Thursday 02/07/2026, 17:20
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Pubblichiamo un estratto dal libro “Demoni e angeli” (uscito per BeHopeBooks) della giornalista Simona Musco. Per il quotidiano “Il Dubbio”, Musco ha seguito per sei anni la vicenda giudiziaria che ha visto protagonista una cittadina della provincia emiliana, , al centro di uno scandalo politico su cui hanno marciato, per anni, i più improbabili difensori dei bambini, specialmente nell’estrema destra. Come la stessa vicenda giudiziaria ha dimostrato, si è trattato in larga parte di una caccia alle streghe scientificamente orchestrata, e di un attacco – non il primo e non meno scientifico – al sistema dell’assistenza sociale.


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L’Armageddon

Ventisette giugno 2019. «Direttore, c’è un flash di agenzia raccapricciante: “Reggio Emilia, lavaggio del cervello e falsi documenti per allontanare bambini dai genitori”». Il titolo lampeggia davanti ai miei occhi, e lo stomaco si stringe. Le notizie che parlano di bambini non mi piacciono mai: l’idea che qualcuno possa far del male a chi non ha mezzi per difendersi mi fa venire la nausea. Quando mi capita di occuparmi di storie del genere, cerco sempre una via di fuga, un modo per tenere a distanza quel peso. Ma stavolta non posso sottrarmi. Questa storia ha il sapore di qualcosa di grosso. E se fosse vero quanto si racconta, sarebbe davvero agghiacciante. La prima cosa da fare è recuperare l’ordinanza di custodia cautelare. Ma Reggio Emilia è lontana, lì non ho contatti. E fino a poco tempo prima lavoravo in una piccola redazione regionale in Calabria.

Leggo il pezzo di Repubblica e, senza accorgermene, il volto mi si fa pallido. «Come 20 anni fa, in quel paese della Bassa Padana raccontato dall’inchiesta “Veleno” di Pablo Trincia. Ore e ore di intensi lavaggi del cervello durante le sedute di psicoterapia, bambini suggestionati anche con l’uso di impulsi elettrici, spacciati ai piccoli come “macchinetta dei ricordi”, un sistema che in realtà avrebbe “alterato lo stato della memoria in prossimità dei colloqui giudiziari”. Sono alcune contestazioni che emergono dall’inchiesta sulla rete dei servizi sociali della Val D’Enza, nel Reggiano, che ha portato a per diciotto persone, tra cui il sindaco Pd di Bibbiano Andrea Carletti. E poi politici, medici, assistenti sociali, liberi professionisti, psicologi e psicoterapeuti di una Onlus di Moncalieri, “Hansel e Gretel”, perquisita questa mattina».

Continuo a leggere, scorro tutti i siti. Si parla persino di elettroshock. Stringo i pugni. Se tutto questo fosse vero, avremmo a che fare con mostri. È una parola che dentro la nostra redazione evitiamo, perché i mostri non esistono. Esistono le persone, esistono i reati, e a volte le persone commettono reati. Ma nella mia testa posso dirla eccome questa parola. Come può essere falsa un’accusa così pesante? Come si può parlare di elettroshock, addirittura, se non fosse vero?

Bambini rubati. Bambini strappati. Genitori annichiliti. Ogni parola disegna una galleria degli orrori. Sento la nausea risalirmi dalla gola. Vorrei tirarmi indietro. «Prova a capire se l’inchiesta regge», mi dice il caporedattore Davide Varì1 , che mi sveglia da un torpore nel quale non ero consapevole di essere caduta. Il nostro quotidiano si chiama, appunto, Il Dubbio. Qui non diamo nulla per scontato. Quando qualcuno viene accusato, la presunzione di innocenza è la nostra fede. Cerchiamo di capire se c’è qualcosa che non torna. Ma questa volta vorrei non essere io a doverlo scoprire.

«Sembra che regga, lasciamo perdere?»
«Macché. Dà un’occhiata», ribatte.

Con riluttanza cerco le carte. Ma nessuno sembra potermi o volermi aiutare. Più leggo, più cresce la rabbia. Decido allora di scrivere al pubblico ministero Valentina Salvi. Se quello che leggo è vero, quella donna merita una statua, penso. Le chiedo l’ordinanza con una mail timida e impacciata: non so che tono usare. Spero sia disponibile, ma non risponderà mai. Provo allora a contattare il Comando provinciale dei Carabinieri. Per quell’atto non possono aiutarmi, mi dicono. Possono però inviarmi il comunicato stampa. Accetto. Poco dopo arriva una mail: «In allegato l’allegato comunicato. Saluti». Ma nonostante la ridondanza, in allegato non c’è proprio niente.

Per oggi, mi tocca arrangiarmi. Chiedo a un collega di Bologna, che impiega ventiquattr’ore per mandarmi le carte. Ma forse, così, posso finalmente sfuggire a questa storia, che in fondo è quello che voglio.

