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“Il presidente è preoccupato. La cocaina ha raggiunto il ceto medio”
Escobar, il fascino del male (2017)

Si è chiusa a Roma, l’8 novembre scorso, la settima Conferenza Nazionale sulle Dipendenze, con la volontà, espressa da un ampio parterre politico, di continuare a lavorare “insieme” agli operatori del settore pubblico e del privato sociale sulle questioni dell’uso/dipendenze da sostanze e sui comportamenti a rischio, primi tra tutti il gioco patologico e le dipendenze da tecnologia. Nel corso delle due giornate capitoline, otto specifici tavoli tematici hanno evidenziato criticità e proposto interventi e soluzioni.
Potrebbe iniziare così un articolo volto a rendicontare i risultati di un appuntamento istituzionale a cadenza triennale, come previsto dal DPR 309/90, la legge che disciplina l’uso degli stupefacenti in Italia. Chi scrive, però, oltre che una giornalista è anche sociologa presso un Dipartimento Dipendenze Patologiche. Una doppia veste che forse consente una più sfaccettata visione dell’evento e delle questioni affrontate. Per tale ragione, e per amore di sintesi, questo contributo si struttura in due parti: ciò che c’è stato e ciò che è mancato (anche se, in qualche forma, c’è stato).

Le istituzioni volevano esserci

È stata immediatamente percepibile la volontà della politica, in senso ampio, di essere presente con le cariche più alte. Dal messaggio di Leone XIV all’intervento del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, alla presentazione puntuale e circostanziata – svolta dalla Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia – dell’impegno (politico ed economico) speso e da profondere, è apparso evidente che la problematica e le risposte attese sono ormai inderogabili.

Hanno fatto sentire la loro voce anche i più alti rappresentanti dei dicasteri della Giustizia, della Scuola e del Merito, degli Interni, il Sottosegretario di Stato alla Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente della Camera dei Deputati e quello del e tanti altri. Idee e proposte degli operatori del settore sono state condivise attraverso le relazioni portate in assemblea dai delegati degli otto tavoli di lavoro.

Fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che, tra tante voci, è mancata quella dei consumatori/dipendenti e delle famiglie, i veri portatori di interesse. È mancata attenzione nei confronti delle donne consumatrici e dipendenti, le cui specificità sono state distribuite tra i vari tavoli, senza che alle questioni di genere fosse attribuito uno spazio specificatamente dedicato, nonostante il Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, nel corso della presentazione dello scorso anno della Relazione annuale al sullo stato delle tossicodipendenze in Italia avesse accennato ad un aumento sostanzioso e preoccupante della problematica al femminile. In realtà il dato proposto da Bellucci, quattro punti percentuali (19% di tutti gli afferenti ai servizi per le dipendenze SERD) rispetto a un dato costante da almeno trent’anni (14-15%), era un abbaglio. La percentuale, riportata nella Relazione del 2024 era, infatti, del 14,9%.

Sempre più donne dipendenti

L’esiguità e l’ormai cristallizzata fissità di questa quota non corrisponde, tuttavia, alla realtà del consumo: e questo genera una fuorviante e pericolosa distorsione conoscitiva. Le donne, infatti, consumano sostanze psicoattive (illegali ma ancor più legali, vedi alcol, nicotina, psicofarmaci)  anche in maniera rilevante, ma si rivolgono ai servizi con più reticenza, per ragioni che possono includere una minore attitudine a riferire anche solo un consumo problematico, uno stigma sociale più pesante, una maggiore sfiducia nei confronti delle realtà socio-sanitarie, problemi di accesso ai servizi specializzati e di adeguatezza degli stessi (barriere logistiche e genere- specifiche) oltre che quadri clinici spesso più compromessi dovuti anche alla non tempestività della domanda o dell’offerta di cura.

Se quel 19% fosse stato vero, e se i decisori politici avessero avuto consapevolezza di questa sostanziale e repentina impennata, ci si sarebbe aspettati una qualche contromossa, una decisa azione di risposta. Nell’immediato post presentazione della Relazione 2024 non è stato possibile annotare nulla di tutto ciò. La VII sarebbe stata una buona occasione per accendere i riflettori sul tema, ma tra le tematiche assegnate agli otto Tavoli Tecnici propedeutici la questione del consumo femminile non sembra averne meritato uno tutto per sé, per dirla con Virginia Woolf.

