giovedì 02/04/2026, 19:50

    A oltre un mese dall’inizio dell’operazione congiunta lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il 28 febbraio scorso, i colloqui indiretti vanno avanti tramite la mediazione pakistana, ma gli attacchi aerei continuano senza sosta da entrambe le parti. In Iran sono stati attaccati siti nucleari come Natanz, infrastrutture militari, aree sensibili della capitale e della vita civile, come scuole e università, e obiettivi legati al sistema energetico e difensivo. L’uccisione di Ali Khamenei ha aperto una crisi di successione, incanalata nell’ascesa del figlio, Mojtaba Khamenei, alla guida suprema. La rappresaglia di Teheran, invece, ha colpito Israele e una serie di installazioni militari statunitensi nel Golfo, estendendo il conflitto a Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. La guerra in Medio Oriente sta sconvolgendo anche il mercato energetico internazionale. Il prezzo del petrolio ha superato nei giorni scorsi la soglia dei 100 dollari al barile, il livello più alto dal 2022, l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina. Intanto, lo Stretto di Hormuz resta di fatto chiuso da giorni al passaggio delle petroliere, e Teheran minaccia di colpire le navi che dovessero tentare di forzare il blocco. Stando ai dati ufficiali, finora la guerra è costata quasi 2.000 vittime civili. Tra queste, 240 sono donne e 212 sono bambini. I feriti sono 25.000. Anche tra questi, molti sono bambini innocenti.
    Per cercare di mettere a fuoco la situazione, abbiamo raggiunto la studiosa Minoo Mirshahvalad. Nata e cresciuta in Iran, si è successivamente trasferita in Italia per proseguire gli studi universitari, conseguendo un dottorato in Sociologia. Oggi, specializzata nello studio dell’Islam è ricercatrice post-dottorato presso l’Università di Copenaghen.

    Nel tempo, su cosa ha iniziato a prendere posizione parlando dell’Iran?

    Sono una donna e questo ha fatto sì che la questione di genere diventasse per me un tema fondamentale. Le posizioni che ho preso nel 2022 a sostegno del movimento “Donna, Vita, Libertà”, nascono da quello che ho vissuto in Iran, sperimentando direttamente un sistema in cui i diritti delle donne venivano violati in molti modi.

    A questo si aggiunge il mio percorso universitario. Ho studiato in Iran, dove mi sono laureata prima di arrivare in Italia nel 2009. Poi ho proseguito fino al dottorato e questo percorso ha inevitabilmente formato il mio modo di vedere le cose. C’è anche l’esperienza migratoria, perché vivere tra Paesi diversi ti dà più strumenti per leggere la politica e gli equilibri internazionali.

    Il mio sguardo, attraverso questa esperienza, è cambiato, è divenuto più consapevole. Per anni ho sostenuto che l’obbligo del velo fosse una strumentalizzazione politica da parte dello Stato iraniano. Poi, dopo il sacrificio di tanti giovani e di molte donne, quell’obbligo è stato rimosso e finalmente le donne possono uscire senza velo.

    Della realtà dell’Iran, sia dall’interno del Paese sia dall’estero, sentiamo spesso dare letture motlo parziali. Qual è la spiegazione che se ne è data, come studiosa?

    Per capire l’Iran si deve iniziare a considerare la condizione di isolamento politico molto forte in cui il Paese si trova. Le sanzioni hanno limitato anche la possibilità di viaggiare e il turismo è rimasto circoscritto, nonostante il Paese abbia un patrimonio enorme tra siti archeologici, musei e paesaggi. Questo isolamento ha avuto conseguenze, anche sul modo in cui le persone leggono ciò che accade nel mondo. Per questo motivo, la conoscenza della geopolitica resta spesso parziale. A questo si aggiunge il ruolo dei media in lingua persiana prodotti all’estero, in Paesi come Israele, Stati Uniti, Regno Unito e Arabia Saudita. Sono canali che offrono una certa interpretazione della realtà, che diventa dominante soprattutto tra chi non legge altre lingue. È un limite importante, perché riduce la possibilità di confrontarsi con fonti diverse e finisce per restringere lo sguardo. La situazione è analoga dentro l’Iran e fuori dal Paese, perché nella diaspora vedo una difficoltà simile. Molti si informano quasi esclusivamente attraverso i media principali, entrano poco in contatto con fonti alternative e finiscono per avere una visione spesso influenzata da narrazioni dominanti di matrice occidentale, statunitense in particolare.

