In un angolo della città di Gaza, un giovane ventenne è seduto all’interno di un bar che ha riaperto dopo lunghi mesi di guerra. Con calma solleva il cellulare, scatta una foto di una tazza di caffè posata davanti a una facciata relativamente ordinata e la pubblica sui social media. A prima vista, l’immagine sembra ordinaria, forse persino rassicurante, suggerendo un senso di “ritorno alla vita”. Ma se si allarga solo un po’ l’inquadratura, tutto cambia.
Dietro quella piccola facciata, scelta con cura, si nascondono enormi cumuli di macerie e distruzione. Il caffè stesso sorge all’interno di quello che un tempo era un edificio e oggi è completamente distrutto, circondato da muri crollati e strade che hanno perso ogni forma riconoscibile. L’immagine che raggiunge il pubblico è accuratamente ritagliata per mettere in risalto un unico angolo di vita, mentre la realtà più ampia che la circonda rimane sommersa dalla devastazione.
Nello stesso istante, a pochi minuti di distanza, un’altra famiglia cerca acqua pulita all’interno di una tenda improvvisata, cercando di preparare un pasto semplice alla fine di una lunga giornata di attesa.
Entrambe le scene si svolgono nello stesso luogo, nello stesso momento, ma solo una di esse arriva sullo schermo.
Negli ultimi mesi, le piattaforme dei social media sono state inondate da filmati che mostrano quello che sembra essere un “graduale ritorno alla vita” a Gaza: caffè che riaprono, ristoranti che accolgono di nuovo i clienti, spazi commerciali relativamente moderni e luoghi a volte presentati come “di lusso”. Queste scene sono spesso utilizzate per suggerire che la vita stia tornando alla normalità o che il territorio stia vivendo una qualche forma di ripresa economica.
Eppure, accanto a questa immagine, un’altra realtà rimane in gran parte invisibile. Oggi a Gaza la maggior parte della popolazione vive in tende provvisorie o tra le rovine delle proprie case, sotto il peso del crollo generalizzato delle infrastrutture, di un sistema sanitario esausto che funziona a malapena e di un’interruzione quasi totale dell’istruzione in vaste aree.
Secondo rapporti e stime umanitarie internazionali, una parte significativa del tessuto urbano di Gaza è stata distrutta o gravemente danneggiata, mentre centinaia di migliaia di persone dipendono dagli aiuti umanitari per i propri bisogni primari. I servizi essenziali – acqua, elettricità e servizi igienico-sanitari – sono crollati o funzionano a capacità fortemente ridotta.
Gaza non restituisce un’immagine unica, ma una stratificazione di condizioni che coesistono nello stesso spazio. Le piattaforme digitali sono piene di filmati di caffè affollati, ristoranti riaperti e negozi che tentano di riprendere l’attività. Alcuni di questi spazi sono presentati come simboli del ritorno alla vita, specialmente se mostrati sullo sfondo della distruzione circostante. Quando noi autori di Gaza raccontiamo della realtà di bar e ristoranti che frequentavamo prima della guerra e che oggi, semplicemente, non ci possiamo più permettere per via dei costi più che triplicati, alcuni media ne approfittano per beffarsi di noi e negare le nostre sofferenze. Di recente, un editoriale del New York Post ha sostenuto che la presenza di caffè e ristoranti “di lusso” a Gaza metterebbe in discussione le accuse di genocidio.
La Gaza che appare sugli schermi
Ma anche se quelle scene rappresentano una parte di verità, esse sollevano una domanda fondamentale: cosa rimane fuori dall’inquadratura?
In realtà, queste attività commerciali sono concentrate in aree limitate e sono accessibili solo a una fetta relativamente piccola della popolazione, spesso a coloro che dispongono ancora di fonti di reddito, lavorano con organizzazioni internazionali o ricevono sostegno finanziario dall’estero. Nel frattempo, gran parte dei residenti vive in condizioni economiche che rendono questi spazi ben al di là della loro portata quotidiana.
