia in cui si consumano la maggior parte delle violenze di genere. E’ lo stesso governo che con le sue politiche paternalistiche e securitarie sta facendo arretrare il paese sul fronte dei diritti civili e delle libertà. Come organizzazioni femministe e transfemministe antiviolenza oggi siamo qui, unite, a ribadire che non accetteremo nessuna mediazione al ribasso sui nostri corpi, quella di cui state discutendo è la nostra libertà, sono nostre le vite con cui state giocando, cercando di ricompattare una maggioranza di governo misogina e sessista, non arretreremo e non accetteremo niente di meno che il riconoscimento della libertà di autodeterminazione dei nostri corpi e della nostra sessualità.