In verità, era andata così anche con la precedente Conferenza Nazionale, tenutasi a Genova nel 2022 e attesa ben 12 anni dalla precedente edizione.  Nel corso della fase preparatoria della stessa, si era un po’ corsi ai ripari, su precisa sollecitazione di chi scrive. In qualità di operatrici del settore e coordinatrici del Gruppo “Questioni di genere” per la Società Italiana delle Tossicodipendenze, avevamo sollecitato l’attenzione istituzionale già nel mese di aprile 2025. In assenza di qualsiasi risposta, inutile rimarcare la conscientia vanitatis.

Eppure già nel 2006, l’allora Direttore dell’OEDT – Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze di Lisbona, dal luglio 2024 Agenzia dell’ sulle Droghe (EUDA) – Wolfgang Götz, sottolineando le marcate differenze tra i generi in quasi tutti gli aspetti del fenomeno, sosteneva che: “sono trascorsi più di 20 anni da quando i governi europei hanno chiesto di prestare attenzione alle problematiche legate al genere nel campo della droga. Oggi, un riconoscimento generale dell’importanza di questo problema deve ancora riflettersi in una prassi comune.” Una prassi in ritardo, perciò, di almeno 40 anni.

Dunque in estrema sintesi, cambiano i Governi nel nostro Paese, si aggiunge una nuova pagina alla serie delle Conferenze Nazionali – la prima risalente al 1993 – ma a proposito del consumo e della dipendenza patologica al femminile, si continua a procedere con una certa noncuranza.

Nell’attesa di prendere coscienza del granitico bias di conferma, le donne con Disturbo da Uso di Sostanza continuano ad essere ufficialmente invisibili, posposte, assegnate in ordine sparso ai tavoli.

Il silenzio sulle emergenze reali

A fronte dell’estrema complessità delle questioni affrontate e dei diversi punti di vista, ribattezzati dall’onorevole Alfredo Mantovano “ricchezza”, è mancata, poi, l’attenzione sull’urgenza più grande e più attuale: cocaina e crack (e stimolanti in generale). L’Italia continua ad essere un paese oppiofobico, in cui si preferisce richiamare il pericolo fentanil (a oggi nemmeno lontanamente paragonabile a quanto accade dalla fine degli anni ‘90 negli Stati Uniti e in Canada) piuttosto che affrontare la sempre più endemica e trasversale diffusione del consumo di crack.

La Relazione europea sulla droga 2024 puntualizza che, dopo la cannabis, la cocaina è la seconda sostanza illecita consumata più comunemente in Europa, sebbene i livelli di prevalenza e i modelli di consumo varino in misura considerevole tra i diversi paesi. In Italia, dall’ultima Relazione al Parlamento per quanto riguarda i soli accessi ai Servizi per le Dipendenze in base alla sostanza primaria di trattamento, nel 2023  il 58% dell’utenza risulta in carico per eroina, il 24% per cocaina, a cui si aggiunge il 2% per crack, e il 12% per cannabinoidi. Se si considerano, invece, tutte le sostanze (primaria o secondarie), il quadro muta: cocaina e cannabinoidi aumentano rispettivamente a 43% e 30%, mentre non si modifica la quota dei soggetti in trattamento per eroina, che si mantiene al 60%.

Nel profluvio di parole, parlare di droghe comunemente definite sporche o pesanti (vedi eroina e cocaina, capaci di determinare nel consumatore tenaci dipendenze patologiche fisiche e psicologiche o entrambe), non è sembrato così dirimente. Eppure le cronache sono piene di riprove della loro inopinabile accessibilità e trasversalità. Si tratta di consumatori/dipendenti che si collocano in tutte le fasce di età e di estrazione sociale e non più solo lungo le aree più marginali e  periferiche della società. Non sono mancate invece espressioni evergreen come “tunnel”, “spaccio”, “sballo”, “vizio”. Alcuni oratori, non proprio esperti del settore, hanno pure utilizzato termini come “tossico” in luogo di un più tecnico e rispettoso “persone con disturbo da uso di sostanze (DUS)”. 

