giovedì 21/05/2026, 20:57

    La propaganda bellicista imperante degli ultimi anni ha centrato il suo obiettivo: la spesa per le armi nel mondo ha toccato nel 2025 il nuovo record di 2.887 miliardi di dollari, in aumento del 2,9% sul 2024, come ha evidenziato l’ultimo rapporto del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute). In questa corsa generalizzata al riarmo non fanno eccezione le armi nucleari, del cui possibile uso si è tornati a parlare con folle insistenza e agghiacciante facilità sull’onda dei principali conflitti che infiammano il mondo. Sia in alcune fasi della guerra tra Russia e Ucraina, infatti, sia in quella lanciata da Usa e Israele contro l’Iran, più di una volta si è temuto che si scatenasse l’armageddon nucleare.

    La conseguenza è che il business delle armi nucleari sembra non essere mai stato così in salute. Secondo ICAN, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari premio Nobel per la Pace 2017, le potenze nucleari nel 2024 hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per i loro arsenali atomici.

    Il nuovo rapporto “Don’t Bank on the Bomb”

    Sui protagonisti di questo business, soprattutto su chi lo finanzia, ha fatto luce l’ultimo rapporto “Don’t Bank on the Bomb”, pubblicato annualmente dal 2014. A curarlo sono PAX, organizzazione olandese impegnata da oltre 75 anni nella costruzione della pace, e la stessa ICAN.

    Il rapporto, che lascia intuire fin dal titolo (“Investing in the Arms Race: The companies building nuclear weapons and their financiers”) come le armi nucleari e i loro investitori siano pienamente inseriti nel boom del riarmo, analizza il periodo gennaio 2023-settembre 2025 e punta la lente su 25 società “fortemente coinvolte” nella produzione di beni o nella fornitura di servizi che contribuiscono allo sviluppo, sperimentazione, produzione, fabbricazione, possesso, stoccaggio o uso di armi nucleari. Attività vietate dal Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) in vigore dal 2021, per quello che può valere in un periodo in cui il rispetto del diritto internazionale è evaporato, che però non è ratificato né dalle potenze nucleari, né da quasi tutti i Paesi europei, fra cui l’Italia.

    Stati Uniti davanti a tutti, ma c’è anche tanta Europa

    Le aziende analizzate nello studio provengono da Cina, Francia, India, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e in larga maggioranza (15 su 25) dagli Stati Uniti. Per ciascuna il report descrive il tipo di coinvolgimento nel business delle armi nucleari e i finanziatori. Quelle che ottengono i maggiori profitti sono tre, tutte statunitensi: Honeywell, General Dynamics e Northrop Grumman, che hanno contratti in essere per rispettivamente 75, 28 e 16 miliardi di dollari. Poi c’è un altro gruppo di aziende con contratti comunque miliardari per la produzione o per il supporto di armi nucleari: tre società a stelle e strisce (Bechtel, Lockheed Martin, RTX), una britannica (BAE Systems) e Leonardo, l’unica italiana.

    Fra i nomi più conosciuti, specie al pubblico europeo, vi sono Airbus (Olanda), Rolls-Royce (Regno Unito) e Thales (Francia). Airbus attraverso la partecipazione in MBDA, principale consorzio europeo di missili e tecnologie per la difesa, rifornisce l’arsenale francese: il suo presidente a fine 2025 ha esortato i Paesi europei a dotarsi di nuove armi nucleari per fronteggiare Putin. Rolls-Royce produce sistemi di propulsione nucleare per i sottomarini di Sua Maestà. E Thales, partecipata al 26% dallo Stato francese, è fra i fornitori del programma missilistico nucleare francese.

    Gli investitori e le risorse finanziarie in gioco

    La finanza che sostiene il business delle armi nucleari sta aumentando, nel numero degli attori coinvolti e nelle cifre in gioco.

    Sono 301 le istituzioni finanziarie con relazioni d’investimento o finanziamento con almeno una delle 25 aziende citate, in aumento rispetto alle 260 dello scorso anno e soprattutto in controtendenza, perché dal 2021 stavano diminuendo. E provengono quasi tutte (a parte tre dal Sudafrica) da Paesi che, non aderendo al Tpnw, inseriscono gli armamenti nucleari nelle proprie strategie di sicurezza nazionale, Usa ancora una volta in testa: sono statunitensi le prime sei istituzioni finanziarie per investimenti in produttori di armi nucleari e anche le prime cinque per prestiti e sottoscrizioni.

    Aumenta anche la quantità di risorse finanziarie impiegate: oltre 709 miliardi di dollari sono investiti in azioni e obbligazioni di quelle 25 aziende, in crescita di 195 miliardi di dollari sulla precedente rilevazione. Cresce anche l’erogazione di prestiti e la sottoscrizione di azioni e obbligazioni (underwritings), che hanno sfiorato i 300 miliardi di dollari (quasi 30 in più rispetto all’ultima rilevazione).

