Wednesday 05/08/2026, 22:54
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“Un’altra difesa è possibile”. Rifacendosi allo slogan storico del , nei mesi scorsi un coordinamento di realtà del movimento non violento e pacifista ha presentato una nuova versione di una proposta di legge di iniziativa popolare, già avanzata negli anni scorsi con altre formulazioni, per l’istituzione di un “Dipartimento per la Difesa civile non armata e non violenta”. La proposta di legge di iniziativa popolare può essere presentata solo se accompagnata da almeno 50mila firme. Al momento ne sono state raccolte circa 19mila, il 38%. La raccolta firme si chiuderà a metà settembre.

Si tratta di un’iniziativa palesemente controcorrente rispetto alla grancassa del dibattito politico mainstream, tutta orientata verso l’ineluttabilità del , ormai considerato il nuovo bacino di sviluppo del profitto capitalistico persino dagli Uffici studi dei Governi, come abbiamo rivelato su Kritica attraverso un indagine approfondita di Paolo Butturini sulle politiche britanniche.

Abbiamo perciò intervistato uno dei promotori della campagna, Mimmo Cortese, fondatore dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia, per approfondire le ragioni di questa proposta e i suoi principali punti critici.

Nel nostro ordinamento esistono già leggi per la difesa civile e non violenta. Perché questa proposta di legge ora, e perché l’istituzione di un “Dipartimento”?

In Italia esistono i cosiddetti : unico organismo istituzionale che dovrebbe dare luogo a progetti per la difesa civile non armata e nonviolenta, sono stati in realtà istituiti in maniera frammentaria e surrettizia, in alcuni provvedimenti presi tra il 2011 e il 2015. Oggi rappresentano, di fatto, né più né meno che una sorta di Servizio Civile all’estero, attuato peraltro in forma sperimentale, con soli quattro bandi emessi in oltre un decennio e dagli esiti che hanno messo in luce non pochi elementi di criticità, proprio riguardo alla specificità del mandato dei Corpi civili di pace, come ha evidenziato il rapporto di valutazione presentato dal Centro Interdisciplinare Scienze per la pace dell’Università di Pisa nel dicembre 2025.

La riduzione di tali corpi a una sorta di servizio civile evidenzia la trasfigurazione profonda della proposta originaria, sorta da una delle ultime intuizioni di Alex Langer: dare vita a quell’“esercito di civili addestrati in modo raffinato nell’arte della pace”. Un’idea, e un’esigenza, affiorate nella temperie brutale della guerra in Bosnia, e dalla lunga storia italiana di rifiuto di difendere la patria con le armi, che si è tradotto nella lotta per l’obiezione di coscienza.

Il Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta che si formerà in base alla nostra proposta di legge di iniziativa popolare sarà istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, e rimetterà al centro del suo programma e delle sue pratiche il nucleo originario attorno al quale è stato concepito.

Che tipo di politiche pratiche servirebbero per mettere in piedi un Dipartimento, e con che criterio verrebbero nominati i loro funzionari? 

Il Dipartimento dovrà predisporre e aggiornare i programmi nazionali di difesa civile, non armata e nonviolenta, curando l’attuazione e la formazione del personale e della popolazione; avviare attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche; favorire iniziative di prevenzione dei conflitti, riconciliazione, mediazione, promozione dei diritti umani, educazione alla pace e , con particolare riferimento alle aree di crisi; organizzare e coordinare le strutture della difesa civile, non armata e nonviolenta e l’impiego del personale ad esse assegnato. 

Sul piano istituzionale, la formazione di una nuova struttura dell’apparato statale, partendo da uno dei capisaldi delle pratiche nonviolente – ovvero la coerenza e il riavvicinamento più stretto tra mezzi e fini –, potrebbe e dovrebbe avere conseguenze tanto innovative quanto dirompenti all’interno dell’ordinamento pubblico e della filiera burocratica ancorata, da sempre, a una visione gerarchica nella quale i rapporti sono stabiliti, in via esclusivamente verticale, per supremazia e subordinazione.

Non pensiamo di scardinare in un colpo solo una cultura, e una struttura, dalle radici strettamente avvinghiate a quel sistema. Tuttavia, ci sono strade e modalità per ridisegnare anche i rapporti burocratici, i criteri sui quali si fondano le relazioni e la comunicazione, indicare la trasparenza assoluta e un linguaggio chiaro e appropriato come vincoli inaggirabili; sviluppare una ramificazione territoriale robusta, rispettosa e costantemente bidirezionale, favorire l’approccio aperto e condiviso nella costruzione e nella formulazione delle scelte, nella presa delle decisioni e del successivo monitoraggio, attivare il metodo del consenso per sciogliere nodi e posizioni controverse.