Nello stesso profluvio di lemmi è mancata la parola “alcol”, notoriamente tra le sostanze più pericolose e diffuse tra giovani e giovanissimi unitamente a MD, MDMA, Ketamina, Catinoni sintetici. Si è preferito concentrarsi su fentanil e dipendenze senza sostanze (gioco d’azzardo e gaming).

Luoghi dell’intervento: i Serd trascurati (e mal utilizzati)

Non sono stati citati, se non occasionalmente, i Servizi per le dipendenze (Serd), se non appellandoli con un più generico e aspecifico “servizio pubblico”. Sono stati citati i Nuclei Operativi per le tossicodipendenze (Not) delle prefetture. Ma non si è puntualizzato che gli stessi inviano ai Serd appena il 2 per cento dei segnalati. L’articolo 75 del già citato DPR 309/90 prevede, infatti, per il consumo personale (in Italia considerato un illecito amministrativo), che il procedimento possa essere archiviato, o – a seguito di colloquio con la persona interessata da parte di un’equipe della UTG – generalmente composta da assistenti sociali senza una specifica formazione su consumo e dipendenze patologiche – la persona possa essere inviata presso il Servizio per le Dipendenze territoriale competente (o presso una struttura accreditata del privato sociale) per un programma specifico; altrimenti, ricevere da due mesi ad un anno se si tratta di droghe pesanti, e da uno a tre mesi per quelle considerate leggere. 

Inviare le persone ai Serd sarebbe utile per far incontrare fra loro persone interessate e specialisti del settore, attivando così percorsi informativi basati sull’evidenza scientifica, in grado di evitare e prevenire la cronicizzazione dell’uso. Già questa sarebbe prevenzione, specialmente fra i giovani. La Relazione al Parlamento del 2025 ha infatti confermato che il 38% dei segnalati presenta un’età compresa tra i 18 e i 24 anni, con un 11% di minorenni e un dato al femminile in crescita. Per ogni 100mila residenti di 15-74 anni, nel 2024 sono state contate 74 persone segnalate, mentre tra i minorenni di 15-17 anni se ne contavano 193 su 100mila.

Tra le varie opzioni perseguibili dai referenti della Prefettura – archiviazione atti, sanzioni amministrative, richiesta programma terapeutico al SerD territorialmente competente ecc. – restano il formale invito a non fare più uso e l’applicazione delle sanzioni amministrative; sono queste, da sempre, quelle più ricorrenti.

A fronte della poca attenzione sui servizi per le dipendenze, nel corso della conferenza sono state citate spesso le comunità terapeutiche, rispetto alle quali parte della platea ha auspicato l’ingresso diretto del paziente senza intermediazioni da parte dei servizi stessi, fosse anche la necessaria diagnosi; fermo restando che il percorso continuerebbe ad essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale. È evidente che questo tipo di procedura finirebbe per innescare meccanismi di selezione che a nulla servirebbero ad alleggerire il lavoro dei SERD riguardo ai casi più complessi, e dunque meno desiderabili da parte del privato sociale.  

Riduzione del danno, l’ostilità moralistica

La riduzione del danno (RDD) – pilastro delle politiche di contrasto alle droghe indicato dall’UE insieme alla lotta al narcotraffico, alla prevenzione e alla cura – è stata ricordata solo a conclusione delle due giornate, come un’opzione accettabile solo se in grado di non promuovere un messaggio di “rassegnazione”… un modo bizzarro, quanto meno, di considerarla. Visto che la riduzione del danno, ben più che un percorso di rassegnazione, rappresenta la fattuale alternativa alla stessa.

