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Questo lungo saggio che pubblichiamo in due parti, scritto da George Orwell nel 1945 per la rivista britannica Polemic, rappresenta secondo alcuni la premessa teorica al capolavoro narrativo dell’autore, il romanzo 1984. Scritto durante le fasi finali della Seconda guerra mondiale, costituisce un documento di enorme importanza per comprendere anche alcuni pantani del dibattito in cui ci dimeniamo ancora oggi, mentre il nazionalismo, inteso esattamente come Orwell lo intendeva, rifiorisce e va all’offensiva con moltiplicata ferocia. Ancora una volta nella splendida e accurata traduzione di Anna Martini, abbiamo la possibilità di attingere al pensiero acuto di uno dei grandi autori del Novecento per cogliere contraddizioni e nervi tesi che ci tengono bloccati tuttora.
Da qualche parte Byron usa il francese longueur e osserva di sfuggita che, sebbene a quanto pare in Inghilterra ci manchi la parola, la cosa l’abbiamo in abbondanza. Parimenti, esiste un abito mentale ormai così diffuso da influenzare il nostro modo di pensare su quasi ogni argomento, ma che è ancora privo di un nome. La parola che più si avvicina a corrispondergli mi pare sia “nazionalismo”, ma si vedrà tra poco che non la uso nel senso più comune, se non altro perché l’emozione a cui mi riferisco non è sempre legata a ciò che chiamiamo nazione, vale a dire una razza o un’area geografica omogenee. Può legarsi a una chiesa o a una classe, oppure può funzionare in senso puramente negativo, contro qualcosa o qualcuno, senza bisogno di un concreto oggetto di lealtà.
Per “nazionalismo” intendo anzitutto l’abitudine di presumere che gli esseri umani si possano classificare come gli insetti e che interi insiemi di milioni o decine di milioni di persone si possano serenamente etichettare come “buoni” o “cattivi”. [1] Ma in secondo luogo – e questo è molto più importante – intendo l’abitudine di identificarsi con una singola nazione o altra entità, ponendola al di là del bene e del male e non riconoscendo altri doveri se non quello di promuovere i suoi interessi. Il nazionalismo non va confuso con il patriottismo. Sono due parole normalmente usate in maniera tanto vaga che qualsiasi definizione è soggetta a contestazioni, ma bisogna tracciare una distinzione tra le due, poiché rimandano a idee diverse e addirittura opposte. Per “patriottismo” intendo la devozione a un certo luogo e a un certo stile di vita, che si credono essere i migliori al mondo, ma che non si desidera imporre ad altre persone. Il patriottismo è per sua natura difensivo, sia militarmente sia culturalmente. Il nazionalismo, d’altro canto, è inseparabile dalla brama di power. L’obiettivo costante di ogni nazionalista è procurarsi più potere e più prestigio, No per sé stesso, ma per la nazione o l’entità in cui ha deciso di seppellire la propria individualità.
Fintanto che si applica solo ai movimenti nazionalisti più famigerati e identificabili in Germania, Giappone e altri paesi, tutto questo è evidente. Di fronte a un fenomeno come il Nazism, che possiamo osservare dall’esterno, quasi tutti diremmo più o meno le stesse cose. Ma qui devo ripetermi: dico “nazionalismo” solo in mancanza di una parola migliore. Il nazionalismo, nel senso esteso in cui lo intendo, comprende movimenti e tendenze come il comunismo, il cattolicesimo politico, il sionismo, l’antisemitismo, il trotskismo e il pacifismo. Non significa necessariamente fedeltà a un governo o a un paese, ancor meno al proprio paese, e non è neppure indispensabile che le entità di cui si occupa esistano davvero. Per citare alcuni esempi evidenti, l’ebraismo, l’islamismo, la cristianità, il proletariato e la razza bianca sono tutti oggetti di appassionati sentimenti nazionalistici: ma la loro esistenza si può seriamente mettere in discussione, e per nessuna di queste entità esiste una definizione universalmente accettabile.