Il primo articolo che il Dubbio pubblica il giorno dopo su questa inchiesta è identico a quello degli altri giornali. Se non è colpevolista poco ci manca e il pezzo si allinea a quanto emerso dall’indagine della pm e avallato da un giudice per le indagini preliminari. Perché è su quello che trovo online, in un primo momento, che dovrò basarmi. E mi fido di ciò che leggo.

«È una storia così brutta che non sembra vera. Perché dentro ci sono tutti gli ingredienti giusti per dar vita ad un film horror: disegni di bambini falsificati, padri e madri dipinti come mostri, scene di violenza simulata con travestimenti, regali e lettere d’affetto tenuti nascosti. Una vera e propria manipolazione su bambini dai 6 agli 11 anni, con un unico tremendo obiettivo: togliere decine di ragazzi ai propri genitori per affidarli ad altri, per guadagnare soldi in cure private e corsi di formazione. Un quadro raccapricciante descritto nell’inchiesta “Angeli e demoni”, condotta dalla procura di Reggio Emilia», scrivo.

«Si parla di lavaggi del cervello, con ore e ore di psicoterapia e suggestioni indotte attraverso impulsi elettrici, per alterare “lo stato della memoria in prossimità dei colloqui giudiziari”. Sono 27, in totale, le persone coinvolte nell’inchiesta del pm Valentina Salvi, 18 destinatarie di ordinanza. Tra loro il sindaco Pd di Bibbiano (Reggio Emilia) Andrea Carletti, al centro di tutto assieme alla rete dei servizi sociali dell’Unione comuni Val D’Enza. Carletti è finito ai domiciliari assieme alla responsabile e una coordinatrice del Servizio sociale integrato, un’assistente sociale e due psicoterapeuti della onlus di Moncalieri “Hansel e Gretel”. Le accuse sono a vario titolo di frode processuale, depistaggio, abuso d’ufficio, maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso. E agli arresti è finito anche un ex giudice onorario del Tribunale dei minori di , Claudio Foti, direttore scientifico della onlus. Secondo il gip “alterava lo stato psicologico ed emotivo attraverso modalità suggestive e suggerenti con la voluta formulazione di domande sul tema dell’abuso sessuale e con tali modalità convinceva la minore dell’avvenuta commissione dei citati abusi”. A far scattare l’inchiesta alla fine dell’estate del 2018, l’anomala escalation di denunce da parte dei servizi sociali, che ipotizzavano abusi sessuali e ai minori da parte dei genitori. Inchieste che, puntualmente, finivano nel nulla ma che hanno rappresentato i pezzi del puzzle di un’altra storia. Nonostante le archiviazioni, infatti, i servizi sociali proseguivano con il percorso psicoterapeutico, attraverso falsi documentali redatti in complicità con alcuni psicologi. L’iter era sempre uguale: al bambino di turno veniva diagnosticata una patologia post traumatica e così veniva preso in carico dalla onlus, con prestazioni psicoterapeutiche senza procedura d’appalto. Gli affidatari – amici e conoscenti dei servizi sociali – venivano incaricati di accompagnare i bambini alle sedute e di pagare le fatture a proprio nome, ricevendo mensilmente rimborsi sotto una simulata causale di pagamento. Un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro tramite quello che per tutti rappresentava un modello istituzionale per la tutela dei minori abusati. Gli inquirenti «parlano di “intensi lavaggi del cervello” durante le sedute di psicoterapia. L’utilizzo di apparecchiature elettriche spacciate come strumenti per recuperare i ricordi delle “brutte cose” commesse dai genitori attraverso l’applicazione di alcuni elettrodi. Tecniche messe in pratica in prossimità delle testimonianze dei bambini davanti all’autorità giudiziaria. E a volte era proprio la terapeuta a raccontare cosa i bambini avrebbero dovuto ricordare, evocando esperienze traumatiche come abusi sessuali da parte dei genitori. Il sindaco Carletti, secondo il gip, sarebbe stato “pienamente consapevole della totale illiceità del sistema”».

Sei anni dopo, rileggendo quel primo articolo, mi sembra il copione di un film dell’orrore. Ma come ogni film dell’orrore, quando spuntano i titoli di coda ti ricordi che è solo finzione. Questa volta, almeno a me, è bastato aspettare 24 ore. Il giorno dopo gli arresti, infatti, le cose cambiano. La notizia dell’elettroshock, riportata da tutti, indistintamente, viene smentita dalla stessa procura. Ma com’è possibile che tutti abbiano fatto lo stesso raccapricciante errore?

