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Domani comincia la 75esima edizione del Festival di , sarà condotta da Carlo Conti dopo un quadriennio all’insegna di Amadeus, e vedrà in gara 29 artisti. A dicembre 2024, Conti, che dell’edizione 2025 è anche direttore artistico, fu ripreso da tutti i per una dichiarazione che poi ha smentito: non ci sarebbero state canzoni dal contenuto politico in gara. Anche se si è rimangiato le parole, non si è potuto rimangiare i fatti, è proprio così: a non ci sono canzoni dal contenuto politico in gara, tutto è all’insegna di un (mal)sano privatismo dei sentimenti. Testi come quelli portati l’anno scorso in gara da Dargen D’Amico, che aveva scritto una potente canzone di denuncia sulla xenofobia italica, sono stati scartati o non sono mai neanche arrivati a candidarsi alla selezione. Non si può dire cosa sia peggio.

Imporre, anche sottoforma di invito, o di invito poi rimangiato, una stretta sul contenuto politico delle canzoni è una forma seria di controllo della libertà di critica e di espressione; un controllo che adopera anche la leva del economico, giacché Sanremo per i cantanti è un’occasione unica per portare al pubblico il loro lavoro, e dunque di questo, di lavoro, per loro si tratta.

La delle canzoni contribuisce a un clima di spoliticizzazione sociale generale, un clima che rappresenta il vero vulnus a partire dal quale ogni torsione autoritaria si può dare, in una società complessa, compreso in quelle formalmente democratiche. Un clima in cui il Governo italiano si è arrogato il potere di compiere una serie di atti pericolosamente antidemocratici e contrari al diritto , dalla liberazione del criminale internazionale Almasri fino all’utilizzo improprio del software Paragon, con il quale in Italia sono stati spiati anche giornalisti e attivisti per l’accoglienza. Senza contare la stretta in chiave securitaria e repressiva, di torsione delle libertà politiche e di cittadinanza, che trova nel DDL il suo grimaldello.

La missione di sta nel suo stesso nome. Se non si può assumere con coscienza critica una proposta culturale come quella di Sanremo 2025, una proposta che in questo caso è inculturale, nazional-nazionalista e servilista, riteniamo sarà poi sempre più difficile fare battaglia su questioni più strettamente politiche.

La nostra, ci teniamo a ribadirlo, non è una posizione di principio contro il format di Sanremo o contro la kermesse di Sanremo tout court. Si tratta di un evento dalla lunghissima storia, lunga quasi quanto la vita della Repubblica italiana; una storia che si è trasformata nel tempo, che non è sempre stata la stessa. Riteniamo che abbia senso seguire il Festival, e abbiamo massimo rispetto di chi lo gradisce, specialmente in quanto esperienza popolare collettiva, rituale collettivo, negli ultimi anni rinverdito in modo anche originale e interessante dall’ingresso parallelo dei social media nella fruizione. In questo Paese, da tempo ormai la ritualità collettiva è stata soffocata dall’individualismo ansioso e stressato, nel nome di una “produttività” capitalistica che è quanto di più lontano dal nostro humus culturale. Negli ultimi anni, quando durante e dopo la pandemia da Covid-19 questi elementi si sono pesantemente accentuati, Sanremo ha persino rappresentato un baluardo di ritualità necessaria alla indispensabile leggerezza di una collettività.

Non è più questo il caso, tuttavia, quando l’evento diventa esplicitamente, come è quest’anno, il volano di un intento di spoliticizzazione sociale. Una spoliticizzazione già in corso da tempo e alla quale, peraltro, si è prestata la quasi totalità del panorama artistico italiano, in questi mesi di continui attacchi genocidari sul popolo palestinese. Con, uniche eccezioni, proprio i due cantanti che nella scorsa edizione del Festival sollevarono le maggiori polemiche, Ghali e Dargen D’Amico. In questo senso rimane indimenticabile, ai nostri occhi, il punto basso raggiunto da Mara Venier con la lettura del comunicato – di stampo quasi staliniano – in cui l’amministratore delegato della RAI prendeva le distanze da Ghali, allineandosi alla filoisraeliana portata avanti in modo soldatesco dalla comunità ebraica italiana. Cosa aveva fatto Ghali? Aveva semplicemente detto “Stop al genocidio”. Suscitando le ire dell’ambasciatore d’Israele in Italia.

C’è chi guarda o non guarda Sanremo in base al proprio interesse, ai propri gusti e preferenze culturali. Quest’anno, tuttavia, si tratta di assumere una vera e propria posizione critica: di boicottaggio, critico e politico, di una manifestazione che sta facendo della spoliticizzazione sociale il suo fine manifesto.


QUINDI COSA POSSO FARE, QUESTA SETTIMANA, INVECE DI GUARDARE SANREMO 2025?

Correre al ! Dove trovi tanti film candidati agli Oscar 2025, e tanti film di grande interesse che erano stati proiettati in anteprima durante l’ultima Mostra internazionale del Cinema di Venezia. Per ora abbiamo parlato di “Ainda Estou Aqui“, di Walter Salles, e del documentario No Other Land. A presto per parlare anche di tanti altri.

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2 commenti

  1. Gaspare Pascolato il

    — Aveva semplicemente detto “Stop al genocidio” —

    Beh, “semplicemente” mica tanto: molti non pensano che i massacri di Gaza costituiscano “genocidio”. Mi sembra naturale la protesta dell’ambasciatore d’Israele.

  2. Pingback: Sergio Rubini: "il cinema italiano si sta scollando dal Paese"

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