Ezzideen Shehab è un giovane medico palestinese, originario di Gaza. Ha vissuto per oltre dieci anni all’estero, dove ha studiato ed è diventato un professionista. Torna a casa, in Palestina, appena qualche giorno prima del 7 ottobre. Da quella data fatidica, non ha più lasciato la sua terra e ha iniziato a mettere tutto sé stesso nella cura delle vittime del genocidio, operando in strutture sanitarie che venivano, di volta in volta, distrutte; i medici rapiti, come nel caso di Hussem Abu Safiya, oppure uccisi. Pubblichiamo un estratto del suo libro Diario di un giovane medico. Appunti da un genocidio a Gaza, pubblicato da Mimesis (prefazione di Paola Caridi). Un resoconto umano e diretto, che documenta uno degli aspetti che maggiormente definiscono quanto inferto ai palestinesi di Gaza come il genocidio di un popolo: la distruzione sistematica del sistema sanitario, l’impedimento attivo a prestare le cure, l’accanimento feroce contro medici e paramedici, l’attacco agli ospedali.
La resistenza degli abitanti di Gaza e specialmente di tutti gli operatori sanitari che hanno provato, mancanti di tutto, a continuare a prestare cure mediche a bambini, donne e uomini mentre venivano bombardati o ricercati rimarrà per sempre nella Storia umana come uno dei più alti esempi di forza umana nella barbarie della guerra.
15 dicembre 2024
Nonostante il complesso stato di sicurezza, oggi siamo riusciti a riaprire la clinica. Uno dei nostri obiettivi è stato l’avvio di un programma di salute materna, volto a registrare le donne incinte e a fornire loro vitamine e integratori alimentari essenziali. Questa iniziativa è fondamentale per contrastare la grave malnutrizione e la carestia che stanno colpendo il nord di Gaza.
Una delle donne che si sono presentate per la registrazione era una trentatreenne al secondo mese di gravidanza. Dopo aver raccolto la sua anamnesi e i suoi recapiti, ha esitato prima di condividere le sue preoccupazioni. Ha espresso una profonda angoscia per la gravidanza in corso, confidando di sentirsi incapace di prendersi cura di un altro bambino in circostanze così difficili. Ha menzionato in particolare l’impossibilità di permettersi beni di prima necessità, come pannolini e latte artificiale.
Ha raccontato che, pur amando i bambini e avendo sempre sognato di ampliare la famiglia, ora si sente combattuta. Ha ammesso di aver pensato all’aborto, ma non riesce a farlo, poiché la sua fede dà valore alla sacralità della vita e considera la gravidanza un dono di Dio.
Le sue parole mi sono rimaste impresse a lungo, anche dopo che se n’è andata. Ho continuato a pensare all’immenso peso emotivo che questa madre dovrà sopportare nei prossimi nove mesi, lottando con la rabbia, il senso di colpa e il suo innato istinto materno. Come farà ad affrontare un tale tumulto? Quali conseguenze avrà questo sulla sua salute mentale? E, cosa forse più inquietante, in che tipo di mondo nascerà questo bambino?
16 dicembre 2024
Un bambino di appena un anno e un mese è stato portato in clinica. Il suo respiro era affannoso, appesantito dall’asma. Accanto a lui c’era una bambina con uno sguardo più maturo della sua età. Mi sono accovacciato davanti a lei e dolcemente le ho chiesto: “Dove sono i suoi genitori? Ho bisogno di parlare con loro”.
La sua voce era ferma, come se avesse già ripetuto questa storia fin troppe volte. “Sono morti. Entrambi. Tutta la sua famiglia non c’è più. Ora vive con noi. Sono sua cugina”.
Le parole sono rimaste sospese nell’aria come un sudario, pesanti e opprimenti. Un bambino troppo piccolo per comprendere la perdita ora vive ogni giorno nella sua ombra. Ma ciò che mi ha colpito di più è stata la ragazzina, costretta a sopportare un peso che nessun bambino dovrebbe sopportare; la sua innocenza distrutta dalla guerra, sostituita da una resilienza silenziosa che sembrava dolore scolpito nella pietra.
Non riesco a smettere di pensare a lui. A lei. Alle centinaia, forse migliaia, di bambini come loro a Gaza. Orfani di cui il mondo non conoscerà mai i nomi. Vite sradicate, futuri cancellati. Questa è l’eredità della guerra di cui nessuno parla: la distruzione silenziosa, le ferite invisibili, i sogni che muoiono prima ancora di nascere.
