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Lo scorso 20 gennaio 2026, nel Nord-est della Siria, le forze armate dell’esercito siriano hanno preso il controllo dei campi di al Howl, al Roj e Ain Sinna in cui, sin dalla caduta del Califfato nel marzo 2019, sono detenuti (in totale assenza di processo, quindi illegalmente) le donne e i bambini affiliati all’Isis. Fino ad allora i tre campi dell’Isis erano sotto il controllo – denunciato da organizzazioni umanitarie come crudele e violento – delle Syrian Democratic Forces (SDF), l’ala militare del DAANES (oggi di fatto estinto dopo l’accordo con lo Stato siriano, ndr). Allo stato attuale, questo passaggio di controllo non sembra indicare un’apertura verso una soluzione legale della detenzione di massa e arbitraria dei residenti del campo; ci sono rischi fondati che una buona porzione di loro venga inviata in Iraq, dove l’accusa di terrorismo è punita con la pena di morte, dopo processi-farsa frettolosi, per i quali, in passato, anche bambini associati all’ISIS sono stati torturati e uccisi, secondo quanto riporta Human Rights Watch.
Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, risalenti a novembre 2025, ci sarebbero all’ incirca 30 mila persone nei tre campi, di cui oltre i due terzi sono minori sotto i 12 anni; il resto sono donne, variamente affiliate o schiavizzate dai combattenti dell’Isis. Le condizioni igienico-sanitarie dei campi sono state definite squallide dagli esperti e diffuso è il livello di violenza sistemico, soprattutto di genere, da parte dei membri delle SDF.
All’ incirca 8500 detenuti sono stranieri, di Paesi diversi dalla Siria e dall’Iraq, a cui è proibito lasciare il campo perché percepiti come pericolosi terroristi. Dal 2019 ad oggi, DAANES ha rifiutato di liberare o processare i residenti del campo e dei 62 Paesi da cui provengono come nazionalità solo pochissimi (non europei) si sono adoperati per il loro rientro in patria.
La maggior parte di questi terroristi, così grossolanamente definiti, sono bambini a cui è toccata la sorte beffarda di essere nati sotto il Califfato. Come tali, sono stati testimoni di violenze efferate e in parte è stato insegnato loro a praticarle, divenendo bambini soldato dell’ ISIS.
La stigmatizzazione pericolosa e troppo spesso infondata come terroristi associati all’ISIS ha reso il loro rimpatrio difficile e a tratti impossibile. Molti Paesi europei hanno deciso, strategicamente, di privare queste persone della loro nazionalità di origine, così che il problema del rimpatrio venisse risolto, creando nel contempo una massa di persone apolidi senza diritti, o per dirla meglio, senza il diritto di avere diritti.
La precedente UN Rapporteur on Counter terrorism and Human Rights, Fionnuala Ni Aolain, e operatori di organizzazioni umanitarie come Save the Children, che hanno avuto accesso ai campi, da tempo denunciano, restando inascoltati, che la detenzione di minori nel nord-est della Siria costituisce una cruciale violazione dei diritti del bambino, come contenuti nella Convenzione sui diritti del fanciullo (1989) e nei suoi Protocolli Addizionali. Inoltre, la situazione favorisce quella che si definisce una secondaria forma di vittimizzazione per i minori che, dapprima vittime di rapimenti, violenze, abusi da parte dei militari dell’ISIS, ora sono esposti, in assenza di qualsiasi forma di istruzione e scolarizzazione, agli indottrinamenti perniciosi di alcuni seguaci residenti nei campi.
L’illegittimità della detenzione dei bambini comporta rischi di insicurezza perpetua, negligentemente trascurati dalle analisi e soluzioni miopi sulla “guerra al terrorismo”. Un caso particolarmente grave è quello della giovane Shamima Begum, adolescente britannica che, vittima di tratta in Siria e sposa bambina di un combattente dell’ISIS, nel 2020 è stata resa apolide dal governo britannico.
Shamima Begum: una vittima molteplici volte
Chi scrive ha incontrato Shamima per la prima volta nel 2006, durante un lavoro etnografico condotto fra i partiti islamisti in Gran Bretagna. Ci siamo incontrate a casa sua nella zona est di Londra, dove mi trovavo per intervistare suo cugino, esponente del partito di Al Ghurabaa, messo al bando dall’allora governo britannico come partito terrorista. Era consuetudine per la sottoscritta recarsi a casa degli intervistati, per metterli a proprio agio e per osservare la loro quotidianità. Quello che non mi era mai capitato, prima di allora, era che una bambina di soli 6 anni – tanti ne aveva Shamima allora – volesse partecipare all’intervista, chiedendo spiegazioni precise, al suo giovane cugino e alla sottoscritta, sull’Islamismo e le pratiche di razzismo in Gran Bretagna. Sua madre però intervenne, trascinandola fuori, con il monito che quelle “storie non erano per bambine come lei”. Alla fine dell’intervista, lasciai la loro casa, con un bel ricordo della calorosa accoglienza ricevuta e della curiosità perspicace e, straordinaria per i suoi anni, di Shamima.