Vale la pena, inoltre, di ribadire che il sentimento nazionalista può essere puramente negativo. Ci sono, per esempio, trotskisti che sono diventati semplicemente nemici dell’URSS, senza manifestare una consimile fedeltà ad altre entità. Una volta comprese le conseguenze di questo, diventerà assai più chiara la natura di ciò che intendo per nazionalismo. Nazionalista è uno che ragiona esclusivamente, o principalmente, in termini di prestigio competitivo. Può essere un nazionalista positivo o negativo, cioè può usare la sua energia mentale per esaltare o per denigrare, ma in ogni caso i suoi pensieri ruotano sempre attorno a vittorie, sconfitte, trionfi e umiliazioni. Vede la storia, specie quella contemporanea, come un infinito moto di ascesa e declino di grandi entità di potere, e ogni avvenimento gli pare una dimostrazione che la sua parte si evolve per il meglio mentre un qualche odiato avversario è in ribasso. Ma infine è importante non confondere il nazionalismo con il puro e semplice culto della vittoria. Il nazionalista non segue il principio di schierarsi semplicemente con la parte più forte. Al contrario, dopo aver scelto la propria parte, si convince che quella sia davvero la più forte, e sa perseverare nella propria fede anche quando i fatti gli danno platealmente torto. Il nazionalismo è fame di potere temperata dall’autoinganno. Ogni nazionalista è capace della più palese disonestà, ma è anche – essendo consapevole di servire qualcosa più grande di sé stesso – incrollabilmente certo di essere nel giusto.
Sulla base di questa mia prolissa definizione, penso si possa ammettere che l’abito mentale di cui parlo è assai diffuso tra l’intellighenzia inglese, più che tra le masse popolari. Per quanti hanno a cuore la politica contemporanea, certi argomenti sono oramai tanto contaminati da considerazioni di prestigio che un approccio francamente razionale è quasi impossibile. Tra le centinaia di esempi possibili, prendiamo questa domanda: Dei tre grandi alleati, URSS, Gran Bretagna e Stati Uniti, quale ha contribuito maggiormente alla sconfitta della Germania? In teoria dovrebbe essere possibile dare una risposta ragionata e forse anche incontestabile. In pratica, tuttavia, non si possono fare i necessari calcoli, poiché chiunque volesse spremersi le meningi su una domanda come questa, la vedrebbe inevitabilmente in termini di prestigio competitivo. Per cominciare, quindi, a seconda dei casi deciderebbe a favore di Russia, Gran Bretagna o America, e solo dopo si metterebbe alla ricerca di argomenti che sembrino sostenere la sua tesi. E c’è tutta una sfilza di domande simili, alle quali si può ottenere una risposta sincera solo da parte di chi sia del tutto indifferente all’argomento, e che in ogni caso, probabilmente, ne avrà un’opinione irrilevante. Da qui deriva, in parte, l’eccezionale fallimento delle previsioni politiche e militari in quest’epoca. È curioso riflettere sul fatto che tra tutti gli “esperti” di tutte le schools non ce ne sia stato uno in grado di prevedere un evento tanto probabile come il patto russo-tedesco del 1939. [2] E quando la notizia è stata divulgata, se ne sono date spiegazioni del tutto inconciliabili tra loro e si sono fatte previsioni quasi subito smentite, poiché basate quasi sempre non su uno studio delle probabilità, ma su un desiderio di far apparire l’URSS buona o cattiva, forte o debole. I commentatori politici o militari, come gli astrologi, possono sopravvivere a quasi tutti gli errori, perché i loro più devoti seguaci non si aspettano da loro una valutazione dei fatti, ma uno stimolo alla propria lealtà nazionalistica. [3] E i giudizi estetici, specie quelli letterari, sono spesso corrotti tanto quanto quelli politici. Sarebbe difficile per un nazionalista indiano leggere con piacere Kipling, o per un conservatore riconoscere i meriti di Majakovskij, e sempre si è tentati di affermare che qualsiasi libro di cui non si condivida l’orientamento debba essere un brutto libro dal punto di vista letterario. È un gioco di prestigio che chi ha una visione fortemente nazionalistica spesso compie senza rendersi conto della propria disonestà.
