Thursday 05/11/2026, 16:21
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Le storie degli studenti palestinesi che hanno ottenuto una borsa di studio per proseguire il proprio percorso universitario in Italia sono ormai da tempo al centro del nostro lavoro. Da quando sono state avviate le prime iniziative di sostegno al diritto allo studio per le persone provenienti dalla Striscia di Gaza, abbiamo seguito le difficoltà incontrate dai beneficiari per riuscire a lasciare il territorio, ottenere i documenti necessari e raggiungere gli atenei italiani.

Nel corso di questi mesi abbiamo conosciuto alcune delle persone coinvolte. Alcune sono finalmente riuscite ad arrivare in Italia. Una di loro, Sara Awad, giornalista palestinese, collabora regolarmente con Kritica dopo aver raggiunto il nostro Paese proprio grazie a una di queste borse di studio. Altre continuano invece a vivere nella Striscia, sospese tra un’ammissione universitaria, una procedura consolare e un’evacuazione che non sanno quando arriverà.

Le segnalazioni che riceviamo sono decine. Raccontano storie diverse, ma spesso condividono lo stesso paradosso: ottenere una borsa di studio, superare una selezione universitaria, ricevere un’ammissione formale e continuare a non poter lasciare un territorio in cui anche la sopravvivenza quotidiana è diventata una lotta.

Tra queste storie c’è quella di Muhannad Abu Mettleq, 22 anni, che vive nell’area di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Muhannad ha contattato il nostro collaboratore Dario Morgante dopo aver saputo che aveva già seguito alcune delle vicende degli studenti palestinesi in attesa di raggiungere l’Italia. Si erano già sentiti nei mesi scorsi e Morgante aveva raccontato la sua vita quotidiana in un precedente articolo. Questa volta, però, Muhannad ha chiesto aiuto per lasciare il posto in cui vive.

La sua tenda si trova nei pressi della cosiddetta yellow line, la fascia che attraversa la Striscia e segna il limite delle aree in cui sono dispiegate le forze armate israeliane. Una zona in cui, come racconta, gli spari sono diventati parte della quotidianità. Attorno ci sono carri armati, postazioni militari, droni e quadricotteri che sorvolano continuamente le tende degli sfollati. Non riesce più a dormire, non riesce a stare tranquillo e, quando iniziano le sparatorie, spesso non può nemmeno alzarsi per andare in bagno.

Per aiutarlo a trasferirsi in un’area relativamente più sicura, Dario Morgante deciso di organizzare una raccolta fondi. L’obiettivo iniziale è raggiungere almeno 3.000 euro, necessari per acquistare una nuova tenda, affittare un piccolo terreno e predisporre un bagno. Non è una soluzione definitiva, né può garantire una sicurezza assoluta. È la possibilità concreta di allontanarlo da un luogo in cui, oggi, non riesce più a vivere.

Una linea che si sposta, una zona in cui si muore

Per comprendere la condizione di Muhannad bisogna partire dalla geografia della Striscia dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’ottobre 2025. La cosiddetta linea gialla non è una frontiera stabile e chiaramente riconoscibile sul terreno. È il riferimento utilizzato per delimitare le aree di dispiegamento militare israeliano, la cui estensione è cambiata nel tempo, con incursioni e avanzamenti che hanno interessato anche zone formalmente esterne alla linea.

La popolazione palestinese si è trovata così a vivere in uno spazio sempre più ristretto, tra aree sottoposte al controllo militare israeliano e territori densamente popolati, in gran parte distrutti e privi di infrastrutture adeguate. La linea non rappresenta soltanto una separazione geografica: per chi vive nelle sue vicinanze è anche il limite mobile di una zona in cui la presenza militare e il ricorso alla forza letale possono trasformare qualsiasi attività ordinaria in una morte feroce e immediata.

In un aggiornamento del 10 ottobre 2026, l’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani ha riferito di aver verificato 1.076 morti legate tra l’annuncio del cessate il fuoco, il 10 ottobre 2025, e la fine di luglio 2026. Di queste, 331 sono avvenute nelle vicinanze della linea gialla: 66 erano bambini, 27 donne e 238 uomini. In diversi casi non esistevano elementi che indicassero che le persone uccise rappresentassero una minaccia per le forze israeliane. Alcune stavano svolgendo attività quotidiane, altre sono state colpite mentre si trovavano all’interno delle proprie tende.

