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by Dario Morgante and Francesca Di Egidio
Campobasso – Si è svolta oggi l’ultima udienza del processo contro Ahmad Salem, ventiquattrenne palestinese accusato di “aver detenuto sul proprio telefono materiale ritenuto idoneo all’autoaddestramento con finalità di terrorismo” e di “aver espresso frasi considerate istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo”. La sentenza, arrivata in tarda mattinata, è perentoria: quattro anni di condanna, a fronte della richiesta avanzata dal Pubblico Ministero di tre anni e sei mesi di reclusione. “Sconcerto e incredulità” sono i sentimenti espressi a caldo dal difensore del giovane imputato, l’avvocato Flavio Rossi Albertini, già difensore di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh nel processo dell’Aquila.
Accusato di terrorismo dopo un’ispezione delle foto sul telefono
Cresciuto nel campo di Al-Baddawi, nel nord del Libano, Salem proviene da uno dei luoghi che più incarnano la condizione dell’esilio palestinese. La stessa definizione di “campo” rischia di risultare fuorviante: Al-Baddawi nasce negli anni Cinquanta per accogliere i profughi della Nakba e della persecuzione sionista e, come molti altri insediamenti in Libano, è diventato un agglomerato urbano permanente, densamente popolato e segnato da una precarietà strutturale. Lì i palestinesi vivono in una condizione giuridica sospesa: etichettati come “rifugiati” sin dalla nascita, non possono richiedere alcuna cittadinanza, né palestinese né libanese, e subiscono l’impossibilità di accedere al lavoro regolare, alla proprietà e ai servizi minimi, dipendendo in larga parte dalla carente assistenza dell’agenzia Unrwa. L’alto sovrappopolamento rende questi luoghi bersagli ideali per le bombe israeliane: nel novembre 2025, nei giorni in cui veniva invocata la fittizia “pace Trump” su Gaza, Israele uccideva con un attacco quattordici adolescenti intenti a giocare a calcio in un campetto dell’insediamento palestinese più popoloso del Libano, quello di Ain Al-Hilweh.
L’arrivo in Italia rappresenta per Salem il tentativo di sfuggire dalla minaccia israeliana che, come a Gaza e in Cisgiordania, insegue i palestinesi in tutta l’area del Levante. Giunge così a Campobasso e decide di avanzare richiesta di protezione internazionale, ma nel maggio 2025 l’iter burocratico prende una piega imprevista: convocato in Questura per la consueta procedura, il giovane, al momento dell’identificazione, dichiara di aver smarrito i documenti e mostra agli agenti le fotografie degli stessi, conservate sul cellulare. I poliziotti, però, decidono di ispezionare l’intera galleria, rinvenendo frammenti di guerriglia urbana a Gaza e testimonianze del genocidio in corso, video di giovani che, tra le macerie e spesso in ciabatte, corrono verso i carri armati per piazzare ordigni, o clip di miliziani di Hamas impegnati in combattimenti tra le rovine. Per la Procura, questi sono manuali operativi, prova di una radicalizzazione pronta a esplodere sul territorio italiano. Per la difesa, invece, sono il diario visivo di un popolo in guerra, materiale che circola sugli smartphone di milioni di persone solidali alla causa palestinese.
Gli effetti del decreto sicurezza
L’impalcatura accusatoria poggia sull’articolo 270-quinquies.3 del codice penale, introdotto dal Governo Meloni con il decreto sicurezza dell’aprile 2025, in continuità con il già esistente articolo 270-quinquies, che, nel punire il reato di auto-addestramento, aveva già spostato l’asse dell’intervento repressivo ben prima della soglia dell’azione, fino a lambire ciò che è stato criticamente definito “psicoreato”. La giurisprudenza di legittimità aveva cercato di arginare questo scivolamento verso un diritto penale delle intenzioni di orwelliana memoria, chiarendo che «l’auto-addestramento non si integra con la sola raccolta di informazioni o con mere scelte ideologiche». Servono, invece, «comportamenti significativi sul piano materiale, univocamente diretti alla commissione di condotte terroristiche».
Word terrorism
La nuova norma, entrata in vigore appena un mese prima del fermo di Salem va in direzione opposta, punendo addirittura la detenzione di «materiale contenente istruzioni (…) su ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale». Fattispecie definita da numerosi giuristi come «terrorismo della parola», poiché consente di sanzionare con pene fino a sei anni di reclusione condotte sganciate da una reale pericolosità materiale.
