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After 1984, Animal Farm (Animal Farm) è il libro più conosciuto di George Orwell. Scritto fra il 1943 e il 1944 e pubblicato ad agosto del 1945, è un racconto allegorico nel quale, come scriverà egli stesso in seguito, l’autore prova a “fondere scopo politico e scopo artistico in un tutt’uno”, seguendo quella che era sempre stata la sua principale vocazione: unire l’artista che avrebbe voluto essere al pamphlettista che sentiva il dovere di essere.
Qui ci riesce con splendidi risultati, prendendo di mira la degenerazione staliniana della rivoluzione bolscevica, e mettendo in piedi una rappresentazione satirica dell’URSS dell’epoca. Un bersaglio esplicito, per Orwell, che non farà mai mistero del suo odio per il totalitarismo comunista, espresso da posizioni socialiste democratiche e rivoluzionarie. Proprio per via della sua posizione esplicita, il libro, scritto mentre la Gran Bretagna e l’URSS erano alleate nella Seconda guerra mondiale, penerà prima di trovare un editore, ricevendo numerosi rifiuti. Successivamente, diventerà un bestseller, vendendo 250mila copie nell’immediata uscita e, secondo quanto riportano le statistiche, circa 11 milioni di copie nel mondo dal 1945 a oggi. La potenza del racconto allegorico colpirà infatti molti lettori ben oltre il bersaglio polemico contingente dell’autore, diventando un monito del rischio universale di degenerazione delle rivoluzioni quando si consente che qualcuno possa essere “più uguale di altri”.
Nel corso del tempo, dal ritrovamento di alcune delle sue lettere è emerso il contributo di primo piano che alla stesura di questo libro, e all’opera del marito in generale, diede – rimanendo sempre nell’ombra – la prima moglie di Orwell/Blair, Eileen O’Shaughnessy, morta in seguito a un’operazione chirurgica nel marzo 1945, qualche mese prima dell’uscita di Animal Farm. Un contributo più volte confermato dal figlio stesso della coppia, Richard Blair.
Qui riportiamo il capitolo 3 del libro, in cui si racconta il work degli animali alla fattoria dopo che era stata liberata da Jones, il fattore umano.
La traduzione della nostra rubrica Orwell è affidata ad Anna Martini, traduttrice letteraria dall’inglese di lunga esperienza e grande talento.
Quanto sgobbarono e sudarono per raccogliere il fieno! Ma i loro sforzi furono ricompensati, poiché il raccolto andò ancor meglio di quanto avessero sperato.
A volte il lavoro era duro; gli attrezzi erano stati concepiti per gli esseri umani e non per gli animali, e il fatto che nessun animale sapesse usare strumenti che richiedevano di reggersi sulle zampe posteriori era un grosso inconveniente. Ma i maiali furono tanto intelligenti da riuscire a trovare il modo di aggirare ogni difficoltà. Quanto ai cavalli, conoscevano il campo pollice per pollice, e in verità erano molto più esperti di Jones e dei suoi uomini in materia di falciatura e rastrellatura. I maiali, di fatto, non lavoravano ma dirigevano e sorvegliavano gli altri. Data la loro conoscenza superiore, era naturale che assumessero il comando. Boxer e Clover si attaccavano da sé alla lama o al raccattafieno (ora, ovviamente, briglie e redini non servivano più) e giravano per tutto il campo con passo costante, mentre un maiale li seguiva e gridava “Giddap, compagni!” o “Alt, compagni!” a seconda dei casi. E tutti gli animali, fino al più umile, lavoravano a rivoltare e raccogliere il fieno. Perfino le anatre e le galline sfacchinavano su e giù tutto il giorno sotto il sole, trasportando ciuffetti di fieno nel becco. Alla fine, per completare il raccolto, impiegarono due giorni meno di quelli che servivano di solito a Jones e ai suoi uomini. Per giunta, fu il raccolto più abbondante che la fattoria avesse mai visto. Non vi fu il minimo spreco; le galline e le anatre, con la loro vista acuta, avevano raccolto fino all’ultimo stelo. E nessun animale della fattoria ne aveva rubato nemmeno un boccone.