Il collega di Bologna finalmente mi gira l’ordinanza. Comincio a scorrere i capi d’accusa. Sembrano assurdi. Non solo perché è difficile immaginare gente disposta a fare quello che viene descritto, ma anche perché non si comprende nemmeno bene cosa significhi. Le accuse sono centinaia. Ma ogni passaggio, anziché chiarire qualcosa, lo complica. E in fondo all’ordinanza leggo una frase scioccante: Claudio Foti, lo psicoterapeuta famoso, la star dell’inchiesta, meritava i domiciliari in quanto «tipico autore per convinzione», come si evincerebbe dalla «saccente presunzione, priva di qualsiasi deviazione dal dubbio incrollabile di essere dalla parte della ragione, con la quale commenta durissimamente l’inchiesta giornalistica» “Veleno”, che aveva l’aspirazione di riscrivere la storia dei “diavoli della Bassa Modenese”. Una convinzione imperdonabile, per il giudice, nonostante siano stati ben 70 suoi colleghi, in diversi momenti, a stabilire la veridicità degli stupri denunciati da decine di bambini. E, dunque, il fatto di aderire ad una verità riconosciuta processualmente – criticabile, ma comunque definitiva – certificherebbe il curriculum criminale di Foti. Andava arrestato perché aveva un’idea. Tanto basta per farmi ricredere.

La fabbrica dei mostri

Le redazioni esplodono. I titoli arrivano prima dei fatti. Hanno la forza di un verdetto, l’immediatezza di un pugno in faccia. Dal 28 giugno 2019 i giornali spremono l’ordinanza di custodia cautelare come un limone. Ogni riga interpretata, ogni frase gonfiata. Il processo? Non serve nemmeno.

“Finti abusi e lavaggio del cervello per togliere i bambini ai genitori”, scrive il Corriere. “Scariche elettriche sui bimbi”, rincara il Mattino. Nessuna sentenza. Un’indagine appena avviata. Ma la storia è già scritta, il copione già distribuito. Bibbiano, piccolo paese emiliano, diventa una parola oscura, un sinonimo di orrore. I giornalisti inseguono notizie, audio, dettagli. Alimentano il fuoco. “Mostri malati di cupidigia”, “bimbi strappati alle famiglie”, “un affare da cinque miliardi”. Nessun condizionale. Si parla al presente. Si accusa. Si condanna.

Poi arrivano le televisioni. Uno Mattina. La Vita in Diretta. I talk serali. Scenografie appositamente studiate per evocare l’angoscia. Il mostro, si lascia intendere, può bussare alla porta di chiunque. Nei salotti tv spuntano sedicenti genitori vittime dei servizi. Nessuno chiede riscontri di quei racconti: sono strappalacrime e tanto basta. Le vittime di questi “mostri” sembrano migliaia. L’inferno è concentrato tutto lì, a Bibbiano. Nessuno ha dubbi. Le immagini scorrono: il municipio, le case famiglia, i volti sfocati degli operatori sociali. Il linguaggio è netto, perfino crudele. Nessuno dubita, nessuno corregge. La macchina del fango corre. In questo clima, la verità non interessa. Conta il racconto. E il racconto vuole eroi e mostri. Bibbiano diventa un totem, un campo di battaglia ideologico. Le magliette con scritto “Parliamo di Bibbiano” spuntano ovunque. Indossarle è un atto di guerra. Gli hashtag popolano feroci la rete. Non c’è luogo in cui non si parli di Bibbiano. E i politici fiutano l’aria. Il vicepremir Luigi Di Maio annuncia una commissione d’inchiesta e attacca frontalmente: «Noi col “partito di Bibbiano”, il partito che toglie i bambini alle famiglie con l’elettroshock allo scopo di venderli, non avremo mai a che fare». Giorgia Meloni, leader dell’unico partito di opposizione, promette: «Ripareremo noi i danni della sinistra». E si fa immortalare sotto il cartello di Bibbiano: «Siamo stati i primi ad arrivare e saremo gli ultimi ad andarcene». L’altro vicepremier, , chiede pene durissime. Le parole rimbalzano, si amplificano, diventano slogan. Perché le elezioni regionali sono alle porte e conquistare l’Emilia Romagna significa espugnare la roccaforte rossa d’Italia.

Nel giro di pochi giorni, un’indagine diventa un caso morale. Poi mediatico. Poi politico. Ogni prudenza è complicità. Ogni invito a tacere, una confessione. Tutti parlano. Tutti sanno. Tutti sentenziano. Anche chi non c’entra. Laura Pausini, sui social, scrive: «Sono senza parole, senza fiato, piena di rabbia nei miei pugni, mi sento incazzata fragile impotente… Questa notizia è uno scandalo per il nostro Paese… Se avete un figlio pensate che improvvisamente una persona, della quale potreste anche fidarvi, fa un lavoro psicologico tanto grave da portarveli via. Come si rimedia adesso nella testa e nei cuori e nell’anima di queste persone? Ma vogliamo fare qualcosa?». Trentottomila like. Settemila commenti. Tutti indignati. Anche Nek scrive: «Penso a mia figlia e alla possibilità che mi venga sottratta senza reali motivazioni solo per abuso di potere e interesse economico… Ci sono famiglie distrutte, vite rovinate per sempre. E non se ne parla. Ci vuole !». Nessuno ne parla, urlano indignati. Ma sui giornali e in televisione non si parla d’altro. E chi chiede cautela pare difendere i colpevoli. E allora anche Ornella Vanoni dice la sua: «È mostruoso ciò che è accaduto a Bibbiano. Questi bambini hanno perso l’infanzia… Non sono pupazzi che si possono spostare da una famiglia all’altra. Queste persone dovrebbero andare in galera senza processo». Senza processo. È esattamente quello che chiede l’opinione pubblica. Un patibolo pronto in piazza. Nessuna attesa. Solo la gogna. A nessuno importa più se quei bambini sono stati salvati o strappati. Se ci sono responsabilità o solo errori. Se l’indagine è fondata o no. E questo, in uno Stato di diritto, non dovrebbe essere possibile. Lo so, penso, sono parole che si dicono spesso. Trite e ritrite. Slogan, come quelli dei politici in piazza. Ma stavolta è diverso. Stavolta persino i giornali più prudenti, quelli che si dichiarano garantisti, attaccano. Nessuno difende la presunzione d’innocenza. E mentre tutto intorno si muove a velocità vertiginosa, sento che sto per imboccare una strada stretta, scomoda. Forse senza uscita. Ma sento anche che è l’unica che posso prendere.

