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Abderrahim Fakir è morto per mano dello Stato poco dopo mezzogiorno, in una torrida domenica d’estate a Bologna. Sono circa le 12.30 del 19 luglio 2026 quando il suo corpo smette di reagire sull’asfalto rovente di via Svevo, al Pilastro. Si trova, senza suo volere, a faccia in giù, immobilizzato da due agenti della Polizia di Stato. Entrambi, dal capello corto e in tenuta estiva, lo schiacciano a terra: uno scaricando il proprio peso sulla parte superiore del suo tronco e spingendogli il volto contro il manto stradale; l’altro occupandosi degli arti inferiori. Fakir si contorce. Cerca disperatamente di liberarsi. Urla: «Aiuto». «Basta».
Intorno, si muovono altre cinque persone. Un uomo a torso nudo gli blocca le caviglie, in ausilio agli agenti. Poco distante, un soccorritore volontario, del tutto vestito di rosso, osserva la scena, ponendo, a tratti, le mani sui fianchi e assumendo la postura immobile tipica degli umarell (vecchietti) bolognesi, dediti a osservare i cantieri urbani. Accanto a lui, un secondo volontario e altri uomini in maglietta bianca assistono senza intervenire. Nessuno interrompe l’omicidio in diretta di un uomo di quarantadue anni.
Il video integrale, diffuso dalla famiglia e della durata di sei minuti e cinquantasei secondi, mostra Fakir lottare per sopravvivere. Per oltre quattro minuti si dimena, implora aiuto, tenta disperatamente di sottrarsi al peso di tre uomini che cercano goffamente di immobilizzarlo e di legargli mani e piedi. Poi la sua voce si spegne. Lui smette di reagire ma il filmato continua ancora per altri due minuti, nel corso dei quali Abderrahim Fakir – o, meglio, il suo cadavere – viene legato ai piedi con una fascetta di plastica nera. Due rappresentanti dello Stato, aiutati da un privato cittadino, impegnati a far sì che un cadavere non possa più scappare.
Terrorizzato di poter perdere i diritti umani
«Da tempo il mio assistito era terrorizzato. Continuava a ripetermi che aveva paura di essere deportato in Marocco» racconta Barbara Spinelli, avvocata, a Kritica. Il difensore, non impegnato nella difesa della famiglia per l’omicidio di Abderrahim, li ha invece seguiti nel corso degli anni, scanditi da svariati procedimenti amministrativi a cui, da stranieri, si son dovuti sottoporre per risiedere e lavorare regolarmente sul territorio italiano.
«L’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione lo tormentava. Aveva letto di persone espulse dopo anni trascorsi in Italia e si era convinto che potesse accadere anche a lui» dichiara Spinelli. «Gli spiegavo che era impossibile, che era regolarmente soggiornante e che non correva alcun rischio. Ma lui continuava a ripetermi: “Avvocata, quando uno incontra la polizia con i miei precedenti ha sempre paura”». Sul punto, Spinelli precisa che l’uomo era stato sottoposto a giudizio in passato per reati connessi agli stupefacenti, ma che già dal 2012 aveva scontato la sua pena. La sua posizione amministrativa stava finalmente per sbloccarsi: «Ero pronta a chiedere una definizione anticipata del procedimento», riferisce. «Fakir insisteva perché tutto si concludesse rapidamente. Aveva aperto una piccola impresa di facchinaggio e logistica, ma il mancato pagamento di alcuni lavori lo aveva costretto a licenziare alcuni dipendenti e ad accumulare debiti. Viveva una situazione di fortissima ansia economica».
Il Pilastro si mobilita
Subito dopo l’uccisione di Abderrahim Fakir, il quartiere del Pilastro si è raccolto attorno alla sua famiglia. La notizia si è diffusa in pochi minuti, trasformando il dolore in una richiesta collettiva di verità. «Lo hanno ammazzato senza pietà. Vogliamo solo giustizia», grida nel primo pomeriggio la sorella della vittima davanti alle telecamere, mentre familiari e residenti denunciano quello che definiscono un «assassinio di Stato». Poco dopo, parlando ai cronisti, aggiunge: «Non mi darò pace finché mio fratello non sarà vendicato. Lo hanno ammanettato ed è morto. Lo hanno aggredito, ci sono testimoni».
La versione assolutoria degli agenti
Al contrario, sin da subito le istituzioni hanno cercato di fornire una versione dei fatti assolutoria rispetto alle condotte degli agenti. Nel primo comunicato della Questura di Bologna l’intervento viene descritto come il tentativo di soccorrere un uomo «in evidente stato di agitazione», che avrebbe aggredito il personale sanitario intervenuto sul posto. Gli operatori, si legge nella nota, sarebbero stati costretti a contenerlo «con non poca fatica» fino al sopraggiungere di un arresto cardiocircolatorio. Contestualmente, la Questura comunica di aver consegnato alla Procura le registrazioni delle body cam e di aver disposto l’autopsia, precisando che gli accertamenti riguarderanno una sequenza temporale più ampia rispetto al video diffuso dalla famiglia. Sotto esame non finirà soltanto l’operato degli agenti della Polizia di Stato, ma anche quello dei soccorritori volontari e dei privati cittadini che hanno preso parte alle operazioni di contenimento.
