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Greta Thunberg non era ancora nata nell’estate del 2001, quando in cinquantuno giorni il mondo prese una piega di cui stiamo pagando tuttora le conseguenze. Cinquantuno giorni è la distanza che separa il 20 luglio, quando Carlo Giuliani venne assassinato in piazza Alimonda a Genova, dopo tre ore di scontri violentissimi fra i manifestanti e le forze dell’ordine, e l’abbattimento delle Torri Gemelle a New York ad opera di un gruppo di terroristi sauditi finanziati dal miliardario, anche lui saudita, Osama bin Laden. Genova 2001-11 settembre 2001: cinquantuno giorni di escalation della violenza, fino all’apice di una distruzione senza fine che avrebbe aperto una nuova epoca, e che si trascina fino a oggi.
Thunberg, come detto, sarebbe nata meno di due anni dopo, precisamente il 3 gennaio 2003, a Stoccolma, e sarebbe salita alla ribalta a distanza di quindici anni, attraverso scioperi per il clima con i quali avrebbe scosso le coscienze di una generazione erroneamente ritenuta apatica. In quel momento, l’eco mediatica delle proteste alterglobaliste era già lontana nel tempo e pure i processi, tanto a Roma quanto a Strasburgo, si erano conclusi, passando per momenti drammatici di risucchio, come la crisi finanziaria del 2008 che fu una crisi di impoverimento per milioni di persone, anche in Europa oltre che negli Stati Uniti. Eppure qualcosa era rimasto. Era rimasto lo spirito del No Logo di Naomi Klein, bestseller e fonte d’ispirazione per la generazione che aveva vent’anni a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Era rimasta l’idea che un altro mondo fosse possibile, espressa in movimenti più o meno duraturi ma potenti nelle esigenze che ponevano, alcuni dei quali – il movimento 11M in Spagna, da cui nascerà Podemos, o il movimento di Gezi Park in Turchia, senza contare le fraintese, ma cruciali, primavere arabe del 2011-2012 – avranno un profondo impatto sulle politiche e sulla società dei rispettivi Paesi. In Italia, una versione sui generis di tutto ciò è rappresentata dall’ascesa, in quegli stessi anni, del Movimento 5 Stelle, figlio a sua volta delle stagioni delle lotte NO TAV, dei comitati per l’acqua pubblica e di tanto altro, ma questo lo vedremo meglio più avanti.
Erano rimasti sogni e speranze, benché calpestati nel biennio ‘99-2001 da una forza repressiva scatenata: a Praga, Nizza, Göteborg, dove fu gravemente ferito Hannes Westberg, svedese di diciannove anni, e infine a Genova, dove il movimento fu definitivamente stroncato e poi annichilito dalla barbarie dell’11 settembre, che spostò l’attenzione su un altro piano.
Non sappiamo se Greta Thunberg abbia studiato questi episodi, quanti dettagli conosca di una vicenda che ha segnato la storia contemporanea e impresso una svolta al nostro modo di vivere e di essere; ma bastava guardarla negli occhi, con il pugno chiuso e lo sguardo rivolto al futuro, a bordo della Freedom Flotilla diretta verso Gaza qualche settimana fa, per rendersi conto che l’eredità dei giorni di Seattle e di Genova è giunta fino a noi.
Thunberg è figlia (anche) di quei movimenti, come titolò in prima pagina Domani alla vigilia del ventennale del G8: “Greta Thunberg è nata a Genova”. È figlia dello stadio Carlini, del dibattito di quegli anni, della battaglia ambientalista che già metteva in guardia dai rischi che stava correndo il Pianeta a causa del surriscaldamento globale, e della mobilitazione di una massa di giovani, provenienti da tutto il mondo, desiderosa di portare avanti un’altra idea di economia, di società e di convivenza civile. Un altro mondo possibile e necessario, per l’appunto, che includeva anche la neutralità della rete: oggi un miraggio, nell’epoca degli Elon Musk, dei Jeff Bezos e degli altri padroni del web, egemoni nel contesto del capitalismo globale e ben contenti di sedere alla corte di Donald Trump per trarre ulteriore profitto dalla loro vicinanza al potere politico. Su questo aspetto, alla luce delle battaglie di Thunberg contro il trumpismo, non si è ancora riflettuto abbastanza. Non si è considerato, difatti, il danno ambientale, oltre che sociale, culturale e istituzionale, legato all’ascesa di una tecnodestra che ha unito la potenza di fuoco dei cosiddetti “Over the top” a un’amministrazione compiacente e improntata unicamente al business, fino a produrre quello che Yanis Varoufakis ha ribattezzato in un saggio “Tecnofeudalesimo”. È contro tutto questo che Thunberg è scesa in piazza, e milioni di ragazze e ragazzi con lei a ogni latitudine (compresa l’ugandese Vanessa Nakate, una delle voci più autorevoli e convincenti del movimento ambientalista), ed è di questo che la politica, specie a left, dovrebbe occuparsi, se non vuole desertificare la residua passione rimasta in un popolo bruciato da innumerevoli sconfitte e disillusioni.

