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Venerdì 19 giugno a Firenze, nel quartiere di Gavinana, una mobilitazione di circa cinquemila persone ha risposto alla “passeggiata identitaria” organizzata da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci con un corteo pacifico e colorato. La provocazione del leader di estrema destra, fautore della “remigrazione”, era esplicita: Gavinana è un luogo simbolo della resistance partigiana e proprio qui il 20 giugno 1944, 82 anni fa esatti, i nazisti fecero strage dei giovani della Brigata Sinigaglia, “una strage che nessuno ha dimenticato anche se sono passati 82 anni”, ha scritto Flavia Amabile su La Stampa.
Pubblichiamo di seguito l’intervento integrale di Antonella Bundu, di Sinistra Progetto Comune, dal palco della manifestazione. Nei giorni scorsi, in forza del Decreto sicurezza, Bundu è stata colpita, insieme ad altre tre persone parte dell’organizzazione sindacale SUDD Cobas, da una sanzione amministrativa molto pesante a seguito del presidio contro la remigrazione tenuto a Prato il 7 marzo scorso. 10mila euro di sanzioni sono state comminate a Bundu e a un altro militante, e 30mila euro ai sindacalisti. Quella della sanzione amministrativa è l’ultima trovata repressiva dei governi che intendono in tutti i modi scoraggiare le lotte e le mobilitazioni, con quelle di natura sindacale particolarmente nel mirino.
“Remigrazione” non è una semplice proposta tecnica o amministrativa. È una linea politica che mette al centro l’idea che l’appartenenza non dipenda dai diritti di tutela dell’individuo, compreso quello di cittadinanza, ma da un giudizio identitario, culturale o persino basato sull’aspetto fisico su chi appartiene e chi no.
Per questo riteniamo che ronde, passeggiate identitarie e raduni che promuovono la remigrazione non possano essere considerati semplicemente come una delle tante opinioni presenti nel dibattito pubblico.
La questione non riguarda una differenza di idee qualsiasi. Riguarda progetti politici che mettono in discussione l’uguaglianza delle persone e la legittimità stessa della presenza di una parte della popolazione all’interno della comunità. Quando un progetto politico individua categorie di persone che dovrebbero essere allontanate, espulse o private della piena appartenenza alla società, siamo di fronte a una proposta che colpisce i principi fondamentali dell’uguaglianza.
Oggi è il 19 giugno. Nel dibattito di questi giorni in molti hanno collegato le deportazione dell’ICE in America a progetti come quelli di Vannacci e della remigrazione.
Il Juneteenth ci ricorda che la libertà non è mai un punto di partenza già garantito. Il 1° gennaio 1863 la schiavitù venne formalmente abolita con la Emancipation Proclamation, ma fu solo il 19 giugno 1865, con l’arrivo dell’esercito a Galveston, che quella libertà divenne reale anche per gli ultimi schiavi del Texas. Due anni e mezzo di distanza tra la legge e la vita.
E questo è il punto: non basta scrivere un diritto perché quel diritto esista davvero. Non basta sottoscrivere principi, non basta dichiarare che qualcuno “non è fascista”, non basta firmare codici etici o dichiarazioni di antifascismo perché la realtà politica cambi sostanza. Lo stesso vale negli spazi pubblici: non è una firma a definire la natura politica di ciò che viene poi messo in piazza.
Per questo abbiamo ritenuto necessario mobilitarci quando è stato concesso uno spazio pubblico a un raduno remigrazionista nazionale il 7 marzo scorso a Prato, per diffondere queste posizioni, e per questo siamo stati sanzionati: io e Riccardo fino a 10.000 euro, Sara e Luca fino a 30.000.
E non possiamo ignorare il valore simbolico dei luoghi e delle date. A Prato la memoria delle deportazioni nazifasciste si commemorava quel giorno – Il 7 marzo 1944, dopo gli scioperi che attraversarono molte fabbriche italiane, 133 lavoratori pratesi furono arrestati e deportati nei campi di concentramento nazisti. Operai che avevano rivendicato dignità, salario e libertà. Tornarono solo in 18.
