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Budapest, ottobre 2026 – Da otto a sette anni, è la riduzione di pena che la sentenza di appello ha decretato nei confronti di Maja T. condannata per gli scontri del febbraio 2023 a Budapest, gli stessi che coinvolsero Ilaria Salis. La magistratura magiara ha ritenuto provata la pianificazione del gruppo antifascista per colpire i manifestanti neonazisti con strumenti capaci di infliggere gravi lesioni. In appello il ruolo di Maya T. è stato però ridimensionato: complice, non coautrice, semplice manifestante e non appartenente a un’organizzazione criminale.
Il caso racconta qualcosa che va oltre la sentenza: l’Ungheria che cambia governo, mentre nelle aule di giustizia, e non soltanto in quelle, restano aperti i conti con gli anni di Orbán. Non a caso sia il premier Peter Magyar che altri esponenti del nuovo esecutivo si sono ben guardati dal commentare la sentenza.
Soltanto sei mesi fa l’informazione europea suonava la grancassa: il Davide nelle vesti di Peter Magyar aveva abbattuto il Golia populista, Viktor Orbán, che da 20 anni teneva nel suo pugno di ferro il Paese e in scacco l’intera UE. Col 53,18% dei voti la neonata Tisza, alla prima prova sul terreno di casa, aveva sbaragliato Fidesz conquistando 141 seggi su 199, la maggioranza dei due terzi che permette di riscrivere la Costituzione.
E oggi? Che cosa ha realizzato concretamente il nuovo corso?
Sul versante dell’Unione Europea è mutata la forma; non altrettanto la sostanza. Tisza ha cambiato tattica, ma le distanze restano: dal ricatto alla negoziazione mantenendo la postura identitaria. La «sovranità» orbániana sopravvive come agenda su migrazione, Russia e Ucraina. Del resto, Magyar nasce e si afferma politicamente dentro Fidesz.
Sul versante interno, quello che analizzeremo più puntualmente, il bilancio è a due velocità: una rivoluzione istituzionale in cento giorni e un’agenda economico-sociale che scricchiola sotto il peso del debito pubblico.
La «sovranità» orbániana sopravvive come agenda su migrazione, Russia e Ucraina. Del resto, Magyar nasce e si afferma politicamente dentro Fidesz.
Il modello che si è mangiato il capitale
Il sistema Orbán tra il 2010 e il 2022 poggiava su tre gambe: risorse pubbliche trasferite a una cerchia di imprenditori fedeli, spesa sociale elettoralistica, fondi europei come cassa del clientelismo. Poi sono arrivati la guerra, il caro-energia, l’inflazione al 25% del 2022 e la disputa con Bruxelles che ha congelato circa 18 miliardi di euro. Su questi scogli si è infranta la nave di Fidesz.
Anche là dove ha tenuto meglio. Come a Nógrád, la contea più povera, nordovest dell’Ungheria. Lì, all’inizio del 2025, la disoccupazione era ancora all’11%. Dei 3.461 lavoratori piazzati dall’ufficio di collocamento nei primi tre mesi dell’anno, il 70% è passato tramite il közfoglalkoztatás, il lavoro pubblico assistenziale. Eppure, anche qui Fidesz è andata sotto (44,9%). Il voto a Tisza non è stato un voto di classe, ma quello di chi aveva smesso di credere che il flusso di cemento e contratti sarebbe tornato.
I cento giorni: la rivoluzione istituzionale
Oltre 30 leggi e due emendamenti alla Costituzione in cento giorni. Il sedicesimo emendamento ha stabilito un limite massimo di otto anni alla permanenza in carica come primo ministro, applicando la norma anche retroattivamente (la cosiddetta Lex Orbán). Il diciassettesimo, depositato il 4 luglio e promulgato il 18, ha prima estromesso dalla carica il presidente Tamás Sulyok, poi ha sottratto il veto di bilancio al Fiscal Council. Il mandato dei deputati è stato limitato a 12 anni (tre legislature), norma senza precedenti in Europa.
Alla presidenza è stato eletto il volto più simbolico del passaggio di consegne: András Baka, ex presidente della Corte suprema licenziato da Fidesz nel 2011.
Poi è toccato all’informazione di Stato. Il 7 luglio il canale televisivo M1 e gli altri servizi informativi pubblici sono stati temporaneamente sospesi; la ripartenza l’11 luglio con una nuova struttura editoriale.
