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Per la rubrica “Cambiare il racconto” curata da Asmae Dachan, una conversazione che attraversa guerra, propaganda, generazioni in conflitto, ricostruzione della memoria e impegno civile. Tatjana Dordevic, giornalista e scrittrice serba che vive in Italia, racconta la Serbia di oggi, la sua infanzia durante la guerra, il peso delle narrazioni, e il lavoro per costruire ponti tra le nuove generazioni nei Balcani e in Europa.
Che paese è la Serbia oggi?
La Serbia oggi è un Paese che ha avuto una storia tormentata, appartenente a una terra da sempre turbolenta, i Balcani. Si trova nel continente europeo, anche se spesso si sente dire che sarebbe “fuori Europa”, nel senso che non appartiene all’Unione Europea. La Serbia è anche un Paese che ha conosciuto la guerra negli anni ’90, che io ho vissuto da ragazzina, senza una consapevolezza reale. Mentre il Paese partecipava alle guerre nella regione, non c’era una guerra civile significativa nel Paese stesso, però la Serbia e il suo popolo erano coinvolti nei conflitti in Croazia e in Bosnia. Il momento più significativo che ha chiuso quel decennio è stato il 1999, quando il Paese è stato bombardato dalla Nato. Dall’altro lato, la Serbia è un paese bellissimo, con tante influenze storiche: impero ottomano, impero austro-ungarico, popoli che hanno lasciato cultura, abitudini e tradizioni. Un Paese molto interessante e molto bello da tutti i punti di vista.
Che cosa è cambiato da allora?
Sono passati quasi trent’anni dalla fine di quel conflitto, e la Serbia è ancora in una transizione democratica che sembra senza fine. Non ha ancora raggiunto le condizioni poste dall’Unione Europea e affronta molte difficoltà. Negli ultimi due anni c’è un grande movimento di proteste studentesche: una nuova generazione che vuole cambiare il regime, un governo autoritario che ha mantenuto l’eredità degli anni ’90. Sono gli stessi politici di allora, mascherati, che negoziano con l’Unione Europea per l’adesione, ma allo stesso tempo mantengono una forte influenza russa e cinese.
Quali sono le richieste dei manifestanti?
Questi giovani non vogliono più vivere nel limbo di un Paese corrotto, impoverito, dove i politici vendono tutto ciò che si può vendere e dove un solo leader, il presidente, decide su tutto. Con fatica portano avanti questa battaglia davanti agli occhi delle istituzioni europee, che spesso fingono di non vedere perché conviene loro avere un leader nei Balcani che mantenga un equilibrio compromesso. I giovani chiedono diritti, un orientamento verso l’Unione Europea, la fine della corruzione e della mafia. Le proteste durano da due anni, e con fatica continuano a scendere in strada a Belgrado e in altre città, sperando che il cambiamento arriverà in modo democratico, forse con le elezioni previste tra pochi mesi. Quello che rende difficile il processo è lo scontro generazionale: una vecchia generazione che crede ancora nel leader forte, per paura, abitudine o per una mentalità legata ai vecchi tempi. Non tutto il popolo vuole il cambiamento: una parte sì, vuole andare avanti, chiede un futuro migliore; un’altra parte vuole mantenere l’equilibrio compromesso.
Che cosa ricordi degli anni della guerra?
Quando è cominciata la guerra avevo tredici anni. Ero una ragazzina, non capivo cosa stesse succedendo. Guardavo i telegiornali con mia nonna, vedevo i soldati, le immagini, ma la guerra era in Croazia. I miei genitori erano spaventati e seguivano sempre le notizie. Non c’era una guerra civile in Serbia nel ’91-’92 come in Croazia e Bosnia, però gli uomini venivano mobilitati: chiamati a combattere, a partire per il fronte. Io avevo paura che venissero a prendere mio padre o mio zio. Ricordo che i miei genitori nascondevano in casa molti ragazzi diciottenni che non volevano andare a combattere. La polizia girava spesso, cercava chi si nascondeva. Vivevo in una città piccola, a 30 km da Belgrado. Ricordo poi i rifugiati dalla Croazia: più di 300 mila persone cacciate via. Ricordo le colonne di trattori carichi di donne, bambini, anziani. Ogni città doveva accogliere i rifugiati. Anche nella mia classe arrivarono due ragazzi dalla Croazia: noi bambini li prendevamo in giro per il loro accento diverso, senza capire nulla.
Poi il corso della storia è cambiato.
Sì, quando avevo diciotto anni, la Serbia è stata bombardata: tre mesi sotto gli ordigni della Nato, per la guerra in Kosovo e la pulizia etnica degli albanesi. Era drammatico. Non capivo perché. Non sapevo neanche del genocidio di Srebrenica del 1995. Dal ’95 al ’99 eravamo isolati, con censura e propaganda. Quando sono cresciuta e sono venuta in Italia, mi sono resa conto di quanto non sapessi. Mi sono sentita in colpa: com’è possibile che a diciotto anni non sapessi cosa succedeva in Bosnia? Ancora oggi molti ragazzi in Serbia non sanno, e negano il genocidio. È grave, dopo trent’anni.

Quindi è stato l’arrivo in Italia ad aprirti gli occhi?
