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Il regime degli Assad in Siria, padre e poi figlio, è durato 54 anni. Ha educato almeno tre generazioni di siriani, attraverso programmi scolastici che includevano una materia traducibile in italiano come “Educazione patriottica” o “Educazione nazionalista”. Un programma del tutto sovrapponibile con quello che avevamo in Italia negli anni ‘20, con il cosiddetto “Primo libro del fascista” e “Secondo libro del fascista”, che parlavano appunto della grande missione civilizzatrice dell’Italia. Nel caso del baathismo – una corrente figlia illegittima del panarabismo degli anni ‘50 e ’60 del ‘900, in qualche modo – il potere del regime ha attraversato due aspetti di cui parlare: quello della laicità, e il . Gestiti entrambi in modo totalitario.

Sotto la bandiera del panarabismo, in questa idea generale che “siamo tutti arabi”, che siamo tutti progressisti, socialisti, eccetera, le identità presenti in Siria venivano costantemente schiacciate. Parliamo di 28 differenti comunità, che comprendono distinzioni di tipo religioso, culturale eccetera. Ciascun siriano è siriano almeno due volte, ovvero può vantare almeno due diverse identità. Ma questa ricchezza è stata schiacciata per mezzo secolo dietro all’idea di questo uomo nuovo, arabo, siriano, socialista, che rappresentava un fondamento del baathismo. Questa dottrina ha fatto sì che di fatto i siriani cominciassero  a conoscersi sempre meno. Mi ricordo una ragazza drusa, di Soweda, che mi raccontava che all’ ha avuto difficoltà a trovare una compagna di stanza nel campus, perché girava voce che ai drusi di notte spuntassero le corna e la coda e che impazzissero. Parliamo di studenti universitari! Persone di . All’interno dell’esercito era proibito pregare. Perché? Perché il fatto che si manifestasse la propria veniva visto come contrario all’interesse nazionale e all’unità nazionale. Quindi il settarismo fondamentalmente era stato ottenuto attraverso l’imposizione di un laicismo che non è laicità, è una cosa diversa. Un laicismo forzato e una identità nazionale fantomatica, costruita a tavolino e anch’essa forzata. Di conseguenza, anziché promuovere un’unità fra le diversità, si schiacciavano tutte le diversità su un solo modello. Qualcosa di simile a ciò che avvenne nella Jugoslavia di Tito, dove bosniaci, serbi eccetera erano stati schiacciati dentro il modello jugoslavo non attraverso una coesistenza, ma attraverso la forzatura della popolazione. Questo è ciò che è avvenuto anche in Siria.

Idolatria dinastica
Oltretutto, lo Stato laico ha sì sostituito l’identità religiosa, ma fino a un certo punto, perché la Costituzione siriana, sia quella storica sia quella “riformata” nel 2012 da Assad, prevedono che il Presidente della Repubblica debba essere musulmano sunnita. Perciò, di che laicità davvero stavamo parlando? In ogni modo, il punto principale quando si parla del non è tanto che fosse di quella o di quell’altra setta  religiosa, quanto che fosse un regime di stampo mafioso, talmente tanto laico che imponeva di praticare l’idolatria della famiglia regnante. Quando è morto Hafiz al Assad, il padre di Bashar – che poi gli è democraticamente succeduto, attraverso regolari elezioni in cui ha ottenuto il 99,9% dei voti… – la gente in Siria era quasi incredula. Talmente tanto la sua figura era ammantata di un’aura semidivina, lo credevano immortale. In un simile contesto, era impossibile anche solo ipotizzare qualsiasi forma di opposizione al regime. Le persone sono cresciute in una realtà in cui il volto del padre o del figlio Assad era sulle banconote, sui quaderni di scuola, era un santino, presente in ogni muro del Paese, in ogni ufficio pubblico, su buona parte delle automobili, in tutti i taxi, in tutti i negozi. Il volto di Assad era talmente presente che probabilmente qualsiasi siriano o siriana la riconoscevano più velocemente di quanto non riconoscessero il proprio stesso viso allo specchio. A scuola si insegnavano canzoncine in cui si diceva “Sì per sempre” con il nome del Presidente. In che senso “Sì per sempre”? Le regolarissime elezioni di cui parlavamo erano in buona sostanza un referendum. Il partito proponeva il candidato e il popolo liberamente, con un referendum, poteva rispondere sì oppure no. Quindi “sì per sempre” al presidente Assad. Come noi impariamo a scuola i canti di Natale, i bambini siriani imparavano le canzoncine per dire “Sì per sempre” al presidente Hafiz al-Assad, o Bashar al-Assad. Regime laico? No, regime idolatra. Durante la rivoluzione, il motivo per cui tutte le cominciavano dalle moschee, il venerdì – ci andavano anche i cristiani, per poter manifestare – era che le moschee e le chiese erano l’unico luogo di ritrovo pubblico dei siriani. Per il resto, ogni forma di discorso pubblico che non fosse quello del regime o quelloreligioso era proibito. Anche alla TV di Stato, gli unici discorsi, gli unici dibattiti consentiti erano fondamentalmente religiosi: un po’ di spazi cristiani, un po’ di spazi musulmani. È questa la laicità?

