Follow Kritica on Google
Add Kritica to your favourite sources.
Alle prime ore del mattino di oggi, 23 febbraio, l’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino è stato arrestato, per fermo disposto dalla Procura di Milano, indiziato dell’assassinio di Abderrahim Mansouri, 28 anni, ucciso il 26 gennaio nel “boschetto della droga” di Rogoredo.
Nei giorni precedenti questo fermo, la vicenda di cronaca aveva rapidamente assunto contorni via via più distanti dalla versione iniziale fornita dall’agente di polizia e dai suoi colleghi. E si era avvicinata a un terreno ben più scivoloso: quello delle responsabilità criminali, compreso le responsabilità di omissioni e depistaggi.
Una ricostruzione
Nell’immediatezza dei fatti, la ricostruzione sembrava lineare. Un’operazione antidroga, la notte. Uno spacciatore che – secondo quanto riferito dall’agente che ha sparato, l’assistente capo – avrebbe puntato contro di lui una pistola. La reazione: un colpo esploso da circa 25 metri. Poi la scoperta che l’arma che si diceva puntata dalla vittima era una pistola giocattolo. Una parte della politica si è affrettata a schierarsi. Il solito Matteo Salvini ha espresso immediata solidarietà preventiva alle forze dell’ordine, prima ancora che venisse accertata qualsiasi responsabilità. Il garantismo, invocato di rado per migranti e marginali, è stato applicato con sorprendente rapidità. Ma a distanza di pochi giorni, il quadro appare molto diverso.
L’autopsia ha stabilito che Abderrahim Mansouri non è stato colpito frontalmente, ma neppure di schiena. Era di lato. Una posizione compatibile con un tentativo di fuga. Un dettaglio che ha incrinato la versione dell’arma puntata contro l’agente. C’è poi la pistola a salve: sull’oggetto che, secondo la prima versione, il 28enne avrebbe impugnato, non sarebbero state trovate impronte riconducibili a un’impugnatura. Un’assenza che pesa. E ancora: tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi sarebbero trascorsi 23 minuti. Ventitré minuti durante i quali il giovane sarebbe rimasto a terra, agonizzante, con un proiettile vicino alla tempia destra. Un ritardo che ha portato all’ipotesi di omissione di soccorso aggravata per quattro colleghi dell’agente – tre uomini e una donna – e che alimenta il sospetto di un possibile tentativo di depistaggio.
L’assistente capo di 42 anni che ha sparato e che è ora in stato di fermo risulta infine indagato per omicidio volontario. Gli altri quattro agenti, inizialmente accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati interrogati davanti al pm Giovanni Tarzia nell’inchiesta della Squadra Mobile. Secondo quanto emerso, avrebbero chiarito e precisato elementi rispetto alle prime testimonianze, contribuendo a delineare una gestione opaca delle operazioni e il sospetto che la pistola possa essere stata collocata successivamente, mai realmente impugnata dal 28enne. Nei primi verbali, avrebbero omesso di riferire della presenza di testimoni, fornito versioni non veritiere sui movimenti e sui tempi di intervento, e taciuto dettagli rilevanti. Oggi, tramite i loro legali, sostengono di “non aver avuto alcun ruolo nell’omicidio”.
Lo “scudo penale” che vuol dire impunità
La formula utilizzata dagli agenti, di per sé, segna già un cambio di paradigma: non più un conflitto a fuoco in legittima difesa, ma un omicidio da cui prendere le distanze. Subito dopo i fatti, il Sindacato Autonomo di Polizia (Sap) ha denunciato l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati – atto dovuto per consentire le indagini – parlando di ingiustizia e lanciando una raccolta fondi per la tutela legale. È stata rilanciata la richiesta di un registro autonomo per i reati connessi alla legittima difesa e di uno “scudo penale” per le forze dell’ordine, lo stesso previsto inizialmente dall’ultimo Decreto Sicurezza e che, dopo i rilievi del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stato modificato e ampliato a tutta la cittadinanza. Il dibattito si è infuocato. Editorialisti e commentatori hanno parlato di “caccia alle divise”, di “errore madornale” nell’ipotesi di omicidio volontario, di agente che “andrebbe premiato”. Esponenti di governo hanno invocato l’inversione dell’onere della prova e definito “vergognosa” l’imputazione.
Il Decreto Sicurezza non è ancora in vigore, nonostante dopo gli scontri di Torino il governo Meloni ne avesse proclamato l’assoluta urgenza. Se lo fosse stato, le indagini sui fatti di Rogoredo sarebbero state con grande probabilità bloccate a monte. E con esse, la ricerca di Truth e giustizia per la vittima.
Il principio di non colpevolezza vale per tutti e non abbisogna di “scudi penali” a rafforzarlo. Vale anche per le vittime. Anche per Mansouri. Invece, nelle ore successive alla sua morte, sono stati diffusi i suoi precedenti penali, costruendo nell’opinione pubblica l’idea che la sua scomparsa non fosse una perdita per la collettività. Un racconto che Tenures a legittimare ex post la morte di una persona, deumanizzandola.
Ma se si invoca prudenza per gli indagati in divisa, la si deve pretendere anche per le vittime. Le garanzie non possono essere a senso unico. Quando lo diventano, smettono di essere diritti e si trasformano in privilegi.
La vicenda di Rogoredo si inserisce in un clima politico in cui l’ampliamento del perimetro della legittima difesa e l’idea di una tutela rafforzata per le forze dell’ordine rischiano di alterare un equilibrio delicatissimo: quello tra sicurezza pubblica e garanzie individuali. Un equilibrio che, storicamente, si incrina sempre a danno dei più fragili e discriminati. È accaduto altre volte, e ogni volta il prezzo è stato pagato in termini di fiducia nelle istituzioni. Non si tratta di negare le difficoltà e i rischi che gli agenti affrontano quotidianamente. Si tratta di ribadire un principio elementare in uno Stato di diritto: le indagini non sono un affronto, ma una garanzia per tutti.
Oggi che il “castello di carta” delle prime versioni sembra sgretolarsi sotto il peso degli accertamenti – , resta una domanda che non può essere elusa: perché quattro colleghi hanno inizialmente avallato una ricostruzione che ora vacilla? Quanto si sapeva delle tensioni pregresse tra l’agente e Mansouri? E perché eventuali condotte equivoche, se note da tempo, non sono mai state oggetto di provvedimenti disciplinari? Domande scomode. Ma necessarie. Perché la salute di una democrazia si misura anche – e forse soprattutto – da come reagisce quando a essere messo in discussione non è il comportamento di una persona marginale, ma quello di chi rappresenta lo Stato. Coprirsi dietro richieste d’impunità significa voler infrangere il pilastro numero uno dello Stato di diritto: La legge è uguale per tutti.
CREDITI FOTO: ANSA/ANDREA CANALI


2 Comments
Pingback: I fatti di Rogoredo svelano la posizione fragile del governo Meloni - Kritica.it
Pingback: Il caso di Rogoredo e la giustizia per tutti | Sempre e per sempre dalla stessa parte