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“No a Cybertech. Stop alle tecnologie dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio”: qualcuno avrà visto questo striscione sfilare sabato scorso a Roma alla demonstration per la Giornata globale di mobilitazione per la Palestina indetta per il 10 ottobre. Si riferiva al fatto che oggi e domani proprio a Roma, al centro congressi La Nuvola all’EUR, si tiene l’edizione 2026 di Cybertech Europe.
Si scrive Cybertech, si legge Israele
Cybertech è una società fondata nel 2014 che si è affermata come la principale piattaforma internazionale di networking nel settore della cybersecurity: tecnologie e servizi che servono a proteggere reti informatiche, sistemi, dati digitali. L’appuntamento di Roma rappresenta una delle fiere e conferenze che Cybertech organizza nel mondo: “da Tel Aviv a New York, da Roma a Dubai, Tokyo e oltre”, come si legge sul sito. Non è un caso che la prima città citata sia israeliana, perché il circuito di eventi di Cybertech è nato in Israele. Nel contesto dello sviluppo della sua industria di cybersecurity, avvenuto anche attraverso il passaggio di personale, conoscenze e tecnologie dagli apparati militari e di intelligence al business privato.
La prima conferenza di Cybertech, a cui intervenne lo stesso Netanyahu, si tenne a gennaio 2014 a Tel Aviv al centro cyber dell’Università Ben Gurion. La costruzione di un mercato che aggregasse grandi aziende, startup, investitori e clienti, in stretta connessione con il mondo della ricerca universitaria e delle agenzie pubbliche e di sicurezza, era parte integrante del progetto sin dall’inizio. Impossibile quindi non leggere questo appuntamento come una chiara per non dire smaccata promozione dell’industria israeliana della sicurezza informatica, legata com’è noto a filo doppio con la micidiale macchina da guerra di Tel Aviv.
BDS Roma, il nodo attivo nella capitale del BDS movement che ha fatto sfilare quello striscione il 10 ottobre, ha prodotto un dossier, che Kritica ha potuto visionare e che mettiamo a disposizione dei lettori, interamente dedicato a Cybertech Europe: “Il mercato tecnologico del genocidio. Dall’ecosistema militare israeliano alle infrastrutture pubbliche italiane”, è il titolo già di per sé molto esplicativo. Il documento mostra i legami fra Cybertech, le imprese partecipanti all’esposizione e l’apparato militare e tecnologico israeliano. Ricostruendo i rapporti di collaborazione fra alcune aziende che saranno in fiera a Roma e il sistema che permette l’occupazione, l’apartheid e il genocidio contro il popolo palestinese. Rapporti che parlano anche italiano.
LEGGI QUI IL DOSSIER INTEGRALE SU CYBERTECH
Le aziende che sfilano alla fiera della cybersicurezza
I rapporti analizzati nel dossier di BDS Roma sono di vario tipo, dalle forniture dirette alle relazioni indirette societarie, all’appartenenza all’ecosistema militare-privato attraverso attività di ricerca o di finanziamento.
Facciamo qualche esempio. Check Point partecipa al consorzio IC3 guidato da Israel Aerospace Industries. Il suo Ceo, Nadav Zafrir, è un ex-comandante della famigerata Unità 8200 dell’Idf (le forze armate israeliane), specializzata in guerra cibernetica. Similmente, la nascita della start-up Aryon Security è collegata all’esperienza dei fondatori di Matzov, unità di sicurezza informatica dell’Israeli army. Mentre un’altra start-up, Terrogence, a Cybertech presenterà Codex, una banca dati sulle armi e le tecniche di attacco.
Ovviamente alla fiera di Roma c’è spazio anche per le multinazionali globali di cui è risaputa la collaborazione a vari livelli con l’apparato militare israeliano. Hewlett Packard Enterprise (HPE), Cisco e Thales, ad esempio, saranno a Cybertech Europe nel ruolo di espositori e tutt’e tre contribuiscono alla continuità operativa degli apparati israeliani: HPE rifornisce di server e apparecchiature informatiche, servizi di assistenza e manutenzione compresi, gli enti israeliani che gestiscono polizia, carceri e infrastrutture militari. Di Cisco sono documentate forniture di server all’Idf. E Thales ha venduto componenti e sistemi di comunicazione a Elbit, la principale impresa privata israeliana di tecnologie per la difesa e la sicurezza che per questo è nel mirino di attivisti di mezzo mondo. Google e Amazon, che forniscono servizi cloud allo Stato israeliano (progetto Nimbus, che vede coinvolti ministero israeliano della Difesa e Idf), non saranno presenti a Roma, ma ci sarà Wiz, acquisita da Google a marzo.