Compared to the offence of training, the new provision achieves a drastic lowering of the punitive threshold: it is no longer necessary to provide proof of a concrete plan or unequivocal preparatory activity, as possession of material whose criminal value is not demonstrated by external facts, but deduced by investigators based on the profile of the holder, is sufficient. It is therefore no coincidence that one of the very first applications of the new offence, as willed by the current government, involves a Palestinian citizen, deemed potentially terrorist solely by virtue of his intimate hatred of Israel.
Il secondo capo d’accusa si concentra, invece, su alcuni estratti in lingua araba prelevati da un filmato di otto minuti, condiviso su Tik Tok, in cui Salem esorta alla mobilitazione contro il massacro a Gaza, criticando l’immobilismo del mondo musulmano. Per la difesa, si tratta di espressioni politiche maturate nel contesto di un genocidio e non di istigazione al crimine. Lo stesso imputato, nel corso del suo esame, ha dato voce a un moto di indignazione viscerale contro l’immobilismo internazionale davanti al genocidio: «Nel mio telefono c’è il video di un uomo che stringe il corpo di un bambino decapitato: che reazione pensate possa avere una persona davanti a una scena simile?».
Palestinian resistance equated with terrorism
Nel corso dell’arringa difensiva, Albertini ha scagliato un duro atto d’accusa contro quello che definisce un pregiudizio etnico di fondo. «Tutti i video sono girati a Gaza e diretti contro forze militari occupanti; il contesto urbano che l’accusa millanta come civile non è altro che il cumulo di macerie della Striscia», ha incalzato, richiamando la Convenzione di Ginevra e il diritto alla resistenza armata. Per il legale, si tratta di una discriminazione palese: «Se la medesima analisi fosse stata applicata a un cittadino ucraino, nessuno si sognerebbe di condannarlo per il possesso di scene belliche; Salem viene dichiarato terrorista solo perché palestinese».
During the day, Salem himself took to the floor, recounting the personal and collective drama that marked his detention: «I want to express everything that has happened this year. While I am here, my entire family is under bombardment; I have already lost seventy-three relatives in Gaza. Constantly receiving news of this kind puts me under unbearable pressure, a condition that I perceive as genuine psychological torture.»
She then continued: «I am Palestinian and have never committed acts against the law. I claim my right to speak about what international law establishes: the right to resistance. The fight against a colonial occupation is a globally recognised principle, a right that applies to every people, including the Italian people who exercised it in the past. It is a right that, today, I feel has been denied to me.»
Addressing the court, he finally concluded, asking rhetorically: «If the choice of this Court is to convict me for videos stored on my mobile phone, then I'd like to understand something: will all people who grow up and live in war-torn contexts have to be arrested simply for having images of that reality on their phones?».
An ethnic and political persecution: harbingers of apartheid even in Italy
La condanna di Ahmad si inserisce in un più ampio e preoccupante scenario di persecuzione contro i cittadini palestinesi in Italia. Una repressione che sembra muoversi su due binari: da un lato la criminalizzazione di figure come Yaeesh, Shahin o Hannoun, ritenute pericolose per la loro dichiarata militanza politica e il loro ruolo attivo nel sostegno alla resistenza palestinese; dall’altro la persecuzione di soggetti come Irar, Mansour o lo stesso Salem, la cui unica colpa pare risiedere esclusivamente nel luogo di nascita, non essendosi mai attivati politicamente sul suolo italiano.
A differenza di altri procedimenti, dove si registra l’uso sistematico di dossier forniti dall’intelligence israeliana, il caso di Salem è un prodotto interamente «fatto in casa». Si chiude oggi il primo capitolo di una vicenda tanto lineare quanto inquietante: un uomo libero entra in Questura per regolarizzare la propria posizione e ne esce in manette. Da quel momento, oltre un anno in regime di alta sicurezza, fino a una condanna a quattro anni per il contenuto del proprio telefono.
Not weapons, not plans, not preparatory acts, but images. Fragments from his distant land, where other men are fighting against an invader who, meanwhile, continues to carry out a genocide. Impunity.
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Photo credits: Francesca Di Egidio


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