L’ultimo decreto sicurezza inizia a produrre conseguenze
La morte di Fakir costituisce anche il primo banco di prova di una disposizione contenuta nel decreto sicurezza, approvato all’indomani del corteo di Torino del 31 gennaio. Per la prima volta, è stato applicato l’articolo 335-bis del codice di procedura penale: agenti e soccorritori non sono stati iscritti immediatamente nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45-bis, un registro separato destinato ai procedimenti nei quali potrebbe trovare applicazione una causa di giustificazione “connessa all’esercizio delle funzioni”. Entro trenta giorni la Procura dovrà stabilire se esistano elementi sufficienti a escludere tale causa di giustificazione; soltanto allora il procedimento potrà essere trasferito nel registro ordinario. Un cosiddetto, ma non effettivo, “scudo penale”, che, in realtà, non dovrebbe impedire un reale accertamento dei fatti da parte della Procura di Bologna.
La famiglia di Fakir ha assunto come rappresentante legale l’avvocato Fabio Anselmo, già difensore nei casi relativi agli omicidi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Nelle prime ore dopo la nomina, Anselmo spiega a Kritica di non aver ancora ricevuto alcun atto e di non poter quindi formulare valutazioni sul merito dell’inchiesta. Il difensore comunica anche di aver già contattato il medico legale Vittorio Fineschi per assistere la famiglia nell’eventuale accertamento autoptico e definisce il nuovo modello 45-bis introdotto dal decreto Sicurezza «un obbrobrio giuridico». «Francamente faccio fatica a immaginare che possa cambiare qualcosa», aggiunge, definendolo uno dei numerosi provvedimenti «fatti per la pancia della gente». Sarà il lavoro della Procura di Bologna a chiarire, per la prima volta in Italia, l’effettiva portata della nuova legge.
Bologna fra lutto condiviso, scontri e lotte
La sera del 19 luglio centinaia di persone si sono radunate a pochi metri dal luogo dell’evento, dietro uno striscione con la scritta «Omicidio di Stato». Il corteo al Pilastro, quartiere già al centro di scontri tra residenti e polizia a febbraio, caratterizzati dal massiccio uso di gas lacrimogeno, ha raccolto un migliaio di persone. La sera successiva, a piazza del Nettuno, di fronte al Comune, si è tenuto un presidio pubblico indetto dal sindaco Lepore, che ha invitato la cittadinanza a stringersi attorno alla famiglia di Fakir e a chiedere piena verità sull’accaduto. Una scelta duramente contestata dal Sindacato autonomo di polizia (SAP), che ha accusato il primo cittadino di alimentare un processo mediatico contro gli agenti prima ancora dell’esito delle indagini. Sulla stessa linea Matteo Salvini, che ha espresso solidarietà agli operatori coinvolti.
Il presidio si è poi trasformato in un breve corteo spontaneo che ha raggiunto la limitrofa Prefettura di Bologna, già presidiata da un imponente schieramento di polizia e carabinieri. Intorno alle 21 la tensione è rapidamente degenerata: ai primi contatti tra manifestanti e forze dell’ordine sono seguite spinte, cariche e il ricorso da parte della polizia a idranti e lacrimogeni nel tentativo di disperdere la piazza. La strategia non è riuscita a sciogliere il corteo e diverse centinaia di persone hanno continuato a presidiare l’area compresa tra via Rizzoli, piazza Maggiore e le sedi di Questura e Prefettura fino a notte inoltrata. Durante gli scontri sono state incendiate alcune autovetture in sosta e lanciati oggetti contro gli agenti schierati in assetto antisommossa. Intanto, nei pressi dell’Interporto ha avuto luogo lo sciopero proclamato da Si Cobas nelle aziende della logistica, il settore in cui lavorava Abderrahim Fakir. «Blocchiamo le merci, facciamo un danno economico», ha scandito dal megafono un sindacalista durante il presidio. «Se vogliamo davvero giustizia è importante che ci sia una lotta nei tribunali, ma la vera lotta è quella di chi viene sfruttato tutti i giorni e non vuole fare la stessa fine di Abderrahim».
Mentre scriviamo, il bilancio della serata è ancora in fase di definizione. Nel corso delle ore sono emerse segnalazioni di feriti sia tra i manifestanti sia tra le forze di polizia, undici in tutto secondo la cronaca locale. Tra le denunce raccolte nelle ore successive vi sono anche quelle di alcuni operatori dell’informazione: un cronista dell’Espresso ha denunciato di essere stato colpito con un manganello mentre documentava gli scontri, mentre altri presenti hanno denunciato l’uso della forza nei confronti di manifestanti in assetto del tutto pacifico. Dal Tribunale di Bologna risulta fissata oggi l’udienza di convalida di un arresto per presunta resistenza a pubblico ufficiale di un giovane ragazzo.