Il rapporto dell’ONU sottolinea inoltre che la cosiddetta linea gialla non corrisponde a un confine univoco: le forze israeliane hanno progressivamente spostato verso ovest le proprie aree di dispiegamento, attraverso avanzamenti e incursioni che hanno reso ancora più incerta la posizione delle persone sfollate. L’organizzazione ha espresso preoccupazione per il fatto che le zone in prossimità della linea vengano trattate come aree in cui la forza letale è utilizzata arbitrariamente.

La situazione non è migliorata con il passare dei mesi. Tra il 29 settembre e il 12 ottobre 2026, secondo i dati del ministero della Salute palestinese riportati da OCHA, 57 persone sono state uccise e 319 ferite in tutta la Striscia. Gli attacchi, i bombardamenti e gli spari dell’esercito hanno continuato a colpire anche le aree abitate dagli sfollati.

Negli ultimi giorni, Khan Younis è tornata più volte nelle cronache. Il primo novembre, cinque palestinesi sono stati uccisi in un attacco israeliano nella zona di al-Mawasi, a ovest della città. Secondo il ministero dell’Interno di Gaza si trattava di cinque agenti di polizia colpiti mentre erano in servizio. Il giorno successivo, un attacco con drone ha colpito il campo di sfollati di al-Mottaqeen, nei pressi di Beer 19, uccidendo una persona e ferendone altre sei. Nella stessa giornata, un altro uomo è stato ucciso nel quartiere giapponese di Khan Younis. Il 3 novembre, un ulteriore attacco nella zona di al-Mawasi, nei pressi del College universitario, ha provocato un morto e undici feriti secondo una fonte medica citata dall’agenzia Anadolu.

La prima cosa che colpisce dei messaggi di Muhannad è il modo in cui racconta la paura: non come un momento eccezionale, ma come una condizione permanente. Non c’è un episodio preciso che interrompe la sua giornata. C’è un rumore che si ripete, un ronzio che non smette, la possibilità che da un momento all’altro comincino gli spari. Il rumore dei velivoli accompagna ogni momento della giornata. Non è qualcosa a cui ci si abitua davvero. È una presenza continua, che impedisce di dimenticare dove ci si trova anche quando, apparentemente, non sta succedendo niente.

La sua tenda è uno spazio fragile, fatto di tessuto e materiali di fortuna, incapace di proteggerlo da un proiettile o da un’esplosione. In una delle nostre conversazioni ha raccontato di aver trovato un proiettile vagante proprio accanto a sé. In un altro messaggio aveva spiegato che, quando durante la notte cominciano gli spari, a volte bisogna scappare senza sapere dove andare. Anche il semplice gesto di alzarsi può diventare pericoloso.

La giornata è attraversata da questa attesa. Il corpo resta in allerta, il sonno non porta riposo e il tempo sembra organizzarsi intorno alla possibilità di un nuovo attacco. Non c’è un luogo in cui sentirsi davvero al riparo, né un momento in cui la paura possa essere messa da parte.

«A volte mi sento incapace persino di vivere le cose più semplici della vita. Sono molto stanco. Tutto quello che voglio è una notte tranquilla, dormire senza paura e svegliarmi un giorno senza dovermi preoccupare se riuscirò a vivere fino alla fine della giornata».

Muhannad vive da solo in una tenda da oltre un anno e mezzo. La sua famiglia è stata uccisa durante un bombardamento che ha colpito il palazzo in cui abitavano. Sua madre, suo padre, sua sorella e suo fratello erano in casa. Lui era uscito per comprare il pane. Quando è tornato, la sua vita era finita in un altro modo.

Da allora ha dovuto imparare a procurarsi da solo acqua, cibo e tutto quello che serve per sopravvivere. In passato aveva raccontato di alzarsi nel cuore della notte per raggiungere una conduttura da cui raccogliere acqua, di cucinare bruciando legna e cartone, di trascorrere ore in fila per riempire i contenitori. Anche il telefono, indispensabile per comunicare e controllare le email dell’università, deve essere portato a una stazione di ricarica a pagamento, dove resta per circa cinque ore.

Una borsa di studio, un futuro che continua ad aspettare

C’è un altro elemento che rende la sua storia particolarmente difficile da raccontare: Muhannad è uno studente dell’Università italiana. Per l’anno accademico 2026/2027 è stato ammesso al corso di laurea in Economics with Data Science dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, con una borsa di studio. La sua procedura di pre-iscrizione su Universitaly è stata approvata e, il 27 luglio, la documentazione è stata trasmessa al Consolato generale d’Italia a Gerusalemme. Ha il passaporto, i documenti e la lettera di ammissione. Quello che gli manca è la possibilità concreta di partire.