In Inghilterra, limitandoci a considerare il numero di persone coinvolte, è probabile che la forma dominante di nazionalismo sia l’antiquato sciovinismo britannico. Di certo è ancora ampiamente diffuso, molto più di quanto la maggior parte degli osservatori avrebbe creduto una dozzina di anni fa. Tuttavia, in questo saggio mi occupo principalmente delle reazioni dell’intellighenzia, tra le cui fila lo sciovinismo e persino il patriottismo di vecchio stampo sono quasi estinti, anche se ora sembrano in ripresa all’interno di una minoranza. Non occorre specificare che nell’intellighenzia la forma dominante di nazionalismo è il comunismo, intendendo la parola in senso molto ampio, a comprendere non solo i membri del partito comunista ma anche i “compagni di viaggio” e i russofili in generale. Un comunista, ai fini del mio discorso, è uno che guarda all’Soviet Union come alla sua madrepatria e si sente in dovere di giustificare la politica russa e promuovere gli interessi russi a tutti i costi. Ovviamente oggi in Inghilterra queste persone abbondano, ed esercitano una grandissima influenza, diretta e indiretta. Ma fioriscono anche molte altre forme di nazionalismo, e notando i punti di somiglianza tra correnti di pensiero diverse, o anche apparentemente opposte, si può meglio porre la questione nella giusta prospettiva.
Dieci o vent’anni fa, la forma di nazionalismo più affine al comunismo odierno era il cattolicesimo politico. Il suo esponente più illustre – benché sia forse stato un caso più estremo che tipico – era G. K. Chesterton. Chesterton era uno scrittore di notevole talento che scelse di soffocare tanto la sua sensibilità quanto la sua onestà intellettuale in nome della propaganda cattolica romana. Più o meno negli ultimi vent’anni della sua vita, tutta la sua produzione è stata in effetti un’infinita ripetizione dello stesso concetto, che sotto l’elaborazione ingegnosa resta semplice e banale come “Grande è la Diana degli Efesini”. Ogni libro che scriveva, ogni paragrafo, ogni frase, ogni episodio di ogni racconto, ogni frammento di dialogo, doveva inequivocabilmente dimostrare la superiorità dei cattolici sui protestanti o sui pagani. Ma Chesterton non si accontentava di pensare a questa superiorità come a un fatto puramente intellettuale o spirituale: andava tradotta in termini di prestigio nazionale e potere militare, il che comportava un’idealizzazione grossolana dei paesi latini, specialmente della Francia. Chesterton non aveva vissuto a lungo in Francia, e l’immagine che se n’era formato – terra di contadini cattolici che cantavano senza posa la Marsigliese davanti a bicchieri di vino rosso – aveva con la realtà lo stesso rapporto che ha Chu Chin Chow [Film muto del 1923, diretto da Herbert Wilcox, di genere fantastico/avventuroso; racconta alcune avventure di Alì Babà. (NdT)] con la vita quotidiana a Baghdad. E a questo si aggiungeva non solo un’enorme sopravvalutazione della potenza militare francese (sia prima sia dopo il 1914-18 egli sosteneva che la Francia, da sola, fosse più forte della Germania), ma anche una sciocca e volgare glorificazione della guerra concretamente intesa. Le poesie di guerra di Chesterton, come Lepanto o The ballata di Santa Barbara, fanno sembrare La carica dei Seicento un trattatello pacifista: sono forse i brani più pacchiani e ampollosi mai scritti nella nostra lingua. La cosa interessante è che se il ciarpame romantico che d’abitudine scriveva sulla Francia e sull’esercito francese fosse stato scritto da qualcun altro sulla Gran Bretagna e sull’esercito britannico, lui sarebbe stato il primo a deriderlo. In politica interna era un Little Englander [Movimento antimperialista, a favore della completa indipendenza delle colonie britanniche esistenti. (NdT)] , un vero nemico dello sciovinismo e dell’imperialismo e, a suo modo di vedere, un vero amico della democrazia. Eppure, quando allargava lo sguardo al panorama internazionale, poteva abbandonare i suoi principi senza neppure rendersene conto. Così, la sua fede quasi mistica nelle virtù della democrazia non gli impediva di ammirare Mussolini. Mussolini aveva distrutto il governo rappresentativo e la libertà di stampa per cui Chesterton aveva così strenuamente lottato in patria, ma Mussolini era un italiano e aveva reso forte l’Italy, e questo chiudeva la questione. Chesterton non ha mai trovato nemmeno una parola da dire sull’imperialismo e sulla conquista delle razze di colore, quando erano gli italiani o i francesi a praticarli. La sua presa sulla realtà, il suo gusto letterario e, in certa misura, anche il suo senso morale, si scardinavano non appena entrava in gioco la sua fedeltà nazionalistica.