Censura di Stato
Sullo sfondo di queste frenetiche 48 ore, rimane un altro fatto emblematico che riguarda la tv di Stato. Secondo quanto denunciato in un comunicato congiunto del Comitato di redazione della TGR Emilia-Romagna, il servizio realizzato dalla redazione di Bologna per l’edizione serale del 19 luglio non è mai andato in onda per una decisione assunta dalla direzione della testata. Secondo il Cdr, la direzione avrebbe chiesto di eliminare parte del video e di sostituire l’espressione «intervento violento». Modifiche non condivise dal giornalista, che avrebbe quindi deciso di ritirare la propria firma, come previsto dal contratto. Nonostante il servizio fosse stato consegnato pochi minuti prima della messa in onda, nel corso del telegiornale è stato progressivamente rinviato fino a essere sostituito da una breve notizia letta in studio, accompagnata soltanto da alcuni spezzoni del filmato. La direzione della TGR ha motivato la mancata messa in onda sostenendo, tra le altre ragioni, che il testo non fosse stato preventivamente verificato secondo le procedure interne e che mancasse la posizione della Questura.
L’uccisione di Abderrahim Fakir ha già travalicato il perimetro del quartiere Pilastro e della città di Bologna, approdando in Parlamento. Il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle hanno chiesto alla Camera un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Va fatta piena luce su quanto è accaduto», ha dichiarato il deputato dem Andrea De Maria, ricordando che «la città di Bologna merita tutta la verità», mentre la deputata pentastellata Giada Sportiello ha definito «veramente sconvolgenti» le immagini dell’intervento. A livello nazionale, tuttavia, né la segretaria del Pd Elly Schlein né il presidente del M5S Giuseppe Conte sono intervenuti pubblicamente sulla vicenda. Il Partito democratico si è limitato, con una breve nota, a chiedere «immediata chiarezza», invitando a non imitare il «modello Ice». Intanto, la senatrice Ilaria Cucchi ha indetto una conferenza stampa al Senato per le ore 13 di martedì 21 luglio.
Una morte simile a troppe altre, e al tempo stesso un fenomeno nuovo
A 25 anni dal g8 di Genova, dall’omicidio di Carlo Giuliani, dalla mattanza della Scuola Diaz e dalla successiva impunità assicurata ai vertici dello Stato, l’Italia è palcoscenico di un’altra, ennesima, vicenda di presunti abusi di polizia e morti innocenti. Questo accade a Bologna, la città del caso Lince, manifestante che ha perso la vista da un occhio dopo essere stata colpita al volto da un candelotto lacrimogeno durante il corteo per la Palestina del 2 ottobre 2025. La città degli scontri del Pilastro del febbraio 2026 e delle cariche contro residenti e attivisti durante le proteste contro il cantiere del Museo dei Bambini.
Accade a un uomo che, nell’Italia di oggi, rischia di apparire come bersaglio prediletto della repressione: persona con background migratorio, economicamente fragile e da anni terrorizzato – non a caso – all’idea di incontrare la polizia e di essere rimpatriato, nonostante fosse regolarmente soggiornante. Accade nell’epoca dell’invocata remigrazione, della costruzione ossessiva, ormai da decenni, di un immaginario comune che individua nello straniero un problema di ordine pubblico prima ancora che una persona titolare di diritti.
La sua morte è simile a quelle di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva e di molte altre persone decedute durante o dopo un intervento delle forze dell’ordine, ma al contempo introduce un elemento nuovo, che la rende più simile ai casi di Ramy o Youns El Boussettaoui. Per anni Fakir aveva confidato alla propria avvocata il timore di perdere il diritto di continuare a vivere nel Paese in cui aveva costruito la propria famiglia e il proprio lavoro. Una paura che aiuta a comprendere il contesto di vulnerabilità e di razzismo sistemico in cui milioni di persone sono costrette a vivere oggi in Italia. Chi sostiene che «bisogna vedere cosa è successo prima» ha certamente ragione: ogni vicenda va ricostruita nella sua interezza. E proprio per questo non si può prescindere dalla condizione esistenziale di chi, per anni, ha vissuto con la convinzione che un controllo di polizia potesse trasformarsi nella perdita di tutti i diritti conquistati.
Sarà la magistratura a stabilire le responsabilità penali per la morte di Abderrahim Fakir. Ma la domanda che questo caso consegna al Paese è già tutta politica: quante vite dovranno ancora essere sacrificate per garantire un sistema che, in nome della sicurezza, si sta rendendo, legge dopo legge, sempre più violento e autoritario?
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CREDITI FOTO: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