    Negli ultimi anni, la distanza tra chi cerca riforme interne al sistema e chi vuole un rovesciamento radicale del regime sembra essersi accentuata. Il divario si è accentuato soprattutto con il ritorno inatteso di Pahlavi sulla scena, un sedicente erede al trono che è stato presentato, sia in Iran sia nella diaspora, come una sorta di salvatore. Attorno a lui si è creata una polarizzazione molto netta, tra chi si schiera con questa figura e chi la rifiuta, con il risultato che chi la rifiuta viene spesso etichettato come traditore della causa iraniana. La polarizzazione si è spinta fino a incrinare rapporti personali.  Persone che erano amiche da anni hanno smesso di parlarsi e anche all’interno delle famiglie si sono create fratture profonde, con posizioni contrapposte che difficilmente dialogano. Si sono formati gruppi che si contrappongono in modo sempre più duro.

    La centralità di Pahlavi è stata costruita anche grazie al forte sostegno mediatico di cui gode. Negli ultimi anni lui è stato più volte a Tel Aviv, dove ha reso omaggio a Netanyahu, e attorno a questi viaggi si è sviluppata una copertura che ha amplificato molto la sua immagine, soprattutto attraverso canali finanziati da Israele. Non tralasciamo il ruolo dei social, con molti account falsi che contribuiscono a dare visibilità e voce a questa figura. Così, anche senza alcun processo reale di consultazione in Iran, si è diffusa l’idea che Pahlavi sia la scelta naturale per il futuro del Paese.

    Ha parlato di tensioni anche dentro la diaspora iraniana. Quanto influisce oggi questa divisione sul modo in cui l’Iran viene raccontato all’estero?

    Incide moltissimo. I media principali danno spazio quasi esclusivamente ai sostenitori di Pahlavi, e l’immagine dell’Iran e dell’opposizione che arriva all’esterno è mediata da questa selezione, mentre altre voci rimangono in secondo piano. La mia una posizione che si basa anche sull’esperienza diretta. In Italia non sono mai stata invitata dai media mainstream, perché esiste una linea precisa su ciò che deve essere raccontato e su chi può rappresentare l’opposizione iraniana. Anche tra i sostenitori di questa figura c’è spesso un atteggiamento molto duro, e chi non accetta Pahlavi come opzione per il futuro viene escluso o messo a tacere, rendendo ancora più difficile costruire un racconto plurale dell’Iran fuori dal Paese.

    C’è dunque una distanza tra quello che sta accadendo in Iran e la narrazione che ne viene fatta?

    Sì, la distanza c’è e negli ultimi tempi si è vista ancora di più. In Iran, soprattutto dopo gli ultimi sviluppi, molte persone che inizialmente avevano sostenuto o anche solo auspicato un intervento esterno adesso hanno cambiato idea. C’era l’illusione che un’azione guidata da Trump potesse aiutare la popolazione iraniana. Poi però si sono viste le conseguenze, decine di migliaia di infrastrutture civili colpite e oltre 2.000 morti, di cui circa 200 bambini. Davanti a questi numeri è diventato chiaro che non si trattava di un intervento per il bene degli iraniani o per portare democrazia. Tutto ciò ha prodotto uno spostamento anche dentro il Paese; persone che prima erano favorevoli alla guerra hanno rivisto la propria posizione. La settimana scorsa parlavo con qualcuno che mi diceva che anche chi era ateo o chi era contro il regime iraniano oggi sostiene che, se arrivassero truppe sul suolo iraniano, si schiererebbe comunque a difesa del Paese e combatterebbe come un soldato. È un effetto di ricompattamento più che comprensibile. In condizioni di guerra la popolazione tende a unirsi contro un nemico esterno, ed è qualcosa che si è visto molte volte.

    Quanto i media internazionali stanno influenzando la percezione dell’Iran?

    In Europa si è dato molto spazio a posizioni apertamente favorevoli alla guerra, mentre l’influenza dei media resta fortissima anche dentro l’Iran e arriva in gran parte dall’esterno”. Esistono anche attori stranieri che parlano direttamente al pubblico iraniano. L’IDF, per esempio, ha creato canali Telegram pensati proprio per utenti iraniani e persianofoni, e poi ci sono emittenti come Iran International, Voice of America in persiano e la BBC persiana, che nel Regno Unito è a pagamento ma da anni trasmette gratuitamente in lingua persiana proprio per raggiungere gli iraniani.

    I media hanno diffuso una rappresentazione molto netta, divisa tra chi sta dalla parte giusta e chi no, una lettura polarizzata che ha avuto un forte impatto. Il risultato è che una parte della popolazione iraniana ha interiorizzato questa visione e ha finito per opporsi a tutto ciò che viene associato allo Stato iraniano, a prescindere dal merito, arrivando in alcuni casi a sostenere apertamente Israele perché percepito come l’unico riferimento possibile per chi si oppone al regime.

