Monday 05/10/2026, 20:34
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La transizione ecologica globale ha eletto l’energia solare a pilastro fondamentale per la decarbonizzazione del pianeta. Tuttavia, dietro l’apparenza di un’economia verde e sostenibile, la filiera del fotovoltaico nasconde profonde contraddizioni etiche, geopolitiche e ambientali che ne minano la reale sostenibilità. Dalle catene di produzione fondate sul lavoro forzato in Cina, allo sfruttamento dei territori occupati in Medio Oriente, l’industria del solare si scontra con una realtà fatta di violazione dei diritti umani e del diritto internazionale.

Il monopolio industriale della Cina e l’ombra del lavoro forzato nello Xinjiang

Il cuore della filiera solare si trova in Cina, che detiene oltre l’80% della produzione globale dei componenti necessari per la realizzazione dei pannelli fotovoltaici. Il protagonista della filiera è il silicio, il secondo elemento chimico più presente sul pianeta dopo l’ossigeno.

Prima di diventare un pannello solare, il silicio richiede una raffinazione ad alto consumo energetico. Viene dapprima trasformato in silicio metallico, classificato come materia prima critica (CRM) perché strategico e difficile da sostituire, e poi lavorato ulteriormente fino a ottenere il polisilicio cristallino, componente base delle celle solari.

Questa catena di trasformazione è quasi interamente sotto il controllo della Cina, che detiene oltre il 95% della produzione mondiale di lingotti e wafer, i passaggi intermedi indispensabili per assemblare le celle e i moduli fotovoltaici finiti. 

Secondo uno studio condotto dall’Università di Sheffield nel 2024, però, il 45% del polisilicio mondiale viene prodotto nello Xinjiang. Questa regione del nord-ovest della Cina, nota anche per la produzione intensiva di cotone, viscosa, pomodori e uva, vede gran parte della manifatturiera e agricola direttamente collegata a documentate denunce di lavoro forzato ai danni degli Uiguri, una minoranza musulmana che abita nella regione autonoma dello Xinjiang.

Sotto la copertura di programmi statali di “rieducazione” e “trasferimento della forza lavoro”, migliaia di persone vengono impiegate all’interno di impianti industriali. Tale sfruttamento sistematico ha garantito costi di produzione estremamente bassi, consentendo a Pechino di conquistare il mercato globale con moduli fotovoltaici a basso costo e di spingere l’Europa e l’Occidente verso una dipendenza energetica e industriale.

Le violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione uigura sono state ampiamente documentate dalle United Nations e conseguentemente sanzionate a livello internazionale. Negli Stati Uniti, l’Uyghur Forced Labor Prevention Act(UFLPA) del 2021 vieta l’importazione di beni provenienti dallo Xinjiang, presunti prodotti del lavoro forzato. Parallelamente, nel marzo 2021, l’Unione Europea ha adottato misure restrittive nell’ambito del proprio Regime globale di sanzioni in materia di diritti umani, imponendo il congelamento dei beni e il divieto di ingresso nell’UE per individui ed entità cinesi responsabili della detenzione arbitraria su ampia scala degli uiguri nello Xinjiang.

Di fronte alle sanzioni internazionali, Pechino ha progressivamente cercato di delocalizzare o frammentare la manodopera in altre zone, come le regioni autonome di Ningxia e Mongolia interna, per eludere le verifiche di tracciabilità, pur mantenendo salda la sua posizione di monopolio.

L’innovazione tecnologica di Israele tra territori occupati

Se la Cina detiene il monopolio della produzione di massa, Israele si è affermato come leader globale e pioniere tecnologico del solare, sviluppando software di gestione energetica avanzati e soluzioni d’avanguardia. 

Un’asse che si è rafforzato a partire dal marzo 2017, quando Israele e Cina hanno unito le forze con l’Innovative Comprehensive Partnership, un accordo strategico volto a favorire la condivisione di risorse, competenze e progressi in campo scientifico e tecnologico.

Con un territorio ridotto e un’elevata densità abitativa, Israele ha dovuto spingere sull’innovazione tecnologica per centrare il proprio obiettivo nazionale, che attualmente è quello di produrre il 30% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030. Per farlo, ha puntato sulla combinazione tra agricoltura ed energia solare, l’agrivoltaico, e sullo sfruttamento del deserto.

Tra le innovazioni principali spiccano i pannelli semitrasparenti destinati all’agrivoltaico, ideati per che lasciano passare la luce necessaria alla crescita delle piante, affiancati dai moduli bifacciali, pensati per assorbire sia la luce solare diretta sia quella riflessa dalle superfici sabbiose del deserto.

Come evidenziato dai rapporti del centro di ricerca Who profits, una quota rilevante degli impianti fotovoltaici ed eolici gestiti da aziende israeliane si colloca nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania e nel Golan siriano. Si tratta di infrastrutture spesso edificate su terreni confiscati che erogano energia quasi esclusivamente alle colonie israeliane, escludendo le comunità palestinesi locali a cui vengono negati i permessi di connessione e gli incentivi alla produzione elettrica.