Il caporedattore mi fissa. «Quindi? Ti sei fatta un’idea?»
Annuisco. «Sì. Secondo me c’è qualcosa che non torna»
«Bene. Comincia a scriverlo». Non so ancora che questo viaggio durerà sei lunghi anni.

Rileggo ancora una volta l’ordinanza. Voglio essere certa. D’altronde, non si tratta solo di un pezzo qualsiasi: sento che se sbaglio perderò ogni credibilità. Ma se ho ragione, rischio comunque. Perché questa storia sta già diventando un caso politico. La rabbia cresce, alimentata da una narrazione che parla di un “sistema” criminale radicato, di un’intera rete di operatori sociali e politici che avrebbero lucrato sulla pelle dei bambini. Uno schema perfetto per il dibattito urlato: il male assoluto contrapposto al bene assoluto. Ma qualcosa non quadra. Il castello di accuse mi appare fragile. Molti capi d’imputazione si reggono su deduzioni, interpretazioni, ipotesi che poggiano su presunzioni più che su evidenze concrete. E alcuni elementi che hanno alimentato il clamore mediatico nelle carte nemmeno si trovano. Faccio delle ricerche. Il dispositivo usato durante le terapie, il “macchinario dei ricordi”, non sarebbe altro che un comune apparecchio Emdr, una tecnica psicoterapeutica riconosciuta, che utilizza stimoli bilaterali per aiutare i pazienti a rielaborare traumi. Niente impulsi elettrici, niente shock, niente elettrodi. Solo vibrazioni leggere o movimenti oculari. L’inchiesta giudiziaria, però, ha già fatto scattare le manette. I titoli dei giornali sono già scolpiti nella pietra. E i bambini? Loro restano al centro del caso, ma la loro voce sembra svanire sotto il rumore assordante dello scontro politico e mediatico. Comincio a scrivere, consapevole che il mio sarà un racconto controcorrente. So che qualcuno non gradirà. So che verrò accusata di voler difendere i colpevoli. Ma non è così. Voglio solo capire, raccontare ciò che le carte dicono davvero, al netto delle suggestioni e delle letture ideologiche. Perché la verità, spesso, sussurra. Il contrario di quanto avviene nei talk show, che alimentano il dibattito con ospiti urlanti e risse verbali. I toni si fanno sempre più accusatori. Bibbiano diventa il simbolo di ogni malfunzionamento dello Stato, di ogni abuso del potere, di ogni devianza possibile.

«Musco, il Riesame si è pronunciato su Foti, chi vogliamo sentire su questa storia?» I colleghi degli altri quotidiani tirano fuori ogni giorno una storia, un orrore sempre nuovo. Ma il mio compito è diverso. Proviamo con il protagonista, Claudio Foti. O meglio, il suo avvocato. Si chiama Girolamo Andrea Coffari. Il telefono squilla. Dalla parte opposta del telefono, la voce di Coffari è pronta a difendere con fermezza un uomo che è stato ridotto, suo malgrado, a simbolo di un’ingiustizia che il sistema giudiziario rischia di amplificare a dismisura.

Claudio Foti, mi dice, non avrebbe manipolato nessuna minore. Non l’avrebbe convinta di aver subìto abusi che, in realtà, non ci sarebbero stati. E lo dicono anche i giudici dopo aver guardato i nastri di 15 sedute di psicoterapia, che dimostrerebbero l’inconsistenza di teorie sul lavaggio del cervello. I domiciliari, dunque, non servono. Dietro l’indagine “Angeli e Demoni”, dice Coffari, ci sono «errori grossolani» e polveroni.