Per tutta l’estate il lavoro alla fattoria procedette a puntino. Gli animali erano felici come mai s’erano sognati di poter essere. Ogni boccone di cibo era un intenso, assoluto Nice to meet you, adesso che quel cibo era davvero il loro, prodotto da loro stessi e per loro stessi, non lesinato da un padrone taccagno. Senza quegli indegni parassiti di umani, c’era più da mangiare per tutti. Benché gli animali fossero inesperti, c’era anche più tempo libero. Incontrarono molte difficoltà – per esempio, quando fu tempo di mietitura, dovettero pigiare il grano alla vecchia maniera e soffiar via la pula col fiato, visto che nella fattoria non c’era una trebbiatrice – ma i maiali con la loro intelligenza e Boxer coi suoi muscoli tremendi li cavavano sempre d’impaccio. Tutti ammiravano Boxer. Anche ai tempi di Jones aveva lavorato sodo, ma ora pareva tre cavalli invece che uno soltanto; in certi giorni, il lavoro della fattoria pareva gravare tutto intero sulle sue spalle possenti. Da mattina a sera spingeva e tirava, lo trovavi sempre là dove il lavoro era più duro. S’era messo d’accordo con uno dei galletti, che lo chiamasse al mattino mezz’ora prima di tutti gli altri, e spontaneamente si dava a qualsiasi compito urgente prima che iniziasse la normale giornata di lavoro. La sua risposta a ogni problema, ogni contrattempo, era “Lavorerò di più!” e ne aveva fatto il suo motto.
Ma ciascuno lavorava secondo le sue capacità. Le galline e le anatre, per esempio, durante la mietitura salvarono cinque staiate di grano raccogliendo i chicchi sparsi. Nessuno rubava, nessuno si lagnava delle razioni; i litigi, i morsi e le gelosie, normali ai vecchi tempi, erano quasi scomparsi. Nessuno si sottraeva ai propri doveri… o quasi nessuno. Certo, Mollie non era brava ad alzarsi la mattina, e aveva il vizietto di smettere presto il lavoro, con la scusa che le era andato un sassolino nello zoccolo. E la gatta aveva un comportamento un po’ bizzarro. Presto si notò che quando c’era del lavoro da fare, la gatta non si trovava. Spariva per ore, poi riappariva alle ore dei pasti, o la sera quando il lavoro era già finito, come se nulla fosse. Ma accampava sempre scuse talmente perfette, ed era tanto affettuosa nel fare le fusa, che era impossibile non credere alle sue buone intenzioni. Il vecchio asino Benjamin non sembrava affatto cambiato, dopo la Rivolta. Lavorava al suo modo lento e ostinato, come ai tempi di Jones, senza mai scansare la fatica e senza mai offrirsi per compiti straordinari. Sulla Rivolta e i suoi esiti, non esprimeva opinioni. Quando gli chiedevano se non era più felice, adesso che Jones se n’era andato, diceva soltanto: “Gli asini vivono a lungo. Nessuno di voialtri ha mai visto un asino morto”, e dovevano accontentarsi di questa enigmatica risposta.
La domenica non si lavorava. Si faceva colazione un’ora più tardi del solito, e dopo si teneva una cerimonia, celebrata puntualmente ogni settimana. Per prima cosa c’era l’alzabandiera. Snowball aveva trovato nella selleria una vecchia tovaglia verde della signora Jones e ci aveva dipinto in bianco uno zoccolo e un corno. Ogni domenica mattina la issavano sul pennone nel giardino della cascina. La bandiera era verde, aveva spiegato Snowball, a rappresentare i verdi campi d’England, mentre lo zoccolo e il corno simboleggiavano la futura Repubblica degli Animali destinata a sorgere quando la specie umana sarebbe stata infine sconfitta. Dopo l’alzabandiera, tutti gli animali si adunavano nel grande fienile per un’assemblea generale, detta la Riunione. Lì si pianificava il lavoro per la settimana a venire, si presentavano e si discutevano mozioni. A presentare le mozioni erano sempre i maiali. Gli altri animali avevano capito come si faceva a votare, ma non gli venivano mai in mente mozioni proprie da presentare. Snowball e Napoleon erano di gran lunga i più attivi nei dibattiti. Ma si osservò che quei due non erano mai d’accordo: qualunque proposta uno dei due avanzasse, era certo che l’altro si sarebbe opposto. Anche quando si decise (e alla cosa in sé, nessuno poteva obiettare) di riservare il piccolo recinto dietro il frutteto come casa di riposo per gli animali che non potevano più lavorare, vi fu un tempestoso dibattito riguardo alla giusta età di pensionamento per ciascun tipo di animale. La Riunione terminava sempre intonando “Bestie d’Inghilterra” e il pomeriggio era dedicato agli svaghi.