Con i prezzi elevati di bar e ristoranti rispetto al potere d’acquisto della maggior parte delle persone, questa realtà potrebbe anche accentuare un divario sociale sottile ma crescente. Alcuni spazi di vita emergenti cominciano a sembrare distaccati dalla realtà vissuta dalla maggioranza, non riuscendo a riflettere le loro lotte quotidiane e le difficoltà economiche.
Emerge così la “Gaza visibile”: una piccola sacca di attività all’interno di un panorama di collasso molto più ampio.
Un’economia che si muove tra le macerie
La riapertura di alcuni progetti commerciali non indica necessariamente un’ampia ripresa economica. Molte di queste attività esistevano già prima della guerra, e i loro proprietari stanno ora tentando di riprendere le operazioni in condizioni estremamente difficili, sia per preservare i propri mezzi di sussistenza, evitare la perdita totale o mantenere un livello minimo di continuità.
Allo stesso tempo, sono emerse nuove iniziative in risposta alle realtà del periodo bellico. Tuttavia, tutte operano all’interno di un contesto economico estremamente fragile: carenza di beni, prezzi alle stelle, interruzioni di corrente e un potere d’acquisto drasticamente ridotto.
In definitiva, l’economia sembra muoversi in uno spazio molto ristretto, che non rappresenta la realtà più ampia, ma solo un suo frammento limitato.
La Gaza che non appare
Dietro le immagini diffuse si nasconde una realtà quotidiana più dura e meno visibile.
Le infrastrutture di Gaza hanno subito un crollo generalizzato, con gravi danni alle reti idriche, ai sistemi elettrici e ai servizi igienico-sanitari, rendendo l’accesso ai servizi di base una lotta quotidiana.
Il sistema sanitario è sottoposto a un’enorme pressione, dovendo affrontare carenze di medicinali, forniture mediche, personale e carburante, in un momento in cui le esigenze mediche continuano a crescere.
Anche l’istruzione ha subito gravi interruzioni, con migliaia di studenti impossibilitati ad accedere alle scuole o alle università. Le conseguenze si estendono ben oltre un singolo anno accademico, minacciando il futuro di un’intera generazione.
Tra immagine e realtà: chi plasma la narrazione?
Questa contraddizione visiva sta diventando parte di un racconto più ampio su Gaza che sta iniziando ad affermarsi. Mentre alcuni filmati mostrano segni limitati di ritorno alla vita in aree specifiche, il contesto più ampio di distruzione e collasso è spesso assente.
La percezione esterna è così incompleta. Può suggerire che la vita a Gaza sia tornata alla normalità o che gli effetti della guerra siano meno gravi di quanto non siano in realtà. Con la ripetizione e la diffusione, le scene parziali rischiano di essere scambiate per il quadro intero.
Allo stesso tempo, molti residenti sottolineano che queste immagini non sono false, ma lo diventano per omissione. Una realtà inquadrata in modo selettivo non restituisce la portata delle difficoltà vissute quotidianamente dalla maggioranza.
Non si tratta di negare i segnali di vita, ma di collocarli nel loro contesto. A Gaza possono coesistere, a pochi metri di distanza, un locale illuminato e una tenda senza acqua.
Non esiste un racconto unico capace di racchiudere questa complessità. Esiste una realtà visibile, filtrata e circoscritta, e una molto più ampia che resta fuori campo ma determina la vita quotidiana della maggior parte della popolazione.
Tra queste due dimensioni, Gaza continua a esistere come uno spazio attraversato da profonde lacerazioni, che nessuna immagine isolata è in grado di restituire.
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CREDITI FOTO: EPA/MOHAMMED SABER – Una giovane coppia di Gaza gioca a scacchi alla caffetteria “Capresso” nel centro di Gaza City, il 13 febbraio 2026.

Optometrista e scrittrice di Gaza. Il suo lavoro esplora l’intersezione tra assistenza sanitaria, umanità ed esperienze vissute in situazioni di conflitto, con particolare attenzione alla vista, alla resilienza e alla sopravvivenza quotidiana. Attraverso la pratica clinica e la narrazione, documenta le realtà personali e professionali del lavoro nel settore sanitario durante la guerra.