Nonostante la posizione di Foti sia marginale, forse per la sua fama o forse per via di quei vecchi casi raccontati dall’inchiesta giornalistica di Pablo Trincia, dal titolo “Veleno” – «una mera tesi giornalistica contestata anche dall’Associazione nazionale magistrati», dice Coffari -, Foti è diventato il centro di tutto. È la vittima predesignata dell’ennesimo processo mediatico, sfogatoio di una rabbia sociale, cieca e superficiale. Sono due le accuse mosse allo psicoterapeuta. La più grave è quella di frode processuale, per aver «alterato lo stato psicologico ed emotivo di una minore». Una ragazza usata come «cavia», dicono le accuse, nell’ambito di un corso di formazione, con una psicoterapia dalle modalità «suggestive e suggerenti», che l’avrebbero convinta di cose mai avvenute: di aver subìto abusi dal padre. E poi un concorso in abuso d’ufficio, perché il servizio di psicoterapia dell’Unione Comune della Val d’Enza è finito in mano, in via esclusiva, alla sua onlus, senza alcun bando pubblico. I giudici del Riesame, quelli che valutano la legittimità e il merito dei provvedimenti cautelari emessi dal giudice, spiegano che sull’accusa più infamante non sussistono i gravi indizi di colpevolezza. Rimane solo l’abuso d’ufficio. Che, dice Coffari, «è una sciocchezza»: si contesta ad un privato cittadino di non aver controllato «se l’amministrazione pubblica abbia osservato le regole amministrative». Ma la cosa più assurda, per Coffari, è quell’accusa che vorrebbe Foti come un demiurgo di ricordi ossessionato dalle violenze sessuali come ragione di ogni disagio. A sostegno della tesi dell’accusa ci sarebbero «due pagine di sommarie informazioni rilasciate dalla ragazza che ha effettuato con lui la psicoterapia, che non dicono granché – dice l’avvocato – e, soprattutto, un’intercettazione ambientale del 2018». Si tratta di frasi estrapolate da una seduta, nella quale Foti parte dal presupposto della violenza subita e da lì fa delle domande alla giovane. Come se volesse indottrinarla, ipotizza l’accusa. Ma quella non era la prima seduta per i due, bensì la ventesima, ognuna documentata da una registrazione. Le sedute precedenti «non si possono ignorare – dice Coffari -. Noi abbiamo avuto la fortuna di trovare le videoregistrazioni delle prime 15 sedute, nelle quali si vede la giovane parlare spontaneamente di queste ipotesi di violenza». Foti si sarebbe così limitato a ripetere le stesse parole usate in precedenza dalla ragazza, nel tentativo, sostiene la difesa, di approfondire i suoi ricordi e ricollegarli ad un malessere grave da lei stessa lamentato. Per la pm la sua presenza al centro di una sala, con altri psicoterapeuti ad ascoltarla nascosti da un vetro, sarebbe stata una sorta di esperimento da laboratorio e lei un oggetto da vivisezionare. Il contesto è un corso di formazione per psicoterapeuti bandito dall’Asl, con lo scopo di qualificare una equipe di esperti in traumi, attraverso «il trattamento di un caso specifico». Una «prassi in tutta la psicologia clinica sistemico- relazionale dell’occidente», dice Coffari.

Foti diventa il modello ideale di un orrore da buttare subito sul palcoscenico, senza garanzie, senza contraddittorio. Le carte lo descrivono come un uomo dalla personalità «brutale, violenta e impositiva», arrivando ad ipotizzare maltrattamenti sulla moglie, la ex compagna e i figli. «Questo sulla base di una telefonata in cui litiga con la moglie, anche lei psicologa che tratta maltrattamenti e abusi all’infanzia da una vita». Insomma, anziché urlarsi parolacce, i due si danno dei “maltrattanti”. «E questo basta». Perché a carico di Foti non c’è alcuna denuncia per maltrattamenti. E allora com’è diventato il mostro di Bibbiano? «Fa comodo, in un periodo in cui si cercano ghigliottine, teste da ghigliottinare», dice Coffari durante la nostra prima telefonata. Perché c’è «un clima da un prefascismo, un senso di rabbia che si deve sfogare istintivamente su dei capri espiatori». L’indagine, conclude Coffari, magari non è tutta da buttare. Ma gli errori, afferma, non si possono ignorare. Come quando si parla di elettroshock, «mentre si ha a che fare con un macchinario acquistabile su Amazon, usato normalmente dagli psicologi». O dell’Emdr, approccio psicoterapico riconosciuto dall’organizzazione mondiale della sanità, «trattato come una specie di sabba delle streghe».

«Mi metterebbe in contatto con Foti?», gli chiedo.
«Certo. Le giro il suo contatto».