Contrastare manifestazioni remigrazioniste non significa limitare la democrazia. Significa difendere l’idea che la dignità e i diritti delle persone non possano essere oggetto di votazione o di negoziazione.
Siamo qui oggi a Gavinana a difendere il quartiere, a difendere gli operai di Prato di oggi, che siano pachistani o italiani. Non è l’operaio pachistano la causa del calo del potere d’acquisto dell’operaio italiano. Noi oggi siamo qui per difendere chi vorrebbe sgomberare presidi antifascisti come La Polveriera, e oggi che ci troviamo nel quartiere di Gavinana siamo a difendere il presidio del CPA Firenze Sud, perché questi spazi non sono semplici luoghi fisici, ma luoghi in cui si costruisce mutualismo, conflitto sociale, solidarietà e organizzazione dal basso. Difenderli significa difendere la possibilità stessa che esista una voce collettiva capace di opporsi alla normalizzazione del razzismo, della repressione e delle politiche di esclusione.
E difendere questi spazi significa anche difendere un’idea minima di dignità. Il razzismo, il fascismo, la repressione, la guerra, la violenza di genere, lo sfruttamento del work e la precarizzazione non sono fenomeni separati. Si alimentano a vicenda. E lo stesso sistema che chiude fabbriche e comprime i salari è quello che costruisce paura del migrante e legittima politiche di esclusione.
Per questo le lotte o si tengono insieme oppure vengono sconfitte.
La Gkn è una fabbrica chiusa da quel medesimo sistema economico che alimenta precarietà, impoverimento e competizione tra i più fragili.
Queste connessioni hanno una storia lunga nel movimento operaio e nei territori. Le casse di resistenza e le pratiche di mutualismo nascono proprio per reggere lo scontro sociale quando il lavoro viene colpito, quando lo sciopero significa isolamento e bisogno materiale, quando la solidarietà è una forma concreta di lotta collettiva.
Ricordiamoci della lotta degli operai GKN, da cinque anni sotto attacco e sotto la minaccia di sgombero. L’11 e il 12 luglio si terranno due giornate di assemblea e mobilitazione per ricordare questi cinque anni di lotta, resistenza e solidarietà.
Serve la capacità di tenere insieme ciò che nella realtà è già intrecciato: lavoro, conflitto sociale, mutualismo e solidarietà. Perché quando non si riesce a dare una risposta collettiva a processi che cercano di legittimare l’esclusione, si lascia spazio alla loro normalizzazione.
Chiamiamo le cose con il loro nome: questa non è solo una manifestazione antifascista, è profondamente antirazzista.
È antifascista perché rifiuta un’idea di società fondata su gerarchie, autorità e violenza, in cui qualcuno può decidere dall’alto chi ha diritto di stare e chi no. Ed è antirazzista perché si oppone a qualsiasi progetto politico che costruisce differenze di valore tra le persone sulla base dell’origine, del colore della pelle, della lingua, della religione o della storia familiare.
La remigrazione non è una proposta neutra o tecnica: è un’idea xenofoba e razzista di selezione dell’umanità, che mette in discussione l’uguaglianza concreta tra chi vive, lavora e studia nello stesso territorio. Per questo antifascismo e antirazzismo qui non sono slogan separati, ma sono tutti e due nomi e concetti che vanno difesi.
Perché chi alimenta il razzismo e chi sfrutta il lavoro spesso prosperano sulle stesse fratture sociali. E non esiste una vera risposta a questi rigurgiti se non siamo capaci di unire la lotta contro il fascismo, contro il razzismo, contro lo sfruttamento e contro la guerra.
Se lasciamo queste battaglie separate, perdiamo tutti.
Come ha scritto Angela Davis, il Juneteenth non è solo una commemorazione storica della fine della schiavitù, ma un momento per «rinnovare il nostro impegno nella lotta per la libertà» e continuare a costruire percorsi di liberazione nel presente.
E questo significa una cosa semplice ma radicale: o i diritti sono di tutte e tutti, oppure non sono diritti.
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CREDITI FOTO: Antonella Bundu