Questo specifico approccio pragmatico, infatti, basato sui , mira a tutti gli effetti a ridurre i danni sanitari, sociali ed economici causati dall’uso di sostanze psicoattive, sia legali sia illegali. Non prevede necessariamente la completa astinenza, puntando a obiettivi più immediati e pratici, come prevenire overdose, malattie infettive e comportamenti rischiosi, offrendo supporto senza giudizio, o costrizione. Contempla altresì il drug checking (controllare cosa si sta assumendo in Italia non è una pratica esplicitamente legale né, allo stesso modo,vietata da una normativa specifica a livello nazionale), interventi rapidi e non burocratici volti a stabilizzare lo stato di salute del consumatore nonché  promuovere il safer use: un insieme di regole e raccomandazioni volte a ridurre i rischi e i danni associati al consumo di sostanze psicoattive – considerando che il consumo totalmente privo di rischi non esiste – e la riduzione del consumo di sostanze. A livello sociale, le offerte di riduzione del danno contribuiscono a limitare il consumo di strada offrendo setting protetti, prevenendo la creazione di situazioni a rischio e la diffusione di malattie trasmissibili.

Sono stati garantiti ulteriori fondi per gli invii presso le comunità terapeutiche di altre regioni – al momento bloccati quasi in tutta Italia; peccato però che la cifra suddivisa per le stesse regioni e, conseguentemente, per i Dipartimenti Dipendenze Patologiche coprirebbe non più di 4 o 5 persone l’anno. È stata auspicata una più attenta e omogenea raccolta dei dati per meglio quantizzare i fenomeni: peccato che, al di là dei numeri pur necessari a definire urgenze ed emergenze, le problematiche siano sotto gli occhi di tutti e in tutta la loro potenza. Si è levata la voce forte della platea per esprimere il proprio dissenso circa l’ipotesi di un accorpamento tra Dipartimento della Salute Mentale e Dipartimento Dipendenze Patologiche. Sarebbe una grande miopia consumata a detrimento dei più fragili e poveri di tutela (persone con disturbi psichici e dipendenti patologici o entrambe).

Un discorso ancora troppo stereotipato

Durante la due giorni sono stati numerosi i riferimenti all’importanza in chiave preventiva della famiglia, della scuola, dello sport, della spiritualità. È stata più volte citata, in una sorta di anatema collettivo, l’attuale società priva di autentici valori.

Nel corso della sessione sulla comunicazione affidata ai vertici di Rai e Mediaset, da parte di chi scrive è stato inevitabile chiedersi se ci sarà mai una presa di coscienza di quanto la televisione negli ultimi quarant’anni, con i suoi non contenuti e la sua vacuità, sia stata propedeuticamente maestra di tanti messaggi “brutti e cattivi” che ora pretende di attribuire quasi esclusivamente al mondo dei social. Non sono mancati personaggi televisivi e influencer che invece, apprezzabilmente, tentano di far arrivare messaggi positivi, attraverso una semplificazione che spesso fa rima con banalizzazione, e ricorso allo stereotipo. E sì che nel mondo dei media digitali non mancherebbero affatto tanti più attendibili e utili divulgatori su base scientifica.

Non è mancato l’ormai consueto e inveterato attacco al metadone; peccato che i farmaci che contrastano l’uso degli oppioidi non si limitino solo a questo prodotto, e che questo stesso abbia permesso a tante persone di ricostruirsi una vita. 

Non sono mancati gli slogan voluti a includere le intenzioni di quanti si occupano e continueranno ad occuparsi a vario titolo di contrasto alle droghe. Al conciso “Insieme” che ha dato il via all’evento, attraverso la visione di uno spot di sensibilizzazione ai rischi del consumo di sostanze e alla necessità di un impegno comune di tutta la società per contrastare la diffusione,  personalmente la sottoscritta ha preferito il mattarelliano “fronte della libertà”: l’espressione utilizzata dal Presidente della Repubblica nel corso dei saluti delle autorità, previsti come prologo della conferenza, per rimarcarne puntualmente l’obiettivo e accentuare la necessità di un approccio comune, determinato e compatto.

Nel complesso si è trattato di giornate ricche di argomenti, motivi, temi vari e disparati, ma con un vulnus non secondario, che proponiamo in forma di domanda: quanti tra gli oratori hanno mai incontrato veramente un dipendente patologico? Quanti lo hanno ascoltato (e non per quello che volevano sentirsi dire), accolto e provato a curare? Quanti davvero nel loro pensiero hanno superato il becero luogo comune che le persone dipendenti siano “irrecuperabili”?

