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Wa’am Abu Daqa ha 18 anni, si è sposata giovanissima, nel sud di Gaza. Suo figlio, Mohammed, ha poche settimane appena ed è già orfano. Il padre, marito di Wa’am, anch’egli poco più che adolescente, è morto ucciso dalle forze militari israeliane durante gli attacchi di questi mesi. Ora Wa’am e sua madre, Halima Abu Daqa, sono sole a prendersi cura del neonato, in una tenda sulla riva del mare, a Khan Younis. Ogni giorno cercano cibo per il neonato presso il centro umanitario “americano”, come lo chiamano a Gaza, il famigerato centro della Gaza Humanitarian Foundation attraverso il quale Israel e i suoi complici distribuiscono l’affamamento, non il cibo, agli abitanti di Gaza.
Con l’arrivo dell’autunno, la piccola tenda che ospita i tre si sta facendo sempre più inospitale: le onde la bagnano, il freddo penetra. Mohammed non sa ancora cosa significhi essere nato a Gaza nel mezzo di un genocide, ma la sua esistenza appena cominciata ne porta già tutti i segni.