Il punto, quindi, non è legato esclusivamente ai criteri con i quali verranno nominati i futuri funzionari del Dipartimento ma soprattutto a dare corpo a una diversa modalità di pensare il servizio pubblico, il ruolo istituzionale e la relazione con la cittadinanza. 

Che funzioni avrebbe invece il Consiglio nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta?

Come indicato nella proposta di legge, il Consiglio nazionale per la difesa civile avrà funzioni consultive e di raccordo -istituzionale, per la cui composizione e modalità di funzionamento si dovrà stendere un apposito regolamento. Questo farà sì che si possa intervenire in operazioni di peacekeeping e peacebuilding non armate e nonviolente, progetti di interposizione e mediazione in aree di crisi: tutti scenari che, com’è evidente, vanno coordinati tra diversi ministeri nella massima chiarezza e condivisione.

Scrivete che questo Dipartimento “andrà a coordinare i Corpi civili di pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo operando in sinergia con protezione civile e servizio civile universale”. Cosa fanno esattamente i Corpi civili di pace e in che modo si costituiscono?

Come dicevo all’inizio, gli attuali, pochi progetti avviati con la formazione di Corpi civili di pace, hanno avuto esiti significativi dal punto di vista dell’esercizio del servizio civile all’estero, ma hanno mancato gli obiettivi legati allo spirito originario, quello che ambiva alla trasformazione nonviolenta dei conflitti attraverso strumenti di mediazione ed interposizione, e come forma di difesa civile non armata e nonviolenta.

Il Dipartimento dovrà dare continuità e indirizzo ai Corpi civili di pace attraverso un’attività formativa ininterrotta, esercitazioni periodiche, programmi di studio e aggiornamento strutturali cui anche l’Istituto di ricerca per la pace e il disarmo dovrà fornire strumenti, orientamento, metodologie. Da questo punto di vista il collegamento con la Protezione Civile è essenziale anche sul piano della gestione e dell’organizzazione dei Corpi civili di pace. 

I pochi bandi presentati nel decennio appena trascorso, oltre ad avere reiterato macchinalmente la formula “sperimentale” si sono sempre esauriti nell’arco di una annualità, lasciando spesso sia nei volontari, sia tra i beneficiari dei progetti, una sensazione di evanescenza, di aleatorietà, come ben rileva il rapporto precedentemente nominato.

La struttura della Protezione civile – oltre ad interessare e coinvolgere tutta la cittadinanza, non solo i giovani, attraverso una ramificazione territoriale che va dai luoghi di , alle scuole, alle amministrazioni locali – si fonda sullo studio e la previsione delle diverse tipologie di eventi calamitosi. E cosa sono la guerra, i conflitti armati, se non eventi funesti, disgrazia e rovina nel loro massimo dispiegamento? La Protezione civile si occupa delle loro specifiche conseguenze, delle modalità per portare soccorso e per cercare di ripristinare, nei modi più efficaci e rapidi possibile, la situazione precedente il disastro. Inoltre, attiva costanti programmi e progetti di protezione e prevenzione, per non dire delle periodiche esercitazioni per essere pronti a interventi rapidi ed efficaci. Il futuro Dipartimento, e gli uomini e le donne che faranno parte dei Corpi civili di pace, avranno molto da apprendere e da mettere a frutto dalla storia e dall’esperienza maturata in diversi decenni dalla Protezione civile.  

In un tempo in cui il riarmo sembra ormai diventato il business del nuovo millennio e in cui la politica tutta spinge verso una nuova normalizzazione della guerra e della militarizzazione, che basi e sponde politiche può trovare una proposta come questa? Ci sono partiti o forze politiche che la appoggiano, e in che modo?

Fino ad oggi diversi settori delle forze che si richiamano al campo largo, tra cui parlamentari italiani ed europei – ultima Ilaria Cucchi, ndr –, hanno firmato la proposta e faranno sì che il Dipartimento possa nascere attraverso l’approvazione di una legge. Soprattutto, oltre alla stragrande maggioranza dell’universo pacifista e amico della nonviolenza, una parte del movimento che si è espresso con grande forza negli ultimi anni contro guerre, riarmo, ingiustizie, sopraffazione e disumanità, a partire dall’Ucraina fino a Gaza, ha compreso il significato profondo della nostra proposta di legge.

Si tratta in buona parte di un popolo che non fa riferimento diretto a partiti o organizzazioni politiche e sociali, che sorge spesso spontaneamente in consessi non organizzati, ma è certamente figlio di quella grande e composita realtà che si manifestò a Genova nel 2001 e che ha tenuto stretto in questi decenni il filo rosso che immagina, e in certa misura edifica già, un mondo di relazioni diverse da quelle predatorie e tracotanti adottate dai diversi governi in questo inizio di millennio. Relazioni aperte e solidali, egualitarie, libere e rispettose della libertà altrui. 