La triste eredità del G8 di Genova 2001 in Italia
Via Tolemaide, Corso Italia, piazza Alimonda, la scuola Diaz e le caserme di Forte San Giuliano e di Bolzaneto in quei giorni di luglio 2001 non sono questioni secondarie nella vicenda politica italiana. Dopo Genova abbiamo assistito al crollo della destra, più lento e meno evidente, e a quello della sinistra, divorata dalle divisioni interne e incapace di far fronte al bisogno di buona politica e onestà intellettuale della sua base.
A Genova la sinistra italiana sbagliò tutto. Sbagliarono coloro che disertarono, a cominciare dai vertici dei Democratici di Sinistra (DS), sbagliò Piero Fassino, che la sera del 20 luglio, con il sangue di Carlo Giuliani ancora caldo sull’asfalto, annunciò a Porta a Porta il ritiro dei suddetti DS dal corteo internazionale dell’indomani, sbagliò la CGIL, che partecipò a metà, producendo una frattura con la FIOM di Claudio Sabattini che si è parzialmente ricomposta solo con l’approdo di Maurizio Landini alla guida del sindacato di Corso Italia; sbagliò il resto della sinistra, o centrosinistra che dir si voglia, che condannò acriticamente i manifestanti, non credendo per anni alle loro ricostruzioni e testimonianze; sbagliò la futura Unione, che mise nel programma la Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8 (richiesta esplicita di Rifondazione comunista) ma non diede seguito a questo proposito, anzi la sabotò; sbagliò persino Rifondazione stessa, che si sarebbe dovuta sciogliere, dopo Genova, in un grande partito-movimento, nel solco del Forum di Porto Alegre e delle richieste di una parte significativa dei suoi giovani e invece preferì l’arrocco; sbagliarono i leader dei movimenti stessi, che preferirono a loro volta arroccarsi, anziché esaminare con lucida autocritica i loro stessi errori; insomma, sbagliarono quasi tutti, quasi tutto, e se oggi ci ritroviamo nelle condizioni che sono sotto i nostri occhi è anche per questo.
Da lì in poi, infatti, fu un progressivo abbandono, una lunga incomprensione o, per dirla con Fabrizio De André, “una storia sbagliata”, un disarmo unilaterale nei confronti di una destra già all’epoca imbarazzante, in un mondo che scivolava verso quei conflitti infiniti e indefiniti di cui l’Afghanistan e l’Iraq altro non erano che le avvisaglie. A proposito, ricordate l’invio delle truppe in Afghanistan? Era il novembre 2001 e i DS si divisero clamorosamente, con il futuro Correntone che votava no e i “riformisti” che aderivano con entusiasmo alla campagna bellica di George W. Bush e Tony Blair, pensando così di potersi guadagnare un posto al sole quando il berlusconismo fosse entrato in crisi. Naturalmente, l’unico effetto che sortirono fu quello di far crescere nei consensi Rifondazione comunista senza guadagnare praticamente nulla. Successivamente, Berlusconi avrebbe governato ancora per diversi anni, e la sua parte politica si sarebbe in seguito pienamente integrata nei governi tecnici, o per meglio dire tecnocratici, dell’unità nazionale.