Il 22 luglio 2019 compongo il numero dello psicoterapeuta «abusologo», così lo chiamano tutti. Il telefono squilla. È un’altra giornata tesa, dall’altro lato della cornetta c’è un uomo che ha vissuto giorni che pochi potrebbero immaginare, e che nonostante tutto, non sembra voler abbassare la guardia. Quando mi risponde, la sua voce è un po’ roca, come se avesse passato ore a parlare con se stesso, cercando un senso in mezzo al caos che lo ha travolto. «Buon pomeriggio dottore, la disturbo?». Scopro che ha appena sentito al Tg una notizia che lo riguarda. «Dicono che sono indagato per maltrattamenti su mia moglie», spiega confuso. È la telefonata di cui parlava Coffari, quella che il gip utilizza nell’ordinanza per descrivere la personalità dello psicoterapeuta. Mi sembra di vederlo scuotere la testa. È chiaro che sta tentando di mantenere un contegno, di mostrarsi saldo. Scoprirò solo molto dopo che la mia telefonata è la prima che riceve dopo quel servizio, che l’ha costretto a gettarsi a terra, in preda ad una crisi di pianto, facendo attenzione a non farsi sentire dai figli in un’altra stanza. Non sa nulla di me, ma almeno non sono tra quelli che gli hanno dato addosso. Sono l’unica, mi dice. Respinge le accuse e si dice certo di dimostrare la sua innocenza. Con la storia degli affidi non c’entra nulla, giura, mentre quelle con la moglie erano le liti di una coppia in via di separazione. E la verità, secondo Foti, è una sola: «Ho costruito la mia rispettabilità con 30 anni di carriera. Ma a qualcuno, forse, non sta bene. E questa nuova indagine è forse la risposta alla mia scarcerazione».

Nadia Bolognini, la moglie di Foti, anche lei indagata, parlando con un’amica, si lamentava del fatto che Foti trattasse male lei e i bambini. «Parlava di un episodio in cui avevo rotto dei piatti. Ci stiamo separando, con qualche conflittualità, e lo facciamo usando termini diversi dagli insulti, ma più vicini al nostro mondo. Ma questa lite è stata spettacolarizzata. Si usa tutto, anche un normale conflitto coniugale, per distruggermi. Conosco mia moglie, sono sicuro che tutto questo finirà nel nulla».

Gli atti sui presunti maltrattamenti da Reggio Emilia vengono spediti a Torino. È quella la procura competente visto che i due risiedono in Piemonte. Ma possibile che si indaghi così, senza una denuncia della parte offesa? «Nadia stessa ammette pacificamente che entrambi abbiamo fatto degli errori nella nostra storia. Io mi sento attaccato». La vede come una risposta al fatto che per i giudici del Riesame non ha manipolato la mente della sua paziente. «Non c’è manipolazione alcuna», scandisce con forza. «La madre stessa, che alla pm ora dice che la figlia stava benissimo, nella prima seduta con me aveva parlato di un triplice abuso e aveva descritto in modo estremamente preciso le sofferenze che la ragazza provava prima della psicoterapia, sofferenze che io ho cercato di curare. Le registrazioni dimostrano anche i miglioramenti, seduta dopo seduta. Con quei nastri ho dimostrato che non c’è stata alcuna manipolazione».

E la frode processuale? «Io non ho mai sentito parlare di alcun processo e in quelle registrazioni non c’è un solo accenno a procedimenti civili o penali. Io lavoro sul paziente e sui suoi problemi. E non sono mai stato chiamato a testimoniare da qualche parte. Non ci sono elementi di prova: gli investigatori si sono basati su un’unica seduta registrata nel 2018 ed è chiaro il metodo di lavoro si desume dal complesso della terapia. Io ho lavorato sul materiale che mi hanno portato la madre e la paziente. I video sono stati un colpo di fortuna per me». Eppure, nonostante anche il Riesame abbia negato la gravità indiziaria, l’opinione pubblica è ancora contro Foti. «Perché c’è molta confusione», dice. Impossibile dargli torto. «Sono accusato, nel processo mediatico, di aver organizzato un giro di affidamenti retribuiti. Ma io non mi occupo di affidi. Mi imputano qualcosa che non appartiene al mio ruolo. E non potevo incidere in quelle scelte, perché non competono a me e non me ne viene in tasca nulla». Ma tutti credono proprio questo: che Foti vendesse bambini in giro per l’Italia inventando abusi e orribili storie. Perché tutto questo odio preventivo?

«Molti di coloro che mi hanno espresso odio, minacce di morte, cose terribili, vogliono bene ai bambini e sono indignati, giustamente, nei confronti della violenza sui più deboli. Ma hanno un piccolo problema: hanno già fatto il processo e si è concluso con la condanna a morte. Io dico a queste persone che il processo non si è ancora celebrato e dimostreremo che abbiamo curato correttamente dei bambini sessualmente abusati, su cui c’era una diagnosi di trauma sessuale precedente all’inizio della terapia». Una diagnosi fatta da psicologi, assistenti sociali ed educatori che avevano già raccolto tanti elementi. «Una diagnosi di trauma sessuale non nasce dal fatto che uno è fissato con l’abuso e costruisce su un sintomo isolato una diagnosi. Questa è una bufala – insiste -. Le diagnosi da cui le terapie sono partite sono una raccolta di tantissimi elementi, tra cui le dichiarazioni dei bambini, i sintomi delle loro sofferenze, le loro confidenze non solo agli assistenti sociali ma anche, a seconda dei casi, all’insegnante, ai familiari, al genitore affidatario. Dichiarazioni credibili, coerenti e ripetute».