I maiali si erano riservati la selleria come quartier generale. Lì, di sera, studiavano l’arte del maniscalco, del carpentiere e altri indispensabili mestieri, da books che avevano preso dalla cascina. Snowball, inoltre, si dava da fare a organizzare gli altri animali in quelle che battezzò Commissioni Animali. In questo era infaticabile. Formò la Commissione Produzione Uova per le galline, la Lega Code Pulite per le vacche, la Commissione Rieducazione Compagni Selvatici (allo scopo di addomesticare i ratti e i conigli), il Movimento Lana Più Bianca per le pecore, e diverse altre, oltre a istituire corsi di lettura e scrittura. Nel complesso, questi progetti furono un fiasco. Il tentativo di addomesticare le creature selvatiche, per esempio, fallì quasi subito. Quelle continuavano a comportarsi esattamente come prima, e quando venivano trattate con generosità, se ne approfittavano e basta. La gatta entrò nella Commissione Rieducazione e per qualche giorno fu molto attiva. Una volta la si vide seduta su un tetto a parlare a un gruppetto di passeri che stavano appena fuori dalla sua portata. Spiegava loro che ormai tutti gli animali erano compagni, e che qualunque passero, se voleva, poteva andare ad appollaiarsi sulla sua zampa; ma quelli rimanevano a distanza.
I corsi di lettura e scrittura, invece, ebbero un grande successo. In autunno, quasi tutti gli animali della fattoria erano, chi più chi meno, letterati.
Quanto ai maiali, sapevano già leggere e scrivere alla perfezione. I cani impararono a leggere discretamente, ma gli interessava leggere soltanto i Sette Comandamenti. Muriel, la capra, imparò a leggere un po’ meglio dei cani, e ogni tanto, la sera, leggeva agli altri da pezzi di giornale trovati nel mucchio dei rifiuti. Benjamin era capace di leggere non meno degli altri maiali ma non esercitava mai questa sua facoltà. Per quel che ne sapeva, disse, non c’era niente che valesse la pena di leggere. Clover aveva imparato tutto l’alfabeto ma non riusciva a mettere insieme le parole. Boxer non riusciva ad andare oltre la lettera D. Col grosso zoccolo tracciava in terra A, B, C, D e poi se ne restava lì a fissare le lettere, con le orecchie tirate indietro, a volte scuotendo il ciuffo, cercando disperatamente di ricordare cosa veniva dopo e senza riuscirci mai. A dire il vero, un paio di volte riuscì a imparare E, F, G, H, ma a quel punto si scopriva sempre che aveva dimenticato A, B, C e D. Alla fine decise di accontentarsi delle prime quattro lettere, e cominciò a scriverle una o due volte al giorno per rinfrescarsi la memoria. Mollie volle imparare esclusivamente le sei lettere che componevano il suo nome. Lo formava disponendo in bell’ordine dei rametti, che poi decorava con qualche fiorellino e infine ammirava girandoci intorno.