Smantellate anche le fondazioni di gestione patrimoniale di interesse pubblico (in ungherese Közérdekű Vagyonkezelő Alapítványok) KEKVA: una trentina di enti creati dal 2019 a cui erano stati trasferiti pezzi del patrimonio. Nei loro bilanci, alimentati da sussidi e agevolazioni fiscali, figuravano a fine 2024 azioni di MOL e Richter [le due più grandi società quotate ungheresi, attive rispettivamente nel settore del gas/petrolio e in quello farmaceutico, ndr], l’università Corvinus di Budapest, castelli, terreni e società per un totale, secondo la Corte dei conti, di circa 7,6 miliardi di euro. Non è denaro che entra nelle casse dello Stato: sono titoli di proprietà (azioni, immobili, partecipazioni) insomma un valore contabile. Prima che quei beni diventino soldi pubblici c’è un iter lungo: commissari liquidatori, creditori da soddisfare, conteggi approvati dalla Corte dei conti entro ottobre 2026. E alcune fondazioni, come quella del Mathias Collegium, potranno continuare come enti privati, restituendo solo la parte patrimoniale di origine pubblica.
Il governo stima in circa 75 miliardi di euro, quasi un terzo del PIL annuo, il patrimonio pubblico passato di mano in modo illecito in due decenni. La riforma toglie alle élite clientelari il canale del finanziamento pubblico; la parte del patrimonio già incamerata resta in gran parte irrecuperabile.
L’eredità avvelenata
Il 24 agosto il ministro delle Finanze András Kármán ha presentato il resoconto contabile. La Legge di bilancio 2026 votata da Fidesz, deficit previsto 3,7% del Pil, era un ritratto falsato. Senza intervento correttivo il deficit stimato sarebbe arrivato all’8,3% e a marzo era già stato bruciato il 62,8% dello stanziamento annuale. Il governo ha riscritto la legge, risultato: deficit fissato al 7,5%.
Mayar rivendica circa 1 miliardo di euro (400 miliardi di fiorini) per misure già attuate (taglio degli stipendi di ministri e deputati, soppressione dell’Ufficio sovranità) più un Fondo emergenze da 1,25 miliardi (500 miliardi di fiorini) per siccità e crisi energetica: Tra maggio e luglio il bilancio ha chiuso con un avanzo positivo di quasi 2,5 miliardi di euro. Ma la prima settimana di settembre il 72% dell’obiettivo annuale era già bruciato, e il debito pubblico si prevede che salirà dal 74,6% al 77,5% del Pil.
Le promesse e il cerchio da quadrare
Il governo ha mantenuto le promesse semplici e rimandato quelle complesse o costose. Il primo pacchetto fiscale, approvato il 28 luglio, cancella i vantaggi delle KEKVA e neutralizza fiscalmente i trust. IVA azzerata sui farmaci con ricetta; assegno di inizio scuola da 250 euro per 400 mila bambini poveri.
La patrimoniale dell’1% sopra i 2,5 milioni di euro (circa 1 miliardo di fiorini), uno dei provvedimenti simbolo dell’intera campagna, è stata presentata: in realtà la tassa riguarda la cifra che eccede il miliardo e il gettito previsto è circa 130 milioni di euro (circa 200 miliardi di fiorini) all’anno, una stima assai più bassa di quella annunciata in campagna elettorale. Il taglio dell’Irpef al 9% per i redditi sotto la mediana e la restaurazione della KATA (Kisadózó vállalkozások tételes adója, una flat-tax per i liberi professionisti) slittano al 2027.
Il doppio dell’assegno familiare è la prima promessa rinviata a tempo indeterminato: costava 760 milioni di euro l’anno. A metà settembre Magyar ha ammesso che la finanza pubblica non lo consente.
Il corpo delle donne
Aria di tempesta anche sul versante dei diritti delle donne, in particolare quello all’aborto. All’indomani della sconfitta di Orban, ventuno organizzazioni femministe e molte associazioni laiche hanno chiesto l’abolizione del szívhangrendelet, il decreto del ministro dell’Interno Pintér, varato nel settembre 2022. Il provvedimento, fra l’altro, obbliga ogni donna a sottoporsi all’ascolto del battito fetale prima dell’interruzione della gravidanza. Non è che la norma più disgustosa di una «restrizione strisciante», come è stata definita, che ha eliminato l’aborto farmacologico e impone due consultazioni preventive presso il servizio di «protezione familiare». Magyar ha risposto che «la questione dell’aborto è risolta» e gli eurodeputati Tisza si sono astenuti sull’unica risoluzione europea in materia. Nel 2026 l’Ungheria resta l’unico paese UE dove la pillola del giorno dopo prevede la ricetta.