Perché nascono i 5 Stelle
Abbiamo sostenuto altrove, e ribadiamo qui, che il M5S non sia figlio di un’invenzione di Beppe Grillo. Il comico genovese esercitava un ruolo politico da anni, specialmente grazie ai suoi spettacoli e alla sua mobilitazione civile, G8 compreso (una delle analisi più brillanti sul numero 3/2001 di Limes intitolato “I popoli di Seattle”, fu indubbiamente la sua). E senza gli innumerevoli errori della sinistra e il collasso dell’intero assetto politico, il soggetto da lui fondato non sarebbe, probabilmente, mai venuto alla luce.
Grillo cominciò a covare l’idea sul palco del primo V-Day (Bologna, 8 settembre 2007), dedicato ai pregiudicati in Parlamento, abilmente irrisi in piazza Maggiore di fronte a una folla plaudente. E la rafforzò a Torino, il 25 aprile 2008, in piazza Castello, occupandosi dello stato comatoso dell’informazione in Italia. Non erano battaglie solo sue, ma riuscì a bucare gli schermi come nessun altro, captando gli umori popolari, intercettando la rabbia montante fra gli ultimi e gli esclusi, raccogliendo in un libro le lettere dei giovani precari (prefazione di Joseph Stiglitz), cavalcando il tema ambientale quando ancora non era d’attualità come adesso e battendosi contro la TAV in Val di Susa; insomma, facendo a modo suo ciò che il fronte progressista non faceva più da tempo e approfittando del cratere che si era venuto a creare nel contesto italiano. Fin dall’inizio ebbe pochi intellettuali dalla sua: la maggior parte, anche per ragioni poco commendevoli, lo snobbò o, peggio, quasi lo schifò. Inizialmente, molti, compreso il sottoscritto, si illudevano che fosse un fuoco di paglia. Il 4 ottobre 2009, al Teatro Smeraldo, il progetto del guitto e del suo sodale Gianroberto Casaleggio, erede dell’esperienza olivettiana e guru dell’informatica, si trasformarono in realtà.
I partiti ci capirono poco, quasi nulla. Del resto, la vicenda del M5S si era fin lì svolta in parallelo rispetto a quella del Partito Democratico, nato dalle Primarie del 14 ottobre 2007 e costretto a scontrarsi con l’ultima fiammata berlusconiana il 13 e 14 aprile 2008. E così, con il PD dilaniato dalle sue ambiguità e contraddizioni interne, la sinistra radicale fuori dal Parlamento e l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro in posizione subalterna, nonostante la buona volontà e le valide intenzioni, ecco che l’humus per una creatura nuova, bizzarra, in parte assurda, un po’ folkloristica, a tratti fricchettona ma, al tempo stesso, ricca di spunti di riflessione di sicuro interesse fece sì che si arrivasse prima all’esordio col botto in Emilia Romagna (7% alle Regionali del 2010) e poi al trionfo alle Politiche del 2013, favorito dall’appoggio al governo Monti imposto a Pierluigi Bersani per quasi due anni dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e da un PD incapace di assumersi la responsabilità di prendere le redini del Paese in una fase difficilissima e sempre volto alla manovra di palazzo, fino ad allearsi nei governi tecnocratici di unità nazionale con quella destra (Giorgia Meloni compresa, in quanto ancora membro del Partito delle Libertà di Berlusconi, prima di fondare Fratelli d’Italia nel dicembre del 2012) che aveva condotto l’Italia sull’orlo dell’abisso.
Ci fermiamo qui con la cronaca politica. Siamo voluti arrivare a questo punto per rendervi partecipi di una riflessione corale che, prima o poi, andrà svolta, e noi ci abbiamo provato. Genova 2001, difatti, determinò le future evoluzioni del quadro politico, economico e sociale del nostro Paese: il disincanto e il trauma di chi aveva vent’anni in quei giorni, il rifiuto successivo della partecipazione attiva, lo shock collettivo poi tramutatosi in rabbia, la crisi del sindacato e l’inadeguatezza dell’attuale classe dirigente, formatasi in soggetti che non avevano più né la struttura né i riferimenti culturali dei partiti novecenteschi ma nemmeno la volontà di impegnarsi a immaginare un futuro diverso e a riorganizzarsi sulla base di un’ideologia adatta alle sfide del Ventunesimo secolo. Ci provò, con successo, un comico, puntando su temi concreti e ben radicati nel cuore dell’elettorato di sinistra: acqua pubblica, no al nucleare, onestà, libertà d’informazione, tutte battaglie un tempo patrimonio della sinistra. Le ha interpretate all’interno di una cornice come minimo problematica, portando alle estreme conseguenze la negazione dell’esistenza dei concetti di destra e sinistra (che invece esistono eccome, e la successiva evoluzione del Movimento ne è la prova), assecondando la vulgata anti-migranti da tempo in auge nel nostro Paese e provocando anche danni non secondari al sistema politico, già di per sé in piena decadenza: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, per dire, costituisce un vulnus mai sanato che è alla base delle difficoltà del M5S stesso sui territori.