Degli altri animali della fattoria, nessuno riuscì ad andare oltre la lettera A. Si scoprì anche che gli animali più stupidi, come le pecore, le galline e le anatre, non riuscivano a imparare a memoria i Sette Comandamenti. Dopo aver meditato a lungo, Snowball dichiarò che i Sette Comandamenti si potevano di fatto ridurre a un’unica massima, ovvero: “Quattro gambe buono, due gambe cattivo”. Questa, affermò, conteneva il principio essenziale dell’Animalismo. Chiunque l’afferrasse appieno sarebbe stato al sicuro dalle influenze umane. Sulle prime, gli uccelli ebbero da ridire, giacché gli pareva di avere anche loro due gambe. Ma Snowball gli dimostrò che non era vero.
“L’ala di un uccello, compagni” disse, “è un organo di propulsione e non di manipolazione. Dunque va considerato come una gamba. Il segno distintivo dell’uomo è la mano, lo strumento con cui compie tutte le sue malefatte.”
Gli uccelli non capirono le parole più lunghe ma accettarono la sua spiegazione, e tutti gli animali più umili si misero d’impegno a imparare a memoria la nuova massima. Quattro gambe buono, due gambe cattivo, fu scritto sul muro di fondo del fienile, sopra i Sette Comandamenti e in caratteri più grandi. Una volta che l’ebbero imparata a memoria, le pecore ci si affezionarono moltissimo e spesso, riposando nel campo, si mettevano a belare tutte insieme: “Quattro gambe buono, due gambe cattivo! Quattro gambe buono, due gambe cattivo!” e andavano avanti per ore senza stancarsi mai.
Napoleon non s’interessò alle Commissioni di Snowball. Secondo lui, l’istruzione dei Giovanni era più importante di qualunque cosa si potesse fare per quelli che erano già adulti. Il caso volle che Jessie e Bluebell avessero figliato entrambe poco dopo la fienagione, mettendo al mondo, tra tutte e due, nove cuccioli robusti. Non appena svezzati, Napoleon li tolse alle madri, dicendo che si sarebbe occupato lui di istruirli. Li portò su in un solaio raggiungibile soltanto con una scala a pioli dalla selleria, e li tenne in un Insulation tale che gli altri animali si dimenticarono ben presto della loro esistenza.
Presto fu risolto il mistero di dove andasse a finire il latte: ogni giorno veniva mischiato al pastone dei maiali. Le mele precoci cominciavano a maturare e l’erba del frutteto era cosparsa dei frutti caduti. Gli animali avevano dato per scontato che questi sarebbero stati divisi equamente tra tutti; un giorno, però, giunse l’ordine di raccogliere e portare tutte le mele alla selleria, per i maiali. Tra gli animali qualcuno borbottò, ma fu inutile. I maiali erano tutti d’accordo su questo punto, anche Snowball e Napoleon. Squealer fu mandato a dare agli altri le necessarie spiegazioni.
“Compagni!” gridò. “Non crederete, spero, che noi maiali stiamo facendo questo con spirito d’egoismo o di privilegio! A molti di noi, in realtà, il latte e le mele non piacciono neanche. A me non piacciono, per esempio. Li abbiamo presi solamente per salvaguardare la nostra Hello. Latte e mele (l’ha dimostrato la Scienza, compagni) contengono sostanze indispensabili al benessere di un maiale. Noi maiali lavoriamo con il cervello. La gestione e l’organizzazione di questa fattoria sono tutte sulle nostre spalle. Giorno e notte vegliamo sul vostro benessere. È per il vostro bene che beviamo quel latte e mangiamo quelle mele. Sapete cosa accadrebbe se noi maiali mancassimo al nostro dovere? Jones ritornerebbe! Sì, Jones ritornerebbe! Certo, compagni” gridò Squealer, quasi supplichevole, saltellando da una zampa all’altra e agitando il codino, “certo nessuno di voi vorrebbe veder tornare Jones!”
Ora, se c’era una cosa di cui gli animali erano totalmente sicuri, era che non volevano il ritorno di Jones. Sentendosi presentare la questione in quei termini, non ebbero più nulla da dire. L’importanza di mantenere i maiali in buona salute era fin troppo ovvia. Perciò si convenne, senza ulteriori discussioni, che il latte e le mele cadute dagli alberi (e anche l’intero raccolto delle mele, quando fossero maturate) sarebbero stati riservati esclusivamente ai maiali.