A metà settembre il governo ha avviato una consultazione “sociale”. Dopo una prima fase di confronto con organizzazioni civili e professionali, l’11 settembre il ministro Hegedűs ha incontrato i rappresentanti delle confessioni religiose. Ovviamente, nell’incontro sul tema «questioni etiche sull’inizio della vita», i religiosi hanno chiesto la formazione di medici e farmacisti «affinché non indirizzino le donne verso l’interruzione di gravidanza». Insomma, una sorta di obiezione di coscienza. Il portale femminista WMN ha osservato che “i vertici delle confessioni invitate erano tutti uomini”.
L’Ungheria ha smantellato in cento giorni l’intero apparato di potere costruito da Fidesz; sul corpo delle donne, invece, la gerarchia religiosa conserva la prerogativa di aprire il dibattito.
L’euro e la consultazione che non c’è
Il programma Tisza prometteva di portare il Paese alle soglie dell’eurozona entro il 2030; a fine giugno Magyar ha annunciato che sarebbe stata «importante una consultazione popolare, politica ed economica sull’introduzione dell’euro». La consultazione, a oggi, non è stata nemmeno programmata. La Banca centrale europea, nella convergenza del 24 giugno, ha certificato che l’Ungheria è assai lontana dall’euro, non rispettando nessuno dei parametri. Lo stesso ministro delle Finanze, Kármán, ha frenato: per l’ingresso nell’ERM II, il corridoio di cambio preliminare, «per ora non c’è fretta». Il 22 settembre Magyar ha fatto buon viso a cattivo gioco: l’euro riduce i rischi d’inflazione «ma ha anche vincoli e, visto l’operato del governo precedente, forse non è un male se ci teniamo le mani libere». La promessa di una scelta democratica sulla valuta si è trasformata nello schema classico della pressione esterna: Maastricht come alibi preventivo per i tagli che verranno.
Debrecen, dove le contraddizioni esplodono
Il governo ha multato CATL (azienda di batterie per vetture elettriche) per 10 milioni di fiorini (25mila euro circa) per irregolarità nella gestione dei rifiuti e ha fermato tre reparti per esposizione al nichel di nove operai, in assenza di dispositivi adeguati. La gigafactory da 7,3 miliardi di euro (il più grande investimento greenfield della storia del Paese) è il simbolo del patto di Orban con il capitale transnazionale e il primo banco di prova del nuovo governo che promette di romperlo. Il divieto di importare mano d’opera, fissato per il 1º giugno «senza eccezioni», è diventato il 5 giugno un decreto più chirurgico: chiuso il canale del vendégmunkás (lavoratore straniero) che permetteva di far arrivare filippini, georgiani e armeni, restano aperte altre forme. La pressione degli imprenditori si è fatta sentire: il 71,3% delle 157 imprese interpellate da WHC Group (una delle principali società di lavoro interinale) giudicava irrealistico coprire il fabbisogno soltanto con gli ungheresi.
La classe dirigente che scrive le nuove regole resta la vecchia élite riciclata: il ministro dell’Economia István Kapitány, per esempio, ex vicepresidente globale di Shell, dichiara 6,26 miliardi di fiorini di risparmi (quasi 17 milioni di euro), sei immobili e due veicoli, fra cui una Maserati.
Il consenso e il nodo
Tisza gode ancora del 54% di consenso degli elettori (secondo una rilevazione di Median a settembre): per ora i cittadini premiano il sogno, non i risultati, la classica luna di miele. Il nuovo governo ha ottenuto l’accesso potenziale a 16,4 miliardi di euro di fondi precedentemente congelati, subordinato all’attuazione e alla verifica delle condizioni previste. Quando arriveranno, serviranno a finanziare i progetti. Ma il passato insegna che i soldi europei, in Ungheria, sono diventati assai spesso cemento per qualcuno e clientela per qualcun altro.
Il cambio di regime è avvenuto nella forma: istituzioni, simboli, retorica. La sostanza (chi paga, chi riceve, quale accumulazione) è ancora una trattativa tra un capitale estero che non vuole andarsene, un ceto medio che vuole i servizi promessi e un Nordest che aspetta da trent’anni. Il primo tempo della vera partita si giocherà nel 2027.
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