Le fonti delle informazioni di tutte queste relazioni sono dettagliatamente indicate nel report di BDS Roma.
La presenza italiana
Dei rapporti con Israele di Leonardo (la stessa azienda ne ha dato conferma nell’Assemblea annuale degli azionisti di quest’anno, dichiarando contratti ancora in esecuzione) si è occupata in maniera dettagliata Francesca Albanese nel suo rapporto sull’Economy del genocidio.
Ma il colosso italiano degli armamenti, dell’aerospazio e appunto della sicurezza informatica, pare avere rapporti piuttosto stretti anche con Cybertech Europe. Leonardo, infatti, era indicata come collaboratore alla realizzazione dell’evento nella brochure dell’edizione 2023 della fiera. E all’edizione 2024 aveva annunciato la partecipazione dei suoi massimi dirigenti.
Il collegamento tra Leonardo e la fiera di quest’anno riguarda in particolare la presenza del Ceo di PSN (National Strategic Hub): è la realtà che realizza e gestisce, direttamente o attraverso tecnologie di aziende quali Google, Amazon, Microsoft, Oracle, l’infrastruttura che ospita dati e servizi della Pubblica Amministrazione italiana. Leonardo, infatti, è socio di PSN e gli fornisce anche servizi.
La richiesta di porre fine alle complicità
Sulla base delle informazioni raccolte e analizzate, il rapporto di BDS Roma contesta in particolare due elementi. Il primo è la partecipazione a Cybertech Europe di soggetti istituzionali come il PSN. Ma anche di realtà di settore come CSA (Cloud Security Alliance, organizzazione internazionale per la sicurezza cloud) e EOS (European Organisation for Security, rappresentante dell’industria europea della sicurezza). Il motivo è che queste presenze accreditano la manifestazione e la legittimano, nonostante si tratti di uno spazio in cui operano aziende coinvolte a vari livelli nelle filiere dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio israeliani.
La seconda è il rischio di israelizzazione della cybersecurity pubblica nel nostro Paese attraverso l’integrazione stabile delle filiere di cui sopra. Con la possibilità che la domanda pubblica italiana di sicurezza informatica vada ad alimentare, diventandone anche dipendente, un ecosistema che è profondamente intrecciato alle politiche israeliane.
La richiesta del rapporto è quindi di porre fine alle complicità, cioè di recidere quei legami che si trovano nel testo ricostruiti nei dettagli. Si chiede al PSN e alle amministrazioni pubbliche di ritirare la partecipazione a Cybertech Europe e di impegnarsi a non avviare accordi, acquisti o sperimentazioni con aziende coinvolte nelle filiere, rendendo pubblici eventuali rapporti già esistenti: «Avere i server in Italia – stigmatizza il rapporto – non basta a garantire sovranità digitale». Si chiede di ritirare la concessione alla manifestazione degli spazi de La Nuvola – il centro congressi di proprietà di Eur SpA, società controllata al 90% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e per il restante 10% da Roma Capitale, ndr – e che la direzione e il gestore del centro congressi rispondano pubblicamente della loro scelta. E si chiede, in virtù della relazione che l’azienda intrattiene con l’apparato militare israeliano, di interrompere i rapporti che permettono a Leonardo di avere un ruolo nella gestione dei servizi digitali pubblici.
Lo striscione che ha sfilato il 10 ottobre a Roma continua dunque a sventolare, almeno idealmente. Sostenuto dalle mani di tutti coloro che dopo tre anni di genocidio ritengono lo svolgimento di Cybertech Europe nella capitale d’Italia un autentico scandalo.
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CREDITI FOTO: BDS Roma
Articolo aggiornato il 12 ottobre alle ore 12.55