Lo sfruttamento commerciale delle risorse naturali di un territorio occupato a vantaggio esclusivo della popolazione della potenza occupante costituisce una violazione diretta dell’Articolo 55 della Quarta Convenzione di Ginevra.

Il paradosso si amplifica mettendo a confronto questa riflessa immagine green di Israele con il bilancio ecologico delle sue operazioni belliche. Uno studio della Queen Mary University of London ha stimato che la guerra a Gaza ha generato circa 33 milioni di tonnellate di Co2 equivalente. Tra emissioni dei bombardamenti e distruzione sistematica del territorio, nonché l’ecocidio, l’impatto ambientale delle operazioni militari mette in dubbio i benefici climatici derivanti dai suoi avanzati impianti fotovoltaici.

La posizione dell’Occidente

L’approccio dell’Occidente alla transizione energetica è radicalmente mutato negli ultimi anni, passando da una logica di libero mercato a una strategia di riduzione del rischio. 

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno quindi inaugurato una serie di politiche industriali e commerciali aggressive per rilocalizzare la produzione e imporre standard etico-ambientali stringenti. Da un lato per non ripetere l’errore della dipendenza energetica, come precedentemente accaduto con il gas russo, dall’altro per combattere l’imporsi del mercato cinese nella guerra impugnata in particolar modo dagli Stati Uniti.

La strategia degli Stati Uniti si muove su due binari paralleli. Da un lato, Washington continua a fare leva sull’UFLPA, bloccando regolarmente ai porti le spedizioni di pannelli solari le cui aziende produttrici non riescano a dimostrare l’assoluta estraneità della propria filiera allo Xinjiang. Dall’altro, per colmare il vuoto di mercato e reindustrializzare il Paese, l’amministrazione ha affiancato ai divieti la spinta propulsiva dell’Inflation Reduction Act (IRA). Questa legge stanzia circa 370 miliardi di dollari per l’energia e il clima, garantendo forti crediti d’imposta a chi produce o installa componenti solari made in USA. L’obiettivo dichiarato è ricostruire una catena del valore interna e ridurre la dipendenza dai fornitori asiatici.

L’Unione Europea ha scelto una strada basata sulla regolamentazione del mercato interno e della spesa pubblica, attraverso il Net-Zero Industry Act (NZIA). Il regolamento introduce criteri obbligatori non legati esclusivamente al prezzo economico nelle aste pubbliche e nei bandi per le rinnovabili. 

Il 31 agosto ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale le linee guida della Commissione Europea sull’Articolo 25 del NZIA, imponendo criteri vincolanti di sostenibilità e resilienza negli appalti pubblici per il fotovoltaico. L’obiettivo principale è utilizzare la spesa pubblica per stimolare la produzione in Europa ed evitare che l’UE sia troppo dipendente da singoli Paesi terzi, come la Cina appunto, per la transizione ecologica. Ad esempio, gli enti pubblici non possono più assegnare le forniture green valutando unicamente sui vantaggi del costo.

Emerge tuttavia un palese doppio standard: mentre contro la Cina scattano severi, non emergono restrizioni nei confronti delle aziende operative nei territori occupati da Israele, lasciando loro libero accesso ai mercati europei.

Il caso italiano

Le contraddizioni del settore fotovoltaico globale si riflettono anche sul territorio italiano. La quasi totalità dei componenti installati in Italia proviene dai colossi della manifattura cinese, come JinkoSolar, Trina Solar e Longi Green Energy, la cui filiera produttiva è collegata al lavoro forzato nello Xinjiang, come riportato in uno studio della Sheffield Hallam University.

La fase di sviluppo e gestione dei grandi progetti vede invece la presenza crescente di aziende israeliane. Un caso recente è quello della Toscana, a Ribolla, dove è stato presentato un progetto per l’installazione di 36 mila pannelli agro-fotovoltaici guidato dalla multinazionale israeliana Shikun & Binui, sollevando un acceso dibattito sulle implicazioni etiche e geopolitiche. Un’altra società particolarmente attiva sul nostro territorio è la Enlight Renewable Energy, che opera con impianti fotovoltaici ed eolici prevalentemente nel Sud Italia. 

Entrambi i gruppi riflettono lo stesso paradosso: mentre si espandono sul mercato europeo presentandosi come partner della rivoluzione verde, continuano a gestire infrastrutture energetiche nei territori occupati della Cisgiordania e del Golan e a mantenere legami con l’apparato militare, come nel caso di Enlight, che collabora con le Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Il caso italiano dimostra come non si tratti di dinamiche esterne alla quotidianità, ma elementi strutturali che impattano direttamente anche sulle politiche della transizione verde locale.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita inserendo il link e citando la fonte all’inizio della notizia.

Photo credits: Wikimedia Commons

Author

  • Simona Losito a mezzo busto su sfondo blu
    Giornalista specializzata in geopolitica, diritti umani, migrazioni e crisi ambientale, con particolare attenzione alle conseguenze sociali dei conflitti e alle storie che attraversano i territori. Collabora con diverse testate italiane e realizza articoli, reportage e contenuti video.

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