    Sappiamo tutti quanto sia importante il ruolo dei media soprattutto nel modo in cui scelgono a cosa dare spazio e a cosa no, come ordinano le notizie, che rilievo danno ai titoli, se una storia viene messa in primo piano o relegata in fondo. Per esempio, quando gli iraniani vengono uccisi dallo Stato iraniano, i media mainstream in Italia tendono a raccontarli come esseri umani. Pubblicano immagini ravvicinate, mostrano i volti, gli occhi e quanti più dettagli possibile. Quando invece si tratta di iraniani uccisi da Israele o dagli Stati Uniti, il racconto cambia, spiega. Quelle persone diventano numeri, e con i numeri è difficile creare empatia.

    Così gli iraniani, a seconda di chi li uccide, vengono rappresentati come individui oppure trattati da numeri. Si decide quando umanizzare e quando togliere umanità, seguendo una linea precisa.  

    Lei ha più volte parlato di “guerra ibrida” condotta nei confronti dell’Iran, riferendosi anche a come i media e la propaganda in generale inquinano il racconto che si fa del Paese. Che cosa si intende con questo termine?

    Con questo termine intendo una guerra che si sviluppa su due piani e che, nel caso dell’Iran, va avanti dal 1979, l’anno della Rivoluzione iraniana, quando le proteste di massa contro lo shah Mohammad Reza Pahlavi portarono alla fine della monarchia e alla nascita della Repubblica islamica, guidata da Khomeini.

    Da allora, l’Iran si è ritrovato in un sistema di guerra che è sia una guerra mediatica, e passa attraverso tutti quegli strumenti di cui parlavamo, le emittenti in lingua persiana che nel tempo hanno costruito una visione molto netta, divisa tra buoni e cattivi; e sia di guerra militare, quella combattuta con le armi, che oggi vediamo in modo più diretto. La guerra mediatica ha lavorato per decenni, ha preparato il terreno, ha reso possibile quello che oggi avviene anche sul piano militare. È per questo che parlo di guerra ibrida contro l’Iran”.

    Che effetto sta producendo la pressione esterna sulla società iraniana?

    Fintanto che la pressione esterna riguardava le sanzioni con la collaborazione di media pensati per lavare il cervello agli iraniani, faceva sì che la povertà economica venisse attribuita completamente alla cattiva gestione dell’economia da parte dello Stato iraniano o alla corruzione, piuttosto che al peso delle sanzioni economiche, così da aumentare il malcontento popolare. Se invece guardiamo alla guerra in corso oggi, dice che gli effetti cambiano. Crescono paura e senso di assedio, un clima di paura persistente nella vita di tutti i giorni. Nel frattempo si rafforza la militarizzazione della società, perché in una situazione di guerra il margine d’azione per la diplomazia si riduce e tutto tende a spostarsi sul piano militare.

    Oggi quello dell’Iran può essere considerato un potere soprattutto militare: tutto è nelle mani dei Pasdaran, il corpo dei guardiani della rivoluzione.

    Da dove dovrebbe partire una trasformazione del Paese, a suo avviso?

    In questo momento non si può parlare di una trasformazione, perché tutto è ancora in divenire e il futuro dell’Iran resta molto imprevedibile. Se però immaginiamo, in termini ideali, un cambiamento possibile, questo dovrebbe nascere dall’interno della società, dal basso, e non certo da un intervento militare esterno come quello che vediamo oggi, che causa soprattutto distruzione della società civile.

    Attualmente, in Iran non esiste un’opzione condivisa sul modo in cui superare il sistema attuale. Non c’è nemmeno la possibilità di verificarlo, perché non viene dato spazio a un referendum che permetterebbe di capire quale direzione raccolga più consenso tra la popolazione. È particolarmente grave e significativo che gli stessi iraniani che hanno sostenuto la guerra sperando che da essa originasse la caduta del regime non si sono interrogati su cosa dovrebbe venire dopo l’attuale sistema; e oggi anche per loro non esiste un’alternativa davvero credibile e chiara.

    Questa è la condizione di un popolo intrappolato in un paradosso devastante, costretto ad assistere all’attacco di un oppressore interno odiato, un regime sotto il quale si può morire per ragioni futili e insensate, e al tempo stesso a subire l’aggressione di un nemico esterno altrettanto detestato. Perché è impossibile immaginare un posto sulla Terra dove la popolazione accetterebbe di buon grado un attacco esterno al proprio paese. 

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