Dalle parole ai fatti

Ci sono state tante parole, come è ormai consuetudine in questo nostro Paese. Ora auspichiamo che i proponimenti non restino tali e che i fatti siano azioni. Cosa auspicare a partire da ora? Ecco alcune proposte.

Personalmente, che scrive continuerebbe a puntare sulla centralità del Servizio pubblico, sull’implementazione e sull’autonomia dei Serd, rivedendo gli organici e le risorse a disposizione. Penseremmo a spazi dedicati e neutri, dove permettere ai giovani di incontrare gli esperti per un confronto reale e libero da giudizi, ma su basi scientifiche.
Guarderemmo a un rinnovarsi dello spirito di collaborazione tra pubblico e privato sociale accreditato e contrattualizzato con il servizio pubblico, magari ripensando i programmi terapeutici per modi, tempi e durata.
Eviteremmo sterzate verso il privato che rischierebbero di far diventare le Comunità Terapeutiche nell’ordine una succursale del carcere, un’alternativa alla detenzione (per altro già prevista dalla Legge) ma con tariffari che creerebbero disparità – al momento le spese per i trattamenti nelle Comunità Terapeutiche accreditate e contrattualizzate sono in capo al Servizio Sanitario Nazionale –, possibilità della gestione diretta delle strutture da parte della criminalità organizzata per offrire comoda ospitalità agli affiliati e per garantire un canale legale al riciclaggio.

Punteremmo sulla formazione specialistica universitaria, sulla responsabilizzazione degli insegnanti e delle famiglie, su un’informazione da parte dei media meno sensazionalistica.
Appoggeremmo iniziative di riduzione del danno basate sulle evidenze scientifiche, in grado di accompagnare e sostenere anche e soprattutto quelle persone poco motivate al cambiamento.
Proporremmo questo e tanto altro ancora, senza mai prescindere da una verità inconfutabile: le droghe sono piacere ma posso diventare patologia. 

Le polarizzazioni e il mondo di mezzo

Ciò che più temiamo è che il dibattito pubblico italiano su questa grande questione continui, invece, ad essere polarizzato su consuete e ideologiche posizioni. Da una parte chi vede solo l’affezione. Dall’altra, chi chiede venga preso in considerazione anche un consumo consapevole e ricreativo, mostrando una qualche resistenza all’idea della malattia: eppure, per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la dipendenza patologica è una malattia cronica e recidivante. È ciò che emerge accostando fra loro la Conferenza Nazionale da una parte, e dall’altra la Controconferenza – tenutasi negli stessi giorni e intitolata “Sulle droghe abbiamo un Piano!” – pensata dalla rete delle organizzazioni della società civile per la riforma delle politiche sulle droghe. Due fronti, dunque, compattamente insieme ma su barricate diverse, poco includenti e ancora meno dialoganti fra loro. 

Eppure esiste un ampio “mondo di mezzo” fra le due posizioni, composto da quanti credono che il consumo non necessariamente esiterà nella patologia, e parimenti sono convinti, però, che la dipendenza prima di essere tale è stata recreational use. Sono molti di coloro che lavorano quotidianamente nel settore, ricoprendo ruoli diversi, non necessariamente sanitari, e che non sempre sono ben da entrambe le fazioni. Persone in attesa di risposte e soluzioni, molte delle quali, forse, si potrebbero più facilmente individuare prestando loro ascolto.


CREDITI FOTO: Ufficio stampa del Quirinale


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Author

  • Sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL di Taranto, componente del Comitato scientifico della Società Italiana delle Tossicodipendenze. Giornalista pubblicista, è autrice di numerosi articoli su riviste specializzate. Tra le pubblicazioni recenti: “La polvere sotto al tappeto. Il discorso pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie “, Carocci 2021; “Tagliate male”, CLAD, 2023, “Santiago”, Giulio Perrone Affiori, 2025.

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