Ovviamente ci sono somiglianze notevoli tra il cattolicesimo politico, esemplificato da Chesterton, e il comunismo. E ce ne sono tra questi e, per esempio, il nazionalismo scozzese, il sionismo, l’antisemitismo o il trotskismo. Sarebbe semplicistico sostenere che tutte le forme di nazionalismo sono uguali, fin nell’atmosfera mentale, ma esistono regole che valgono in tutti i casi. Ecco un elenco delle caratteristiche principali del pensiero nazionalista:
Ossessione. Per quanto possibile, nessun nazionalista pensa, parla o scrive mai di nient’altro se non della superiorità della propria entità di potere. È difficile, se non impossibile, per qualsiasi nazionalista nascondere la devozione alla causa. Il minimo affronto alla sua parte, o un implicito elogio rivolto a un’organizzazione rivale, gli procurano un disagio che può lenire solo con una risposta tagliente. Se l’entità prescelta è un paese reale, come l’Irlanda o l’India, in genere ne canterà le lodi non soltanto per la sua superiorità militare e politica, ma anche negli ambiti di arte, letteratura, sport, struttura linguistica, bellezza fisica degli abitanti e magari anche clima, paesaggi e cucina. Si mostrerà sensibilissimo riguardo a questioni quali la corretta esposizione delle bandiere, le dimensioni relative dei titoli di giornale e l’ordine in cui sono elencati i vari paesi. [4] La nomenclatura gioca un ruolo importantissimo nel pensiero nazionalista. I paesi che hanno conquistato l’indipendenza o sono passati per una rivoluzione nazionalista, di solito cambiano nome, ed è probabile che qualsiasi paese o altra entità che catalizzi sentimenti forti abbia diversi nomi, ciascuno con i suoi sottintesi. Le due fazioni della guerra civile spagnola avevano complessivamente nove o dieci nomi che esprimevano diversi gradi di amore e odio. Alcuni di questi nomi (per esempio “Patrioti” per i sostenitori di Franco o “Lealisti” per i sostenitori del governo) si basavano apertamente su una petizione di principio, e non ce n’era uno su cui le due fazioni avversarie concordassero. Tutti i nazionalisti considerano un dovere diffondere la propria lingua a scapito delle lingue avversarie, e tra gli anglofoni questa lotta riappare in forma più sottile come guerra tra i dialetti. Gli americani anglofobi rifiuteranno di usare una frase gergale sapendo che è di origine britannica, e il conflitto tra latinizzatori e germanizzatori cela spesso motivazioni nazionalistiche. I nazionalisti scozzesi insistono sulla superiorità della lingua delle Lowlands, e i socialisti, il cui nazionalismo assume la forma di odio di classe, detestano la pronuncia standard della BBC e persino la A larga. Gli esempi sarebbero tanti. Spesso il pensiero nazionalista appare soffuso di fede nella magia simpatica, una credenza che probabilmente si manifesta nella diffusa abitudine di bruciare in effigie i nemici politici o di usare le loro fotografie come bersagli nei poligoni di tiro.
Instabilità. L’intensità della fede nazionalistica non impedisce che questa sia trasferibile. Per cominciare, come ho già rimarcato, essa si può rivolgere – e accade spesso – a un qualche paese straniero. Non è insolito che grandi leader nazionali, o fondatori di movimenti nazionalistici, non siano neppure originari del paese che hanno esaltato. A volte sono stranieri a tutti gli effetti, o più spesso vengono da zone periferiche dove la nazionalità è incerta. Tra questi Stalin, Hitler, Napoleone, de Valera, Disraeli, Poincaré, Beaverbrook. Un inglese, Houston Chamberlain, ha contribuito alla creazione del movimento pangermanista. Negli ultimi cinquanta o cent’anni, il nazionalismo traslato è stato un fenomeno comune tra i letterati. Per Lafcadio Hearn la traslazione è avvenuta verso il Giappone, per Carlyle e molti altri suoi contemporanei verso la Germania, e oggigiorno è d’uso rivolgersi alla Russia. Ma il fatto singolare è che anche la ri-traslazione è possibile. Un paese o un’entità venerata per anni può all’improvviso diventare detestabile, ed essere sostituita da un nuovo oggetto d’amore quasi senza soluzione di continuità. Nella prima versione della Breve storia del mondo di H. G. Wells, e in altri suoi scritti di quel periodo, si trovano elogi degli Stati Uniti esagerati quasi quanto quelli dedicati alla Russia dai comunisti di oggi: eppure, nel volgere di pochi anni, quell’ammirazione acritica si è tramutata in ostilità. Il comunista fanatico che in qualche settimana, o solo in giorni, si trasforma in un altrettanto fanatico trotskista, è un fenomeno comune. Nell’Europa continentale i movimenti fascisti hanno attinto in larga misura alle file dei comunisti, e nei prossimi anni potrebbe benissimo verificarsi l’opposto. A restare costante, nel nazionalista, è l’assetto mentale: l’oggetto dei suoi sentimenti è invece mutevole e può anche essere immaginario.