    Il made in Italy del business nucleare

    Leonardo, come detto, è l’unica italiana fra le 25. Il colosso controllato al 30% dal ministero dell’Economia e delle Finanze è coinvolto nel business delle armi nucleari, dice il report, per via della partecipazione al 25% detenuta nel citato consorzio MBDA e della fornitura di componenti di propulsione elettrica integrata per sottomarini nucleari delle forze navali Usa.

    Fra i finanziatori di Leonardo figurano tutti e nove gli istituti finanziari italiani inclusi nel rapporto: BPER Banca, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio, Banco BPM, Cassa Depositi e Prestiti, Mediobanca. E poi i due principali gruppi bancari del nostro Paese, Intesa Sanpaolo e UniCredit, esposti nel complesso verso le 25 aziende rispettivamente per 718 milioni di dollari e oltre 4 miliardi di dollari (tra prestiti e sottoscrizioni).

    “Bombe atomiche” sulla credibilità della finanza sostenibile

    Investire nel business delle armi nucleari – le «più disumane mai create», stigmatizza il rapporto – dovrebbe essere inaccettabile soprattutto per gli attori finanziari che dichiarano di seguire principi e criteri di sostenibilità, o Esg (ambientali, sociali e di governance). Ma il vento impetuoso della propaganda bellicista ha fatto cambiare idea a molti. Emblematico il caso della tedesca Allianz, che già investiva nel settore ma che nel 2025 ha annunciato che i produttori di armi nucleari sarebbero diventati investimenti eleggibili anche per i suoi fondi Esg.

    A metterci il carico da undici è stata la pressione dei governi e in particolare dell’Ue per far fluire copiose risorse finanziarie verso il settore che con espressione politically correct viene chiamato della “difesa”. Già nel 2024 il rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea aveva invitato a rivisitare la regolamentazione europea della finanza Esg per non ostacolare l’accesso ai finanziamenti per l’industria della difesa. Poi a marzo 2025 la Commissione Ue ha presentato il piano per il riarmo dell’Europa con l’obiettivo di sbloccare 800 miliardi di euro di investimenti a favore del settore della difesa. E a inizio 2026 sono arrivate le modifiche alle regole sugli indici di riferimento per la finanza sostenibile, che hanno riammesso le imprese coinvolte nel business delle armi nucleari fra quelle in cui si può investire in modo sostenibile. Le citate Leonardo, UniCredit e Intesa Sanpaolo, per esempio, figurano nel paniere dell’indice sostenibile MIB ESG di Borsa Italiana e anche fra i fondatori di iniziative sulla sostenibilità come il Global Compact Network Italia.

    C’è chi dice no

    Non tutti però sono d’accordo. Ad esempio gli investitori che praticano la finanza etica, che nell’esclusione del settore delle armi, nucleari comprese, ha uno dei suoi pilastri. La rete GABV (Global Alliance for Banking on Values) con la Dichiarazione di Milano del 2024 ha escluso ogni forma di finanziamento al settore delle armi, tutte le armi. Nel 2025 una dozzine di banche, fra cui alcune appartenenti a GABV, hanno chiesto al legislatore europeo di includere le armi nucleari fra quelle da considerarsi controverse, quindi non investibili.

    Molti investitori si richiamano al citato Tpnw: secondo IRIAD (Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo) più di 130 istituzioni finanziarie nel mondo, con circa 4.800 miliardi di dollari di asset, escludono investimenti nel settore delle armi nucleari proprio riferendosi al Tpnw. Nel 2023, nella seconda riunione degli Stati Parte del Tpnw, l’italiana Etica sgr (società di asset management del Gruppo Banca Etica) ha lanciato insieme a ICAN una dichiarazione congiunta di impegno a non investire in aziende coinvolte nella costruzione di armi nucleari, poi sottoscritta da 110 investitori con asset complessivi per oltre mille miliardi di dollari. Alla successiva terza riunione degli Stati Parte del Tpnw è stata poi lanciata la Nuclear Weapons Free Finance Initiative, rivolta a tutti gli investitori disposti a condividere lo stesso impegno.

    “Ogni investimento è una scelta”, conclude il report. Se il ritorno del protagonismo delle armi nucleari nelle agende per la sicurezza di molti Paesi fa fregare le mani alle relative filiere industriali, gli investitori devono scegliere da che parte stare: possono approfittare del trend per lucrare profitti, soffiando però ulteriormente sul fuoco dell’incubo nucleare e quindi accrescendo il rischio che un incidente nucleare prima o poi si verifichi, poiché alla fine le armi si producono per essere usate; o possono dire no.


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    CREDITI FOTO: Wikimedia Commons

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