Anche quando le bombe si fermeranno, quando i titoli dei giornali svaniranno, la vita di questo bambino sarà ormai irriconoscibile, spezzata per sempre. Per lui la guerra non finirà. Non tra le macerie in cui gioca, né nel silenzio che lo accoglie la notte, né nei volti che non rivedrà mai più.
E per ogni bambino come lui ce ne sono altri che aspettano nell’ombra di questa guerra, portando cicatrici che nessuno potrà mai vedere.
17 dicembre 2024
Un anno fa, esattamente alle 7:00 del mattino, ci siamo svegliati con un’esplosione che ha scosso l’intera zona, frantumando porte e finestre e facendo piovere su di noi schegge di vetro. Siamo saltati giù dal letto terrorizzati e siamo corsi in strada per capire cosa fosse successo, se si trattasse di un terremoto. L’aria era densa di fumo bianco che ci soffocava e l’odore della polvere da sparo pervadeva ogni angolo. Presto ci siamo resi conto che un attacco aereo israeliano aveva colpito una delle case vicine. Ma il fumo era così denso che non riuscivamo nemmeno a vedere quale casa fosse.
Davanti alla nostra porta ho trovato mio cugino quindicenne, Abdulrahman, a terra privo di sensi. Ho cercato disperatamente di svegliarlo, ma non rispondeva. Lo abbiamo portato in ospedale su un carro trainato da un asino, perché le ambulanze non riuscivano a raggiungerci. Ma lì è morto per un’emorragia cerebrale. Era in piedi vicino alla porta quando l’esplosione ha scagliato il suo piccolo corpo a diversi metri di distanza.
La tragedia non è finita lì. Quello stesso giorno abbiamo perso molti membri della nostra famiglia. I miei cugini Bilal e Youssef sono stati uccisi, insieme ad altri. Onestamente, non riesco a finire questa storia, mi si spezza il cuore solo a pensarci. La loro assenza ci perseguiterà per sempre e il dolore non svanirà mai. Possano le loro anime riposare in pace e il mondo ricordare i loro nomi non come numeri, ma come esseri umani con sogni, risate e futuri che sono stati brutalmente strappati via.
28 dicembre 2024
L’inverno è arrivato appena una settimana fa, portando notti così gelide da sembrare spietate. Io e la mia famiglia ci siamo rifugiati in un’unica stanza, sigillando il più possibile porte e finestre, condividendo il calore sotto tutte le coperte che abbiamo. Fuori, il vento ulula come un predatore, lacerando brutalmente le coperture di nylon improvvisate che hanno sostituito i vetri nelle case di Gaza. Le finestre sono state distrutte molto tempo fa, vittime degli infiniti bombardamenti ed esplosioni. Ogni mattina ricuciamo il nylon strappato, per poi ritrovarlo di nuovo lacerato al calar della notte.
Ma le nostre difficoltà sembrano insignificanti rispetto a quelle di chi è sfollato. Il mio pensiero continua ad andare alle famiglie nei campi: oltre un milione di anime rannicchiate in tende logore che non offrono alcun riparo da questo freddo implacabile. Penso alle notizie che ho sentito oggi: tende sradicate e spazzate via dalla ferocia del vento. Un amico mi ha confidato un desiderio inquietante: “Se solo piovesse e fossimo inondati. Almeno la pioggia possiamo cercare di tenerla fuori con il nylon o la plastica, ma questo vento ci lascia nudi, esposti”.
In soli due giorni, il freddo ha causato la morte di cinque persone, quattro delle quali erano neonati, fragili e indifesi. I loro primi respiri sono stati rubati dall’aria gelida. Mi ricorda la storia della piccola fiammiferaia, la bambina che morì congelata nella neve mentre i suoi piccoli fiammiferi si spegnevano uno dopo l’altro. Ma a Gaza non si tratta solo di una piccola fiammiferaia. Qui ci sono due milioni di persone, ognuna alle prese con il vento pungente, ognuna aggrappata all’ultimo barlume di speranza prima che anche questo si spenga.
Nel freddo pungente dell’inverno di Gaza, siamo tutti piccole fiammiferaie.
© Mimesis Edizioni – Riproduzione vietata