Che garanzie di applicazione reale avrebbe, una volta che passasse la legge, se la politica al governo, di qualsiasi colore peraltro, è ormai saldamente indirizzata verso il riarmo e la normalizzazione della guerra nelle nostre vite?

Le leggi, in un Paese democratico, sono organismi “viventi”: ce lo dice la storia. Allo Statuto dei e alla gran parte di quelle leggi che hanno reso più “civile” questo paese, dalla legge Basaglia al diritto di famiglia, ai consultori familiari, fino alla legge sull’interruzione di gravidanza, si è giunti attraverso la lotta e attraverso il presidio di quanto ottenuto tramite il conflitto democratico. Le garanzie in democrazia si autoproducono solo così: con la pratica quotidiana, la cura, la manutenzione, la gestione e l’autogestione degli spazi, dei servizi e delle strutture pubbliche; nei casi di aggressione e di attacco da parte di forze reazionarie, si difendono con il conflitto e la lotta nonviolenta. I governi non sono enti “superiori”, devono rendere effettivo l’esercizio dei diritti e delle prerogative costituzionali e devono facilitare, agevolare, attivare coordinamento e organizzazione delle reti e delle strutture locali e dell’azione pubblica condotta da cittadini e cittadine, se sono governi “buoni”.  

La difesa civile, non armata e nonviolenta di una popolazione nei confronti di un aggressore o un occupante può davvero rappresentare una efficace forma di resistenza? Non c’è il rischio che promuoverla delegittimi la validità della resistenza armata, che oggi tanti Stati anche democratici provano capziosamente a equiparare al terrorismo? In che modo, se ci sono esempi nella Storia, un popolo può scacciare un occupante o un invasore tramite la resistenza non-violenta?

La storia recente è ricca di lotte nonviolente contro regimi dispotici, sanguinari e dittatoriali, contro aggressori e occupanti di popoli e Paesi. In un rigoroso e importante studio di Erica Chenoweth, Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio, con la resistenza civile (Edizioni Sonda, traduzione di Elisabetta Craveri, ndr), viene messo in luce, analizzando gli ultimi 120 anni di lotte, di resistenze e di guerre sviluppatesi nel pianeta, che la via nonviolenta ha raggiunto obbiettivi e successo in una misura di gran lunga maggiore delle scelte armate e militari, queste ultime fallimentari in oltre il 70% dei casi presi in esame.

Avremmo dovuto già rendercene conto se avessimo guardato con occhi non appannati dal pregiudizio come si sono disciolti i regimi dell’ex Unione Sovietica, come sono cadute tutte le dittature militari sudamericane del secolo scorso, che importanza hanno avuto le importanti elaborazioni che da Vaclav Havel hanno portato fino ad , e infine come si è arrivati ad un Sudafrica libero dalla più brutale violenza e repressione incamminatosi, attraverso la strada tracciata dalla “Commissione per la verità e la riconciliazione”, verso un paese libero e democratico.

Ma abbiamo preferito adagiarci, e molti purtroppo lo fanno ancora, sul luogo comune, fondato più su una superstizione che su un pensiero minimamente verificato e razionale, che avere un’arma in mano sia il modo più sicuro ed efficace di difendersi o di riconquistare libertà e dignità perdute. La lotta nonviolenta è certamente la forma di lotta più efficace se guardiamo razionalmente ai fatti e agli esiti delle avventure armate ma questo parametro, pur essendo fondamentale, non è quello più significativo. La cosa più importante, uno dei fondamenti della prassi nonviolenta, è la coerenza più stretta tra mezzi e fini, poiché nei primi sono già potenzialmente compresi gli esiti futuri della lotta. Se lotto contro la pena di morte e l’assassinio come strumento politico utilizzando strumenti di morte e assassinio politico, metto palesemente in crisi la mia credibilità.

Come affermava lucidamente Aung San Suu Kyi “Non credo nella lotta armata perché confermerebbe la tradizione secondo cui il potere è nelle mani di chi usa meglio le armi. Anche se il movimento democratico dovesse affermarsi con la forza delle armi, la gente continuerebbe a pensare che alla fine vince sempre il più forte. E questo non favorirebbe la democrazia”. Poi, nelle questioni umane, non c’è nulla di scontato e determinato automaticamente. La stessa leader birmana, prima di essere nuovamente arrestata dai militari golpisti del suo paese, ha crudelmente contraddetto se stessa per le scelte violente e repressive prese nei confronti dei Rohingya ma proprio per questo, per questa sanguinante contraddizione, le sue parole escono ancor più rafforzate.