Ma per un intellettuale, la traslazione ha una funzione importante, cui ho già accennato in relazione a Chesterton. Gli permette di essere molto più nazionalista – più volgare, più sciocco, più maligno, più disonesto – di quanto potrebbe mai essere per il suo paese natale o qualsiasi entità di cui abbia una conoscenza autentica. Quando si leggono le fesserie servili o tronfie su Stalin, l’Armata Rossa, ecc. scritte da persone discretamente intelligenti e sensibili, si comprende che questo è possibile solo perché è avvenuto un qualche tipo di traslazione. In società come la nostra, è insolito che chiunque possa definirsi un intellettuale si senta tanto profondamente attaccato al proprio paese. L’opinione pubblica – o meglio, quella parte di opinione pubblica di cui lui, in quanto intellettuale, è consapevole – non glielo permetterebbe. È circondato perlopiù da persone scettiche e disilluse, e succede che adotti quello stesso atteggiamento, per imitazione o per pura vigliaccheria: in tal caso rinuncerà alla forma di nazionalismo più a portata di mano, senza però avanzare neanche di un passo verso una visione autenticamente internazionalista. Sente comunque il bisogno di una patria, ed è naturale cercarla all’estero. Quando l’avrà trovata, potrà sfrenatamente abbandonarsi proprio a quelle emozioni da cui credeva di essersi emancipato. Dio, il re, l’impero, la Union Jack: tutti gli idoli abbattuti possono riapparire con nomi diversi e, dal momento che non vengono riconosciuti per quel che sono, si possono venerare in buona coscienza. Il nazionalismo traslato, come i capri espiatori, è un modo per pervenire alla salvezza senza modificare la propria condotta.
Indifferenza alla realtà. Tutti i nazionalisti hanno il potere di non vedere le somiglianze tra fatti simili. Un conservatore britannico difenderà l’autodeterminazione in Europa e vi si opporrà in India senza per questo sentirsi incoerente. Le azioni si ritengono buone o cattive non in base ai loro meriti, ma a seconda di chi le compie, e quasi non esiste crudeltà – tortura, uso di ostaggi, lavori forzati, deportazioni di massa, incarcerazione senza processo, falsificazione, assassinio, bombardamento di civili – che non cambi colore morale quando è la “nostra” parte a commetterla. Il progressista News Chronicle ha pubblicato, quale esempio di sconvolgente barbarie, le fotografie dei russi impiccati dai tedeschi; poi, un paio d’anni dopo, con calorosa approvazione ha pubblicato immagini pressoché identiche dei tedeschi impiccati dai russi. [5] Lo stesso vale per gli avvenimenti storici. La storia è pensata in gran parte in termini nazionalistici, e cose come l’Inquisizione, le torture della Star Chamber, le prodezze dei bucanieri inglesi (Sir Francis Drake, per esempio, che aveva l’abitudine di gettare in mare vivi i prigionieri spagnoli), il regime del Terrore, gli eroi dell’Ammutinamento [La rivolta indiana del 1857–58 contro il dominio britannico, nota anche come Ammutinamento indiano o Rivolta dei Sepoy. (NdT)] che facevano saltare in aria centinaia di indiani legandoli ai cannoni, o i soldati di Cromwell che sfregiavano le women irlandesi con i rasoi, diventano moralmente neutri o addirittura meritorie quando si ritengono compiute per la “giusta” causa. Se si volge lo sguardo all’ultimo quarto di secolo, si scopre che non c’è stato un solo anno senza cronache di atrocità da qualche parte del mondo: ma l’intellighenzia inglese nel suo complesso, in nessun caso – in Spain, Russia, Cina, Ungheria, Messico, Amritsar, Smirne – ha creduto a tali atrocità o le ha disapprovate. Se azioni simili fossero riprovevoli, o addirittura se fossero realmente avvenute, si è sempre deciso in base alle preferenze politiche.