Affissione a Damasco, 2006: la figura centrale è il defunto Hafez el-Asad; a destra il figlio ed ex Presidente Bashar el-Asad e a sinistra il cognato di Bashar, Assef Shawqat, ex ministro della Difesa, morto in un attacco nel 2012.
Crediti foto: Maureen, Flickr.

Il macellaio “laico”
Oltretutto, teniamo presente che il nostro concetto europeo di laicità è comunque diverso rispetto a quello delle popolazioni non europee. In generale, i siriani, gli arabi tutti, siano essi cristiani, o musulmani, sunniti, alawiti, sciiti o altro, sono più credenti di quanto non lo siano gli stessi musulmani o cristiani qui in Europa. Più praticanti. Oltre a questo, il concetto di laicità è stato venduto da parte del regime di Assad come garanzia dei diritti di quelle che lui chiama le minoranze, e che invece dal mio punto di vista non sono altro che le diverse componenti di una società. Dall’altra, mentre Assad si vendeva come “il laico”, , e che io chiamo componenti della popolazione, comunità questa. Quindi da una parte Assad si vendeva come quello laico, il garante di tutto questo. Dall’altra, l’Europa si serviva del concetto di laicità per criminalizzare la popolazione siriana tutta, e la popolazione musulmana tutta. Il musulmano medio, credente, è diventato simbolo di barbarie nell’immaginario di tanti europei, solo perché credente e perché musulmano. Questo produce conseguenze anche nella disponibilità a recepire il concetto di laicità da parte di tanti musulmani, che in nome di essa vengono accusati e discriminati, senza aver mai commesso alcun crimine. In nome della laicità vietano l’uso dell’hijab, imponendo alle come devono vestirsi – laicità? – o, in questo Paese, pensiamo alle campagne leghiste in merito, impediscono la costruzione di moschee, in pieno contrasto con la . Come fa un siriano, o un arabo, un musulmano in generale, ad accettare volentieri il concetto di laicità, se proprio in nome di quello subisce discriminazioni?

“Madaniun”
Forse il concetto più vicino, in arabo, a ciò che possiamo intendere di più positivo con la parola “laicità” è quello di “madaniun”, che significa “civile”. Civile come contrapposto sia a “militare” sia a “religioso” nel senso di “clericale”. La parola “madaniun” è quindi decisamente più adatta a esprimere una effettiva aspirazione siriana, perché nasce da quel contesto stesso. Non è importata né calata dall’alto. Mentre per esempio l’intellettuale siriano che utilizza la parola “laicità”, vedrà da parte del siriano medio, che magari non vive in città ma nelle zone di campagna, o che non ha un altissimo livello dell’istruzione, una contrapposizione. In parte per conservatorismo, certamente: perché vedono nella laicità europea la porta d’ingresso di politiche che aumenteranno il numero di divorzi, l’omosessualità eccetera. Argomenti retrivi. Ma a questi argomenti retrivi come si risponde, e chi risponde? Si può foprse rispondere proibendo? Proibendo i simboli religiosi? No di certo. Si risponde nelle case, nelle piazze e nella società, nelle Università, attraverso quello che chiamiamo l’attivismo civile.