Che l’opzione della resistenza armata sia una scelta legittima da parte di popoli e paesi aggrediti o invasi non può metterlo in discussione nessuno; che questa strada possa portare liberazione, giustizia, dignità lo ha messo pesantemente in discussione l’enorme montagna di fallimenti che essa ha prodotto: la superstizione, il pensiero magico, su cui è fondata, e quella sinonimia tra forza e violenza, tracotanza, prepotenza, che non ha nessun fondamento né linguistico, né scientifico ed è una delle cartine dí tornasole per comprendere se una politica è ancorata a una visione patriarcale oppure no. Poiché proprio quella cultura, arcaica, quella del bastone, del sangue e della sottomissione al maschio regnante ha dato luogo alla storia lunghissima di abusi e brutalità che ancora oggi non riusciamo a superare. 

Nel passato la visione antimilitarista e antibellicista della società ha conseguito risultati importanti che forse oggi, con il senno di poi, sono stati sottovalutati e poco riflettuti su un piano sociale più ampio come le grandi conquiste che erano, per esempio l’abolizione della leva obbligatoria. Si è mancata l’occasione per fondare, a partire da questi cambiamenti materiali ottenuti, un’idea di società alternativa? Ma qualcosa forse è sedimentato, se oggi la maggior parte dei giovani sembra tutt’altro che entusiasta all’idea di dover essere di nuovo obbligata a vivere secondo i principi della guerra e del militarismo. È troppo tardi per recuperare quelle conquiste e difenderle, nel momento in cui non tanto la società nel suo assieme, quanto le sue élite, capitalistiche in particolar modo, sembrano ormai chiaramente aver stabilito che la prossima grande fonte di profitto e accumulazione deriverà dalla militarizzazione sociale e dalle guerre?

L’analisi contenuta in questa domanda è fondata. Vale per molti aspetti anche per i tanti movimenti di liberazione che hanno scosso il globo, non solo l’occidente, tra gli anni sessanta e settanta: grandi, spesso durissime, lotte  per cambiamenti ed aperture che in molte situazioni non hanno dato luogo ad una convivenza – dolorosa ma potenzialmente fruttifera – con le contraddizioni che emergevano tra il desiderio e il processo conflittuale che si determinava nell’incontro/impatto con la realtà. Contraddizioni che spesso sono esplose tra le mani di chi lottava. Nonostante ciò molto è rimasto e ha tenuto, a partire dalle profonde elaborazioni teoriche e pratiche collettive e personali del movimento femminista fino, sì, alle lotte antimilitariste e antibelliciste che hanno dato luogo a quell’importante movimento per l’obiezione di coscienza al servizio militare, pagata col carcere da tanti compagni ed obiettori.

Oggi quel movimento riprende parola nelle nuove generazioni, non solo contro le guerre e il riarmo ma soprattutto contro la nuova tambureggiante militarizzazione, pagata dalla lobby armiera, che dalle scuole e dai luoghi dell’educazione e della cultura spinge, assieme al ministro della difesa  “a considerare la preparazione armata come unica forma di difesa del paese, normalizzando l’idea che i conflitti si risolvano con la guerra alla quale essere sempre pronti  come ha scritto Pasquale Pugliese del Movimento Nonviolento in un recente articolo. Proprio qui si innesta, ribaltandone fini e presupposti, la nostra proposta di legge: le parole protezione, difesa, sicurezza, cura non possono declinarsi, assumere sostanza e alimento attraverso gli strumenti e le pratiche che appartengono alla sfera della violenza, della prepotenza, dell’assassinio, se non con una gigantesca operazione di propaganda fondata sulla menzogna.

C’è un modo secondo voi per fare sì che la volontà di costruirsi come società non-violente diventi un programma internazionale, capace di rivolgersi anche a corpi sociali, come quelli israeliani per esempio, ma non solo, in cui la differenza fra e corpi militari sembra essersi del tutto annullata?

Etty Hillesum, in una delle pagine sue diario, nel pieno della più imponente e organizzata operazione di annientamento di un popolo, scrisse: “Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero”. Ecco cosa siamo chiamati a fare. La società israeliana non è fatta solo di barbari sanguinari sopraffattori. Ci sono molti soggetti che nonostante le politiche genocidiarie del governo Netanyahu non hanno mai smesso di costruire ponti ed incontri con i palestinesi. Ci sono, non da oggi, i refusenik, che non hanno timore di essere imprigionati e vessati piuttosto che assassinare e depredare uomini e donne a Gaza o nelle colonie. Anche qui il filo che ci lega a loro, e a una parte grande del popolo palestinese, è la resistenza e la lotta nonviolenta. Un filo che attraversa il globo, dalla Palestina all’Ucraina, da a Minneapolis. Una lingua comune che riconosce la parola umanità in ogni bambino del pianeta. 


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando il link e inserendo la fonte all’inizio.

CREDITI IMMAGINE: Difesacivilenonviolenta.org

Author

  • Federica D'Alessio

    Journalist, founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. She has won several awards including the Premio Luchetta - Stampa italiana in 2022.

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