Non vogliamo arrivare fino a Giuseppe Conte né sottolineare che la sua svolta sia stata necessaria di fronte al bivio fra un passato che ormai aveva esaurito la spinta propulsiva (l’atteggiamento patriarcale e proprietario dell’ultimo Grillo spiega meglio di qualunque analisi il suo sostanziale, e personale, declino) e un avvenire da conquistare, benché ricco di incognite. Vogliamo ribadire, invece, che il vuoto causato da Genova e dalle mancate risposte fornite a richieste di puro buonsenso, ormai patrimonio del pensiero progressista mondiale – da Jeremy Corbyn a Bernie Sanders, passando per Jean-Luc Mélenchon e tutte e tutti coloro che hanno capito che il neo-liberismo gentile, la Terza via e altri demoni hanno fallito –, quel vuoto in Italia è stato colmato dalla più improbabile delle compagini, capace, sia pur in maniera bizzarra, di alzare i vessilli della giustizia sociale, dei diritti umani e della dignità della persona. Il che chiarisce, se ancora ce ne fosse bisogno, per quale motivo la crociata grillina avesse in sé i germi della propria deriva (non a caso, vaneggiava di un Movimento “biodegradabile”, mancando implicitamente di rispetto alla propria stessa comunità), non potendo resistere a lungo alla necessità di fare politica seguendo i criteri e le regole della politica. Tuttavia, spiega anche per quale motivo in Italia siano diventate impossibili le avventure di qualunque sinistra radicale, sul modello delle summenzionate esperienze internazionali: in politica, infatti, gli spazi si creano o si occupano, e quello spazio l’ha occupato, a partire dal 2010, il M5S. Abbattuto il governo Conte II ad opera di Renzi e innalzato sull’altare il “grillino” Mario Draghi (e qui le responsabilità del comico genovese sono atroci), l’argine è venuto meno e la furia popolare di un Paese impoverito dal Covid e segnato da decenni di predicazione anti-politica ha trovato nel melonismo e nel salvinismo la sua collocazione naturale. Nulla è avvenuto per caso, comprese le dimissioni del tecno-leader máximo nel 2022, il ritorno alle urne e la mancata alleanza elettorale PD/M5S che ha consegnato la vittoria all’estrema destra: è stato un disegno lucidissimo, perseguito dai padroni del vapore per assicurarsi la difesa dei propri privilegi e assecondato da coloro che, anche all’interno del Movimento 5 Stelle stesso evidentemente, hanno ceduto alla dolcezza del potere.
Piazza Alimonda è ancora lì, incastonata nel cuore di Genova. Ogni 20 luglio qualcuno la rinomina “piazza Carlo Giuliani” e, in fondo, è giusto così. Per Carlo non c’è mai stato un processo, quelli per la Diaz e Bolzaneto appartengono ormai alla storia e se siamo rimasti all’onor del mondo, il merito è dei Pubblici Ministeri che si batterono per garantire, in nome del diritto, verità e giustizia alle vittime, pagando per questo un prezzo altissimo in termini di carriera, mentre molti dei colpevoli di quella mattanza hanno ottenuto in seguito prestigiosi incarichi. Quanto alla politica, sia detto senza qualunquismi di sorta, basta dare un’occhiata a una seduta a caso di Camera e Senato del 2025 per rendersi conto di com’eravamo e di come siamo diventati. E il disastro non è certo solo italiano.
PHOTO CREDITS: Han Soete, Flickr – CC BY-NC-SA 2.0