Nel 2015, Shamima, 15 anni, Kadira Sultana e Amira Abase, entrambe di 16 anni, sono partite dalla Gran Bretagna alla volta della Turchia; da qui sono state trasportate in Siria e sposate immediatamente a militanti dell’Isis. Kadira e Amira risultano morte in seguito ai combattimenti nel nord della Siria.
All’inizio del 2019, Shamima è stata trovata da un giornalista di The Times nel campo di Al Howl, incinta del terzo figlio, dopo averne perso altri due per le condizioni malsane del campo e la mancanza totale di assistenza sanitaria. Nel febbraio 2019, l’allora ministro degli Interni britannico Sajid Javid ha deciso di privare Shamima della cittadinanza britannica, con la motivazione che la sua eventuale presenza in Gran Bretagna avrebbe costituito una grave minaccia alla sicurezza nazionale. Shamima non è in possesso di nessun altro passaporto e di fatto è stata resa apolide dal suo stesso governo.
A Shamima è stato anche impedito, per decisione della Suprema Corte britannica, di tornare in patria per essere processata e contestare la sua denazionalizzazione. Al momento si trova detenuta nel campo di al Roj, dopo aver perso anche il terzo figlio per una infezione polmonare, convivendo con un passato drammatico fatto di violenze e abusi.
Shamima è stata intervistata varie volte da parte di giornalisti e documentaristi. Quello che è emerso dai suoi racconti è che il suo viaggio in Siria a soli 15 anni non è stato frutto di una decisione personale ma un caso di tratta, da parte dei militari dell’ISIS.
Una vittima non riconosciuta come tale
Da un punto di vista legale, il caso di Shamima è quasi da manuale. Se i militari dell’ ISIS sono riusciti attraverso una ben nota reclutatrice, come è emerso, a trasportare Shamima e le sue amiche in Siria con lo scopo di usarle come spose bambine e per scopi aderenti alla diffusione del Califfato, è palese che sono state vittime di tratta. La differenza fondamentale per i minori vittime di tratta è che non c’è la necessità di provare le modalità attraverso le quali è avvenuto il loro reclutamento, in quanto un minore non potrebbe mai acconsentire ad essere sfruttato, data la sua incapacità legale, quand’anche sembrerebbe aver accondisceso al proprio spostamento o viaggio in Siria, nel caso specifico. Un nodo fondamentale delle leggi internazionali anti-tratta, ratificate anche nel sistema britannico, è che le vittime sono riconosciute innanzi tutto come titolari di diritti, incluso quello ad essere risarcite, per essere state sfruttate e trafficate. Inoltre la Direttiva europea contro la tratta (2005) e le leggi britanniche contro la schiavitù indicano che le vittime di tratta non sono responsabili dei crimini che sono state costrette a compiere.
Questi pochi ed essenziali elementi del quadro giuridico sono cruciali per comprendere come la decisione sventurata di denazionalizzare Shamima afferisca a un abuso di potere politico, suggerendo anche che, sovente, l’applicazione delle leggi anti-terrorismo è alimentata da pratiche di razzismo anti-musulmano per cui la rappresentazione delle vittime di terrorismo e dei loro aggressori è capovolta, in modo da alimentare una narrazione islamofobica della sicurezza nazionale.
L’insicurezza perpetua della “guerra al terrorismo“
Una riflessione molto simile, in merito alle strategie miopi di anti-terrorismo che ledono i diritti fondamentali e minano ugualmente la sicurezza, può essere elaborata anche in relazione ai bambini detenuti illegalmente nei campi nel nord- est della Siria.
Preme precisare che la loro detenzione è totalmente arbitraria sulla base di una loro presunta pericolosità e associazione con i militari dell’ISIS. L’accusa è, di fatto, stata formulata su base collettiva e generica, anziché individuale; in assenza di prove indiziarie precise la loro prigionia è il prodotto di stereotipi perniciosi che privano minori di loro diritti fondamentali e stabiliscono gerarchie di valore, anche in merito all’infanzia.
Questo assetto è in netto contrasto con i principi della Convenzione sui diritti del fanciullo (1989), il trattato internazionale più ratificato al mondo, in cui si specifica agli articoli 39 e 40 che in zone di guerra, come nel nord-est della Siria, gli Stati hanno l’obbligo di promuovere il “riadattamento fisico e psicologico dei minori e il loro reinserimento sociale” in un ambiente tale da “favorire la salute, il rispetto della persona e della dignità” del bambino. Questo obbligo è esplicitato in maniera incontrovertibile anche nelle due principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’UN sui Foreign Fighters (2178 e 2396) in cui si chiede agli stati membri di sviluppare programmi di riabilitazione e reinserimento sociale per i familiari dei Foreign Fighters, soprattutto i bambini.