Il nazionalista non solo non disapprova le atrocità commesse dalla propria parte, ma ha anche l’eccezionale capacità di non averne neppure notizia. Per ben sei anni gli ammiratori inglesi di Hitler sono riusciti a non venire a sapere dell’esistenza di Dachau e Buchenwald. E quanti condannano con maggior fervore i campi di concentramento tedeschi spesso ignorano del tutto, o sono solo vagamente consapevoli, che esistono campi di concentramento anche in Russia. Avvenimenti enormi come la carestia in Ucraina del 1933, con la morte di milioni di persone, sono in effetti sfuggiti all’attenzione di gran parte dei russofili inglesi. Molti inglesi non hanno avuto quasi nessuna notizia dello sterminio degli ebrei tedeschi e polacchi durante quest’ultima guerra. Il loro stesso antisemitismo ha reso le loro coscienze impermeabili a questo crimine immenso. Nel pensiero nazionalista ci sono fatti che sono al contempo veri e falsi, noti e ignoti. Un fatto noto può essere tanto insopportabile che abitualmente lo si mette da parte e non lo si lascia entrare nei processi logici; d’altro canto potrebbe entrare in ogni valutazione senza però essere mai ammesso come fatto, nemmeno dalla propria mente.
Ogni nazionalista è ossessionato dalla convinzione che il passato possa essere alterato. Trascorre parte del suo tempo in un mondo fantastico in cui le cose accadono come dovrebbero – per esempio: l’Armada spagnola ha vinto o la Rivoluzione russa è stata schiacciata nel 1918 – e ogni volta che può, trapianta frammenti di questo mondo nei libri di storia. Gran parte degli scritti propagandistici sono pura e semplice contraffazione. I fatti materiali vengono cancellati, le date alterate, le citazioni rimosse dal contesto e manipolate così da cambiarne il significato. Gli eventi che si ritiene non avrebbero dovuto accadere vengono taciuti e, in definitiva, negati. [6] Nel 1927 Chiang Kai-Shek fece bollire vivi centinaia di comunisti, eppure nel giro di dieci anni era diventato uno degli eroi della sinistra. Il riassetto della politica mondiale lo aveva portato nel campo antifascista, dunque si è deciso che la bollitura dei comunisti «non contasse», o che forse non fosse avvenuta. Lo scopo principale della propaganda è, ovviamente, influenzare l’opinione dei contemporanei, ma chi riscrive la storia probabilmente crede, almeno in parte, di stare effettivamente introducendo a forza fatti nel passato. Se pensiamo alle elaborate falsificazioni compiute per dimostrare che Trotsky non ebbe una parte rilevante nella guerra civile russa, è difficile convincersi che i responsabili stiano semplicemente mentendo. Più probabilmente, credono che la loro versione descriva davvero ciò che è accaduto al cospetto di Dio e che sia giustificabile rielaborare i fatti storici di conseguenza.
L’indifferenza alla verità oggettiva si favorisce isolando una parte del mondo dall’altra, cosa che rende sempre più complicato scoprire cosa stia accadendo in realtà. Spesso si può sinceramente dubitare anche dei fatti più enormi. Per esempio, è impossibile calcolare tra milioni, forse anche decine di milioni, il numero di morti causate dalla guerra presente. Le calamità di cui ci arriva notizia costantemente – battaglie, massacri, carestie, rivoluzioni – tendono a destare nella gente comune un senso di irrealtà. Non si ha modo di verificare i fatti, non si è nemmeno del tutto certi che siano accaduti, e sempre ci si trova di fronte a interpretazioni totalmente diverse, da fonti diverse. Dove stavano le ragioni e i torti nella rivolta di Varsavia dell’agosto 1944? È vera la storia dei forni a gas tedeschi in Polonia? Di chi è stata la colpa della carestia in Bengala? Forse la verità si può scoprire, ma l’esposizione dei fatti su quasi tutti i giornali è così scorretta che si può perdonare il lettore comune, se beve le loro fandonie o non riesce a formarsi un’opinione. La generale incertezza su ciò che davvero accade, porta facilmente ad aggrapparsi a credenze folli. Poiché nulla è mai del tutto dimostrato o smentito, si può sfacciatamente negare anche il fatto più inequivocabile. Inoltre il nazionalista, benché mediti senza posa su potere, vittoria, sconfitta e vendetta, spesso s’interessa poco a ciò che accade nel mondo reale. Ciò che desidera è la sensazione che la sua parte stia avendo la meglio su un’altra, ed è più facile provarla sbaragliando un avversario piuttosto che esaminando i fatti per capire se gli danno ragione. Tutta la polemica nazionalista è ferma a un livello da circolo di dibattito. È sempre del tutto sterile, poiché ciascuno immancabilmente crede di esserne uscito vincitore. Certi nazionalisti sono poco meno che schizofrenici: vivono felici tra sogni di potere e conquista privi di qualunque legame con il mondo fisico.