Quando sono arrivata qui avevo ventisei anni. Studiavo già a Belgrado, mi ero laureata in Scienze Politiche e Giornalismo, lavoravo come giornalista. Già prima cercavo di capire cosa fosse successo, cercavo informazioni, ma ero circondata da una narrazione che diceva che i serbi erano vittime e che la colpa era degli altri. In Italia mi ha colpito sentire molti stereotipi; essendo serba, arrivata pochi anni dopo la guerra, ho percepito la narrazione che i serbi fossero “i cattivi” e tutti gli altri le vittime. Cercavo di spiegare a tutti che non si può dare la colpa a un intero popolo. Poi ho smesso.
Why?
Ho deciso di dedicarmi a raccontare, come giornalista, ciò che era successo nel mio Paese e nella regione. Forse era il mio destino: raccontare un altro punto di vista su quella guerra, ciò che è successo nella regione, offrire una prospettiva diversa rispetto alla narrazione dominante. Il mio primo romanzo, Il pioniere (Besa Editore), l’ho scritto durante la pandemia: un’emergenza che mi ha fatto sentire il bisogno di condividere tutto ciò che avevo dentro, cercando sempre di mediare e creare spazi di riflessione, far capire che i popoli non incarnano ciò che è successo nella loro storia. Prima o poi si arriva a un cambiamento, forse in Serbia più velocemente che in Iran. Io porto sempre l’esempio dell’Albania: Albania è stata sotto la dittatura molto feroce, e alla fine ce l’hanno fatta. Quarant’anni di repressione, oppositori uccisi, eppure il cambiamento è arrivato. Quindi prima poi arriva per tutti.
Come giornalista stai continuando il tuo lavoro, anche in chiave di documentazione. Ce ne vuoi parlare?
Sì, insieme a Joshua Evangelista abbiamo girato il documentario Essere giovani in Bosnia 30 anni dopo il genocidio di Srebenica, a cui abbiamo lavorato un anno. L’anno scorso cadeva l’anniversario del genocidio di Srebrenica, trent’anni da quel crimine terribile. Joshua e io abbiamo deciso di andare lì e capire cosa studiano oggi i giovani nelle scuole, quali libri di storia usano in un Paese ancora diviso. La Bosnia è ancora oggi multietnica: serbi, bosniaci musulmani e croati vivono nello stesso Stato, ma ogni gruppo ha il proprio ministero dell’Educazione e sceglie i propri libri di storia. Siamo andati a Sarajevo, Banja Luka e Srebrenica per parlare con tutte le parti. È stato molto deludente: esistono ancora “due scuole sotto lo stesso tetto”, dove i ragazzi bosniaci entrano la mattina, seguono un programma e un libro di storia, e i ragazzi croati entrano il pomeriggio, con un altro programma e gli stessi insegnanti. Nella Republika Srpska i libri di storia contengono molti fatti falsi, omissioni, distorsioni. A Srebrenica, nella scuola frequentata dai ragazzi serbi, non c’è una sola frase su ciò che è accaduto nel 1995. La scuola è vicina al memoriale, ed è tragico.
Quindi il documentario ricostruisce tutto questo?
Sì. In un libro i criminali di guerra diventano eroi, poeti; nell’altro sono l’opposto. È assurdo, ma è così. Noi abbiamo cercato di capire come questa nuova generazione viva tutto questo. Abbiamo parlato con studenti ventenni, da tutte le parti, chiedendo cosa hanno imparato a scuola, cosa gli hanno raccontato i genitori. Volevamo vedere come il trauma transgenerazionale si trasmette. In tutte le guerre succede, ma qui la divisione è ancora più forte: c’è una guerra psicologica continua, nazionalismi fortissimi, odio etnico alimentato perché conviene ai leader politici, per restare al potere. I ragazzi non ne possono più, vogliono dialogo, vogliono parlare con l’altro, ma vengono ostacolati. Con questo documentario credo che Joshua e io abbiamo ispirato molti giovani: ci hanno invitato nelle università, non solo in Italia ma anche in Austria, a Praga, a Varsavia.
Quindi ha visto consapevolezza nei giovani, nonostante tutto?
Sì, certo, desiderano molto cambiare questa situazione. Ma quando, per esempio, ho chiesto a una studentessa pro-europea se potesse darmi il contatto di un amico che studia a Banja Luka, all’inizio ha detto sì, poi si è fermata e ha ammesso di non avere nessun contatto. Le università non creano progetti comuni, non favoriscono il dialogo: dividono gli studenti. Prima la scuola, poi i media, poi la politica. Finché questa struttura rimane, non si può andare avanti.
Come può contribuire una persona come te, con un doppio sguardo – italiano e serbo – a cambiare il racconto?
Oggi è molto difficile convincere chi non vuole essere convinto. Ho amiche a Belgrado, persone di cinquant’anni, che mi dicono: “Io non so cosa è successo a Srebrenica”. È una scelta: scegli di non sapere. Noi giornalisti dobbiamo capire chi abbiamo davanti, come parlare, in che modo. Ci sono persone che scelgono di non capire: lì è difficile intervenire. Poi ci sono i giovani, tanti, che sanno molto, che hanno una forza enorme. Ho conosciuto anche ragazzi italiani che stanno facendo un documentario sulle proteste studentesche in Serbia: sono cresciuti in un Paese pacifico, comodo, ma si identificano con quei giovani che lottano per una causa giusta. Questo è bellissimo. Io racconto i Balcani qui in Italia e all’estero, e dall’altra parte racconto l’Italia al mondo da cui provengo. È significativo: anche se qualcuno legge una sola riga dei miei articoli o del mio libro, è già qualcosa. I piccoli passi sono importanti. Anche poco, ma è un inizio.
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PHOTO CREDITS: Mašina, via Wikimedia Commons (CC-BY-SA 3.0).