I bambini del Califfato sono vittime di guerra
Non sarebbe difficile riflettere sul dato primario che nessuno dei bambini detenuti ha deciso di unirsi ai militari dell’ISIS, se non fosse che i minori detenuti nei campi di al Howl, al Roj and Ain Issa sono considerati un mero bottino strategico da parte delle forze di governo del DAANES, in relazione alle proprie aspirazioni politiche, e parimenti il simbolo vuoto di una infinita guerra al Terrorismo intrapresa nelle democrazie militarizzate dei paesi occidentali e parimenti nei regimi autocratici del Medio Oriente. I minori illegalmente detenuti nei campi sono semplicemente nati sotto il Califfato, sono stati portati lì dai loro genitori, sono stati rapiti dai militanti dell’ISIS per essere usati come bambini soldato o sono nati in seguito agli stupri delle donne yazide e poi sono stati abbandonati. Se ne deduce che nella loro totalità, questi bambini sono vittime dei combattenti del Califfato e non loro sostenitori. La determinazione dei bambini del Califfato come vittime di guerra è cruciale in quanto darebbe loro accesso a diritti fondamentali, come quelli di essere rimpatriati e riabilitati. Anche coloro che sono stati usati come bambini soldato devono essere considerati primariamente vittime di violenza anziché loro fautori e, come tali, hanno diritto ad un programma di riabilitazione e reinserimento in società, così come stabilito dal secondo Protocollo Opzionale alla Convenzione e dai “ Principi di Parigi” del 2007.
Nei campi di detenzione, i bambini vivono in condizioni squallide e malsane, oggetto di continue violenze anche sessuali da parte dei membri della SDF. In aggiunta, in mancanza di qualsiasi sistema di scolarizzazione sono a rischio di radicalizzazione da parte di reclutatrici e predicatrici dell’Isis, con cui sono stati fatti prigionieri.
Se i minori non fossero vittime di stigmatizzazioni e stereotipi islamofobici, i loro Stati, inclusi quelli europei, riuscirebbero a realizzare che insieme alle più eclatanti violazioni delle norme internazionali in riferimento ai bambini in zone di guerra, la loro detenzione rappresenta un cruciale problema di sicurezza futura.
La biografia di Abu Bakr al Baghdadi, leader dell’ISIS che diede vita al movimento durante la detenzione a Camp Bucca, e le analisi condotte da chi scrive sulle pratiche di radicalizzazione tra i giovani islamisti in Gran Bretagna, suggeriscono che la violenza e l’insicurezza si muovono in maniera concentrica, all’interno del tessuto sociale e comunitario. Inoltre, si propagano in maniera esponenziale nei territori dell’ingiustizia, dell’abuso e della negazione all’accesso a forme di giustizia riparativa. La totalità di questi elementi è presente nella condizione di detenzione dei minori nei campi nel nord-est della Siria: le scelte miopi e primariamente illegittime degli Stati nazionali di de-nazionalizzare i giovani residenti dei campi o di renderne impossibile il rientro in patria costituiscono un programma di insicurezza perpetua per il futuro.
I precedenti storici e la cecità contemporanea
C’è da riflettere amaramente sul fatto che nell’ottobre del 1945, dopo il collasso del criminale regime nazista, le forze alleate si trovarono ad affrontare il problema gravoso di denazificare il paese, soprattutto in relazione ai giovanissimi che dal 1933 avevano riempito le fila della Hitler Jugend, un esercito di soldati bambino che aveva commesso le atrocità imposte dal regime. Gli Stati Uniti e l’Inghilterra si adoperarono alacremente ad organizzare programmi di riabilitazione per educare i minori “alla democrazia, alla tolleranza e alla pratica della non-violenza nella risoluzione del conflitti”. Ugualmente e più recentemente, nell’Africa Centrale, sono stati istituiti con successo, da parte di agenzie ONU, numerosi programmi di riabilitazione per i bambini soldato.
Il rifiuto da parte degli stati europei, in primis, di rispettare i diritti dei bambini, detenuti illegalmente nei campi nel nord-est della Siria, suggerisce anche che la determinazione, poco accorta, degli obiettivi di sicurezza si accompagna troppo spesso a pratiche islamofobiche, per cui i bambini dell’ ISIS sono considerati irrecuperabili e le loro vite di minor valore rispetto a quelle dei loro coetanei.
In definitiva queste giovani vite, vittime di strategie disfunzionali e distruttive, da quelle del Califfato, passando per quelle di DAANES e il nuovo stato siriano, fino ad arrivare alle mediocrità geopolitiche degli Stati occidentali, avranno imparato che la vita è una successione di violenze e soprusi e che valori come quelli della dignità della vita umana, dei diritti e della democrazia valgono per alcuni, ma non per loro. Paradossalmente, gli Stessi stati occidentali, che se ne fanno promotori nel mondo, sono quelli che li hanno de-nazionalizzati e impedito un loro rientro in patria e una loro riabilitazione; oggi quegli stessi Stati sono anche negligentemente responsabili dell’eventualità che questi bambini detenuti possano essere trasferiti in Iraq, dove l’accusa frettolosa di terrorismo comporta la tortura e l’impiccagione. Cosi facendo, i medesimi Stati democratici hanno riproposto rappresentazioni fortemente razziste della sicurezza e accompagnato lo spettro della violenza verso nuovi orizzonti di terrore.
CREDITI FOTO: © Antonin Burat/Le Pictorium Agency via ZUMA Press via ANSA

