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Gaza – Nelle buie sale di interrogatorio e nei corridoi delle prigioni, dove l’aria è soffocante, il tempo non scorre come al solito; corre veloce come un boia all’inseguimento delle sue vittime. All’orizzonte incombe l’ultimo termine che separa i prigionieri palestinesi dalla ghigliottina della legge sulla pena di morte per i palestinesi, varata da Israele il 30 marzo.
Questa scadenza non è solo una procedura legale o un dibattito nei corridoi della politica; è un coltello puntato alla gola del sogno palestinese e una minaccia diretta a trasformare la vita di un intero popolo in un funerale perpetuo. Non stiamo parlando di testi legislativi, ma di un conto alla rovescia verso un massacro legale che altererà per sempre la vita di migliaia di famiglie. Mentre il mondo va avanti, l’ansia divora i cuori delle famiglie palestinesi. Restano solo 90 giorni prima che la decisione di giustiziare i prigionieri palestinesi – sulla carta solo i futuri condannati e non quelli attuali, ndr –entri in vigore, trasformando questa legge in una lama che minaccia la vita dei combattenti per la libertà. Questa decisione non prende di mira semplici numeri; prende di mira l’élite del popolo palestinese che ha resistito all’occupazione: prigionieri che scontano l’ergastolo e giovani che hanno dedicato anni della loro vita dietro le sbarre per la libertà della loro terra. Sono i padri, i figli e i simboli che affrontano il rischio di essere liquidati legalmente in base a leggi razziste che violano palesemente la Terza Convenzione di Ginevra e la Quarta Convenzione di Ginevra.
Cosa dice la legge sulla pena di morte per i palestinesi?
Il provvedimento è stato proposto da deputati appartenenti all’ala più radicale della maggioranza di governo e ha ottenuto il consenso di 62 parlamentari contro 48 contrari. Tra chi ha espresso voto favorevole figura lo stesso premier Benjamin Netanyahu.
“Chiunque causi la morte di un cittadino israeliano con l’intento di mettere fine all’esistenza dello stato d’Israele sarà condannato a morte o all’ergastolo”.
Questo è il testo dell’articolo di legge, come riporta Internazionale. Sempre dalla rivista, leggiamo che per i palestinesi residenti nei territori occupati della Cisgiordania il quadro è ancora più stringente: nei casi in cui i tribunali militari israeliani qualificheranno un omicidio come atto di terrorismo, la pena capitale diventerà la sanzione di default.
L’esecuzione della condanna dovrà avvenire entro novanta giorni dalla sentenza definitiva, con la possibilità di estendere il termine fino a centottanta.
Quando parliamo di prigionieri, parliamo di un esercito di dispersi dietro le sbarre, che oggi conta oltre 9.500 persone, tra cui centinaia di bambini e donne. Coloro che sono nel mirino del decreto di esecuzione sono quelli che l’occupazione descrive come “prigionieri con le mani sporche di sangue”, ma in realtà sono i combattenti della resistenza che hanno difeso le loro case e la loro terra. Sono centinaia, condannati all’ergastolo, che l’occupazione ora cerca di eliminare piuttosto che vedere liberati in scambi. Sono icone della lotta, alcuni dei quali hanno trascorso più di 40 anni in prigionia, solo per trovarsi di fronte a una morte “legalizzata”.
Ancor prima che la ghigliottina raggiunga il loro collo, questi prigionieri vivono una condanna a morte quotidiana attraverso vari mezzi. La sofferenza all’interno delle prigioni non è solo una privazione della libertà; è una distruzione sistematica del corpo e dell’anima, che inizia con l’incuria medica – un’uccisione lenta – dove centinaia di persone soffrono di malattie croniche e cancro mentre viene loro negata la cura di base. Continua attraverso l’isolamento in celle anguste che non vedono mai il sole, e attraverso la tortura sistematica e la privazione di vedere le loro famiglie per lunghi anni.
L’attuazione di questa decisione significa, in tutta la sua semplicità e orrore, che ogni madre palestinese che ha trascorso decenni a cucire la camicia del ricongiungimento e ad aspettare il profumo di suo figlio sulla soglia di casa diventerà, in un solo istante, una madre in lutto che raccoglie i resti dei suoi ricordi da dietro le sbarre della morte. Ogni moglie che è rimasta salda e ha cresciuto i propri figli nella speranza che un giorno il padre avrebbe aperto la porta si sveglierà per scoprire di essere vedova a causa di un decreto politico infido. Quanto ai bambini che sono cresciuti toccando le foto dei loro padri attraverso il vetro blindato di rare visite, saranno condannati all’orfanità eterna prima ancora di cogliere il significato della parola “padre”.
Questa legge trasforma le case palestinesi da culle di speranza e attesa in cimiteri di ricordi silenziosi, dove vestiti, lettere contrabbandate e risate conservate nelle fotografie saranno tutto ciò che resterà degli uomini che il mondo ha deciso di ignorare mentre venivano giustiziati a sangue freddo. La morte non pone fine solo alla vita del prigioniero; semina l’orfanità nel cuore del bambino e il lutto nel cuore della madre, lasciando le case a nutrirsi della speranza di liberazione che si è improvvisamente trasformata in sale aperte di lutto.
Per il lettore che ha a cuore la democrazia e i diritti umani, va sottolineato che questa decisione calpesta tutto ciò che l’umanità ha imparato dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Terza Convenzione di Ginevra protegge i prigionieri di guerra e proibisce la loro esecuzione o il trattamento umiliante. Con questa decisione, Israele si pone al di sopra del diritto internazionale, praticando un terrorismo di Stato organizzato in cui la magistratura viene utilizzata come strumento per uccidere piuttosto che per ottenere giustizia.
La nuova legge sulla pena di morte varata per i palestinesi ha valore retroattivo?
No, ma i palestinesi credono che così sarà comunque.
Come si legge su DW.com, “la legge sulla pena di morte non sarà applicata retroattivamente né ai presunti autori degli attacchi terroristici del 7 ottobre.
Tuttavia, un disegno di legge distinto potrebbe ancora essere sottoposto al voto della Knesset. La cosiddetta “Legge sui tribunali” (“Disegno di legge sul perseguimento dei partecipanti agli eventi del massacro del 7 ottobre”) istituirebbe un tribunale militare speciale incaricato di infliggere la pena capitale alle persone incriminate per aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre”. Cosa che aprirebbe a sua volta il passaggio per applicare retroattivamente la pena di morte a tutti i condannati per atti di terrorismo. Ecco perché tanti palestinesi danno per scontato che sarà utilizzata anche per eliminare i prigionieri politici attualmente condannati.
Il mondo non può rimanere in silenzio di fronte a questa scadenza di 90 giorni; il silenzio in questo caso non è neutralità, ma complicità diretta. Chiediamo a tutti i difensori dei diritti umani di agire immediatamente. Non lasciate che le prigioni si trasformino in mattatoi umani e non permettete che la politica legalizzi l’omicidio a sangue freddo. Alla scadenza di questo termine, o la coscienza umana prevarrà e fermerà questo massacro, oppure ci sveglieremo di fronte a una tragedia di proporzioni enormi. I prigionieri non sono solo numeri, e le case palestinesi non sono solo pietre.
Sono esseri umani che amano, sognano e attendono l’alba. Salvate i prigionieri prima che il sorriso di ogni bambino si trasformi in una lacrima di orfanità, e prima che la patria affoghi in un mare di cimiteri della memoria che non guariranno mai.


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