Il problema è che alla gente non piace l’idea che i bambini vengano allontanati da casa. Anche quando la casa è più simile ad un inferno che ad un luogo d’amore. Preferisce non vedere, non sapere. «Io lavoro spesso e volentieri mettendo madre e figlia insieme – spiega Foti -. Sono estreme e penosissime le occasioni in cui consiglio di stravolgere il nucleo familiare, la più straordinaria risorsa formativa. L’allontanamento è una situazione estrema».

C’è anche un’altra accusa, il concorso in abuso d’ufficio. Un’accusa stranissima, considerando che si tratta di un privato. «Da 30 anni, con il centro studio, lavoriamo con l’ente pubblico e non ci siamo mai occupati di come lo stesso definisse le modalità di affidamento. Diamo per scontato che lo faccia seguendo le regole. Si parla di ingenti somme guadagnate tramite questi incarichi: si tratta di 135 euro a seduta che è la cifra che io, che ho 30 anni di esperienza, prendo a Torino, senza alcuno spostamento. In questo dovevo andare a Reggio Emilia, per 600 euro massimo a giornata, per due giornate al mese. Beh, in altre zone d’Italia mi pagano il doppio o il triplo e ci mettono anche il rimborso spese».

La domanda su “Veleno” la devo fare. Anche se ogni volta che pronuncio quella parola sento un morso allo stomaco. Non riesco mai a capire perché. C’entra qualcosa con la storia dei Diavoli della Bassa? «Con quella storia io non c’entro nulla, non ero presente in quella vicenda 20 anni fa. L’unica contestazione è che ho fatto una lettera aperta, firmata da 410 persone, contro quella ricostruzione. Non credo si possa contestare la libertà di pensiero. E devo dire che quell’inchiesta non rende giustizia alle vittime, che continuano ad essere fedeli e coerenti alle dichiarazioni che allora vennero prese sul serio dai giudici e in base a cui, con tre gradi di giudizio, si arrivò ad una sentenza di condanna. C’è un comitato di vittime, di cui Trincia non si è occupato, e continuano a ricordare i traumi subiti. Vittime che non hanno mai chiesto notizie dei loro genitori naturali e non sono andati ai loro funerali». E allora mi chiedo: com’è possibile, ancora oggi, ignorare chi ha sofferto davvero? E com’è possibile, in nome di una storia più accattivante, mettere a tacere ogni dubbio? Questo, col giornalismo, non ha nulla a che vedere.

Attacco. Ma questa storia produce notizie come una fucina.

Ci mancava solo Matteo Salvini, in effetti. «Non avrò pace fino a che l’ultimo bambino sottratto ingiustamente alle famiglie non tornerà a casa da mamma e papà». Il ministro dell’Interno parla dal sagrato del municipio di Bibbiano. Non legge, non guarda appunti. Arringa. È fine luglio, l’inchiesta “Angeli e Demoni” è appena agli inizi, ma lui parla già di resa dei conti. «Da papà, prima che da ministro», specifica. E promette una commissione d’inchiesta entro agosto. «Non mi interessa associare una schifezza come questa a questo o quel partito, perché qua c’è da salvare dei bambini. Mi auguro che tutti i partiti prendano le distanze. Quindi non vengo qui per attaccare Renzi o Zingaretti», dice.

La giornata del ministro inizia con un incontro riservato. Alcuni genitori gli chiedono di riabbracciare i figli. Lui li ascolta. Promette. Anche se i numeri dell’inchiesta sono contenuti – otto casi, sei bambini già rientrati nelle famiglie prima dell’inchiesta per decisione del Tribunale dei Minori – Salvini allarga il campo. Parla dell’intero sistema affidi in Emilia-Romagna. «Solo negli ultimi anni sono 10mila i bambini portati via ai genitori in Emilia Romagna», denuncia. È un numero enorme, difficile da verificare. Ma colpisce. E nessuno, in quel momento, gli chiede fonti. «Andremo fino in fondo», ribadisce. In piazza la folla acclama. Alcuni urlano. Chiedono giustizia. Qualcuno chiede «il taglio della pensione per queste persone». Salvini non frena. Asseconda. «Il posto giusto per certa gente è la galera».

La reazione del arriva rapida, anche se come sempre tiepida: nessuno ha ancora dato solidarietà ad Andrea Carletti, quel sindaco che ha avuto la sfortuna di essere tesserato del Pd. Veronica De Micheli, vicesegretaria, parla di «una passerella di dubbio gusto». Ma Salvini è categorico. «Dovrebbero parlare con quelle mamme e quei papà a cui sono stati rubati bambini con false perizie ed elettroshock». Ancora l’elettroshock. Nonostante le smentite degli inquirenti, questa fake news viene ripetuta senza esitazioni. «Io spero che su questo la politica si unisca. Non so se c’è un sistema, so che mi arrivano segnalazioni di abusi da diverse parti d’Italia», dice.