Ho esaminato come meglio potevo gli abiti mentali comuni a tutte le forme di nazionalismo. Ora veniamo a classificare queste forme, ma è chiaro che non si può fare in modo esauriente. Il nazionalismo è una materia sconfinata. Il mondo è tormentato da illusioni e odii innumerevoli, che si intrecciano in modi assai complessi, e alcuni tra i più sinistri non hanno ancora invaso la coscienza europea. In queste pagine mi occupo del nazionalismo come si manifesta tra l’intellighenzia inglese. Tra loro, molto più che tra gli inglesi comuni, esso non si mescola con il patriottismo, quindi lo si può studiare allo stato puro. Nelle prossime righe elencherò le varietà di nazionalismo che oggi godono di maggior seguito presso gli intellettuali inglesi, commentate come sembra opportuno. Per praticità useremo le tre definizioni: positivo, traslato e negativo, ma ci sono varietà che rientrano in più di una categoria. (continua)
Note dell’autore
[1] Osservazioni palesemente assurde come “la Germania è naturalmente infida” si trovano aprendo qualsiasi giornale, e quasi tutti si lanciano in incaute generalizzazioni sul carattere nazionale (“gli spagnoli sono aristocratici per natura” o “gli inglesi sono tutti ipocriti”). A volte si comprende che sono generalizzazioni infondate, ma l’abitudine di farle persiste, e spesso ne sono colpevoli anche persone con una visione dichiaratamente internazionale, come Tolstoj o Bernard Shaw.
[2] Alcuni scrittori di tendenza conservatrice, come Peter Drucker, avevano previsto un accordo tra Germania e Russia, ma si aspettavano una effettiva alleanza o fusione che sarebbe stata permanente. Nessuno scrittore marxista o di sinistra, di qualsiasi colore, è andato vicino a prevedere il Patto.
[3] I commentatori militari della stampa popolare si possono classificare perlopiù come filorussi o antirussi, filo-Blimp o anti-Blimp. [Il colonnello Blimp (creato da David Low), caricatura dell’ufficiale britannico reazionario e ottuso. (NdT)] Errori come credere che la linea Maginot fosse inespugnabile o prevedere che la Russia avrebbe conquistato la Germania in tre mesi non sono riusciti a scalfire la loro reputazione, poiché dicevano sempre ciò che il loro specifico pubblico voleva sentire. I due critici militari preferiti dall’intellighenzia sono il capitano Liddell Hart e il maggiore generale Fuller: il primo sostiene che la difesa è più forte dell’attacco, il secondo che l’attacco è più forte della difesa. Questa contraddizione non ha impedito a nessuno dei due di essere accettati come autorità dallo stesso pubblico. La segreta ragione della loro popolarità nei circoli di sinistra è che entrambi sono in rotta con il Ministero della Guerra.
[4] Alcuni americani hanno espresso insoddisfazione perché si accetta come normale la combinazione “anglo-americano”. Hanno proposto di sostituirlo con “americo-britannico”
[5] Il News Chronicle ha consigliato ai suoi lettori di andare a vedere il filmato che mostra l’intera esecuzione, con primi piani. Lo Star ha pubblicato con apparente approvazione fotografie di collaborazioniste quasi nude bersagliate dalla folla parigina. Queste immagini avevano una marcata somiglianza con le fotografie naziste di ebrei bersagliati dalla folla berlinese.
[6] Un esempio è il patto russo-tedesco, che si sta cancellando il più rapidamente possibile dalla memoria pubblica. Un corrispondente russo mi informa che il Patto è già stato omesso dagli annuari russi che riportano gli avvenimenti politici recenti.
PHOTO CREDITS: Wikimedia Commons
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