Poterne discutere
Dall’8 dicembre – che è il nostro 25 aprile – a oggi non siamo certamente diventati, in Siria, un Paese democratico, laico, ambientalista, femminista, rispettoso delle persone LGBTQIA eccetera. No. Quello a cui siamo arrivati è il fatto che ora ne possiamo discutere. Ora abbiamo l’opportunità di parlarne. Quando il ministro dell’Istruzione di questo governo ad interim – che non è certamente il mio governo, non è il governo che avrei scelto – propone cambiamenti ai programmi scolastici che per esempio sono contrari all’evoluzionismo, un po’ come accade negli Stati Uniti, succede che sui social siriani si alza una levata di scudi enorme. Succede che si ritrovino in piazza migliaia di persone, a manifestare contro il governo ad interim. E succede che, per la prima volta nella storia della Siria, una manifestazione che si oppone al governo di Damasco si conclude per la prima volta senza un solo arresto. È questa la notizia. Questo è la notizia, non il fatto che il Ministro propone quello che propone. La notizia è che la popolazione protesta senza che nessuno spari addosso a chi protesta; e il ministro, dopo una settimana, si scusa e ritira il provvedimento. È una cosa impensabile fino a pochissime settimane prima, in un Paese in cui si aveva paura persino a nominarlo, il Governo. Queste sono le novità di oggi. Personalmente non ho nessuna fiducia in questo governo ad interim che si è insediato. Tuttavia, devo anche dire che sono rimasto stupito dai primi discorsi che ho ascoltato sui canali arabi. Mi aspettavo altri discorsi, drasticamente differenti. Siamo di fronte a un leader a mio avviso pragmatico, che si rende conto che se volesse produrre un emirato oggi in Siria si ritroverebbe subito le piazze piene di gente che protesta, perché dopo 14 anni di lotta, ora che hanno riacquistato la possibilità di parlare non se la faranno certo togliere facilmente; gli europei che farebbero ogni forma di pressione, i soldi per la ricostruzione che farebbero molta più fatica ad arrivare, eccetera. Il presidente attuale a mio avviso è in grado di ragionare su dove va la Storia e su quale può essere il suo ruolo. Pensiamo a Togliatti: il 26 Aprile del del 1945 si rendeva conto che andare nella direzione di fare dell’Italia uno Stato socialista avrebbe provocato l’immediata invasione statunitense. Si è, perciò, messo insieme alla Democrazia Cristiana, e hanno scritto una Costituzione. Non sto cercando di dire che Togliatti e al Jolani si equivalgano o che abbiano lo stesso ruolo. Parlo però di contingenze e condizioni storiche che si somigliano. Jolani, in questo momento, non può permettersi una Repubblica islamica, tenendo conto che comunque il suo pensiero e il suo modello vanno in direzione diametralmente opposta a quello iraniano: non è che tutto l’islam politico è uguale, anche su questo si dovrebbe ragionare. I non sono uguali ad Al Qaeda, Al Qaeda non è uguale all’Isis, non sono uguali al partito di Erdogan eccetera. L’islam politico ha mille anime, come ce le aveva la Democrazia cristiana, e forse sarebbe il caso di rendersene conto. Soprattutto nel momento in cui si parla della creazione di una democrazia. Se c’è gente che vuole votare la Democrazia cristiana in versione siriana, ben venga; lo scopo non è impedirgli di partecipare al processo democratico, lo scopo è batterli. Lo scopo è scendere in piazza. Lo scopo è lavorare nelle scuole, nella società civile. In Italia non c’erano i diritti belli pronti il 26 aprile 1945. Alcuni, come il divorzio, sono arrivati vari decenni dopo. Ci sono voluti oltre vent’anni di lotte nelle case, nelle fabbriche, nelle società, nelle università, nei luoghi di . C’è voluto un referendum, c’è voluto attivismo sociale. Noi, in Siria, vogliamo avere l’opportunità di fare questo.

Questo testo è la trascrizione dell’intervento di Fouad Roueiha in occasione dell’incontro “Siria e Vicino Oriente: la Storia si riapre?” organizzato da Kritica venerdì 17 gennaio 2025, gentilmente ospitato nei locali di Sinistra Italiana – Testaccio. Trascrizione non rivista dall’autore.


CREDITI FOTO: Beshr Abdulhadi, Flickr

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