Vuole occuparsene lui, direttamente. Lo dice con enfasi, guardando in camera. Promette di «rivedere personalmente tutte le pratiche». Poi, il discorso prende una piega diversa. Salvini si sofferma su un’ossessione ricorrente. «Mi domando perché quando gli assistenti sociali visitano un campo rom non tolgono loro i bambini», rincara. «Sono implacabili con chi non riesce a pagare le bollette, mentre con chi educa i bambini a rubare non fanno niente. Perché i tribunali dei minori non vanno a salvare quei bimbi?». È un’accusa agghiacciante. Generalizzante. Un problema che, dice, affronterà «più avanti». Ora la priorità è un’altra: cambiare il sistema degli affidi. «Quando si sbaglia sulla pelle dei bambini si deve pagare il doppio». E, infine: «In un Paese civile, prima di portare via un bimbo da casa le devi avere provate tutte».

Le ultime parole restano sospese. Pronunciate con forza, ma svuotate dal rumore che le ha precedute. Dalla consapevolezza che nemmeno lui, che pure arriva a Bibbiano come un supereroe, sappia di cosa sta parlando. Il discorso è finito. La folla applaude. La macchina della politica è già ripartita.

Sulla scalinata del Municipio tante piccole scarpe, a simboleggiare i bambini che non ci sono più. Un colpo d’occhio retorico disgustoso, che stordisce e inganna.

Pochi giorni dopo un altro tassello lo aggiunge il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: la squadra speciale affidi. Sembra il titolo di un film, va a capire se una commedia o un poliziesco. Fatto sta che sembra fiction. La prima riunione è prevista il 31 luglio 2019. Sedici membri, con l’obiettivo di vigilare sull’applicazione delle leggi sull’affidamento dei minori, sulla loro collocazione in case famiglia, nel rispetto «del preminente diritto del minore a crescere e ad essere educato nel proprio nucleo familiare ed a mantenere con esso continuità affettiva». La task force dovrà creare una banca dati nazionale sui procedimenti minorili, con particolare attenzione ai ricoveri in istituti di assistenza. Che poco c’entra con Bibbiano: lì gli affidi erano familiari. Ma è la prova che nessuno sa davvero di cosa si sta parlando.

Ognuno vuole dire la sua. Le elezioni in Emilia Romagna, d’altronde, si avvicinano. Salvini coglie di nuovo la palla al balzo e organizza una conferenza stampa alla Camera. Mi ci fiondo. «Perché i Tribunali dei minori non vanno nei campi rom?», ripete come un mantra il leghista al fianco di Alessandra Locatelli, ministro per la e la Famiglia. I due hanno appena firmato un protocollo d’intesa, un impegno condiviso per la tutela dei minori. Vogliono rivedere il sistema degli affidi, con l’obiettivo di ridurli al minimo indispensabile. Un sistema in crisi, messo a nudo, dice, non solo dal caso Bibbiano, ma dalle molte segnalazioni giunte al Dipartimento per le politiche della famiglia. «Il mio impegno è quello di tutelare per prime le famiglie, i minori, i più fragili», aggiunge Locatelli. «Nel tentativo di fare questo, ho fatto delle audizioni e ascoltato persone che hanno voce in capitolo sui temi che riguardano la tutela dei minori». Tutti hanno portato proposte che ora si raccolgono in un documento destinato al ministro Bonafede, con l’ipotesi di una riforma urgente.

«Io penso che portare via un bambino a mamma e papà debba essere l’ultima delle ultime scelte», dice Salvini. «Solo in caso di violenze evidenti, o di condizioni economiche che impediscono una vita tranquilla. Non credo che ci siano 50mila casi di questo tipo». Infatti non ci sono. Nemmeno sulla carta. E proprio Bibbiano, secondo lui, dimostra che «quel sistema qualcosa non funzionava. Perché, a denuncia archiviata, non è seguito il ritorno a casa del bambino strappato alla famiglia». Come se bastasse questo.

Quel caso di cronaca diventa così lo spunto per «rivedere l’intero sistema del diritto di famiglia», con l’idea di introdurre anche il reato di alienazione parentale, una pericolosa fandonia antiscientifica. «Utilizzare i bambini come mezzo di ricatto per risolvere conflitti degli adulti è indegno di un paese civile», sottolinea Salvini. Cioè: le madri usano i bambini. Ma c’è un’altra questione: la , spesso motivo per cui i bambini vengono tolti alle famiglie, insiste il ministro diventato all’improvviso sociologo. «Se la povertà riguarda una persona con un lavoro fisso da vent’anni, come ho visto nel caso di una donna a Bibbiano, allora mi domando che concetto di povertà si possa applicare ai campi rom», insiste il ministro. Una vera e propria ossessione. «Tutto dipende dall’uomo o dalla donna che applica la norma, dalla coscienza degli assistenti sociali e dai giudici dei minori che decidono».

Bisogna salvare le famiglie naturali, salvarle sempre, a prescindere da tutto. A prescindere dal bambino. Me ne vado da lì con la convinzione, ancora più forte, che questa storia distruggerà tutto il mondo della tutela. E che nessuno, nemmeno per sbaglio, abbia capito di cosa si stia parlando.

  1. Oggi è il direttore del Dubbio ↩︎

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