La sua vicenda si inserisce in una storia più ampia, quella dei corridoi universitari e delle borse di studio destinate a studenti e studentesse palestinesi. Nel maggio 2025 la Conferenza dei rettori delle università italiane, insieme ai ministeri degli Esteri e dell’Università, ha avviato il programma IUPALS, Italian Universities for Palestinian Students, per offrire a giovani palestinesi la possibilità di proseguire gli studi in Italia. Nel tempo, diversi atenei hanno promosso ulteriori iniziative e forme di sostegno.

Le prime evacuazioni sono state organizzate nell’autunno del 2025. Secondo il ministero degli Esteri, tra settembre e dicembre di quell’anno 157 studenti sono riusciti a lasciare Gaza attraverso quattro operazioni. Le partenze sono poi proseguite, anche se con ritmi e modalità differenti. Il 2 giugno 2026 un nuovo gruppo di 17 studenti palestinesi è arrivato in Italia attraverso il corridoio universitario, come riportato in una risposta del governo alla Camera del 10 settembre.

Dietro questi numeri, però, ci sono persone che continuano ad aspettare. L’assegnazione di una borsa di studio non coincide automaticamente con l’ottenimento di un visto o con la possibilità di lasciare la Striscia. Le procedure richiedono il coordinamento tra università, autorità consolari e Paesi coinvolti nel transito. In passato, agli studenti era stato persino chiesto di recarsi fisicamente al consolato di Gerusalemme per completare alcune pratiche, un requisito materialmente impossibile da soddisfare per chi si trovava a Gaza. Solo dopo un ricorso al TAR del Lazio è stata riconosciuta la possibilità di procedere telematicamente.

Anche per Muhannad la parte amministrativa è diventata un’attesa dentro l’attesa. Ha scritto più volte all’università per chiedere informazioni e per essere inserito nel coordinamento delle evacuazioni. Il 14 settembre, prima, e poi a fine ottobre un gruppo di studenti è riuscito a partire, ma non era il suo turno. Si trattava di persone appartenenti a un’altra coorte del programma: lui è stato ammesso nel 2026 e continua ad aspettare.

Il telefono, con la sua connessione spesso precaria, è diventato il collegamento con un futuro che sembra esistere soltanto sullo schermo. Ogni notifica può contenere una comunicazione importante. Ogni messaggio potrebbe essere quello che gli permette di partire. Ma controllare le email non lo protegge dagli spari, non gli procura acqua o cibo e non gli permette di dormire.

Nel frattempo, anche ricevere il denaro necessario per vivere è complicato.La scarsità di contante e il deterioramento del sistema bancario a Gaza hanno reso molti trasferimenti dipendenti da intermediari, con commissioni che possono trattenere una parte significativa delle somme inviate. Anche il suo conto PayPal è stato limitato dopo aver ricevuto una donazione, lasciandogli temporaneamente il denaro bloccato. In un luogo in cui tutto è già difficile da acquistare, persino l’aiuto economico deve superare ostacoli ulteriori prima di diventare qualcosa di utilizzabile.

Almeno 3.000 euro per ricominciare da un posto più sicuro

Il 4 novembre Muhannad ha scritto che non ha più denaro. «Non ho nemmeno un dollaro o uno shekel per comprare del cibo. Sono arrivato a una fase molto difficile e ho bisogno di un aiuto concreto». La richiesta è precisa. Vuole lasciare il luogo in cui si trova e trasferirsi in una zona relativamente più sicura. Per farlo deve acquistare una nuova tenda, affittare un piccolo terreno di circa 50 metri quadrati e predisporre un bagno semplice, che gli permetta di avere almeno un minimo di privacy e dignità. A queste spese si aggiungono quelle necessarie per il trasporto e per le prime necessità dopo il trasferimento. L’obiettivo iniziale della raccolta è di 3.000 euro. È una somma da destinare direttamente alle spese necessarie per permettergli di spostarsi. Non significa poterlo mettere definitivamente al riparo da una guerra che continua a colpire l’intera Striscia. Significa però offrirgli una possibilità concreta di allontanarsi da una zona in cui la presenza militare, gli spari e il rumore continuo dei droni hanno reso insostenibile anche il semplice riposo.

«Non sto chiedendo una vita di lusso», ha scritto a Morgante. «Voglio soltanto un posto sicuro in cui vivere e un pasto che possa riuscire a procurarmi. Forse in un’altra vita sarò felice. Lo spero».


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