Wa’am Abu Daqa ha 18 anni, si è sposata giovanissima, nel sud di Gaza. Suo figlio, Mohammed, ha poche settimane appena ed è già orfano. Il padre, marito di Wa’am, anch’egli poco più che adolescente, è morto ucciso dalle forze militari israeliane durante gli attacchi di questi mesi. Ora Wa’am e sua madre, Halima Abu Daqa, sono sole a prendersi cura del neonato, in una tenda sulla riva del mare, a Khan Younis. Ogni giorno cercano cibo per il neonato presso il centro umanitario “americano”, come lo chiamano a Gaza, il famigerato centro della Gaza Humanitarian Foundation attraverso il quale Israele e i suoi complici distribuiscono l’affamamento, non il cibo, agli abitanti di Gaza.
Con l’arrivo dell’autunno, la piccola tenda che ospita i tre si sta facendo sempre più inospitale: le onde la bagnano, il freddo penetra. Mohammed non sa ancora cosa significhi essere nato a Gaza nel mezzo di un genocidio, ma la sua esistenza appena cominciata ne porta già tutti i segni.

Sono nato nel 2001 e sono di Gaza. Regista e direttore di fotografia, ho lavorato a lungo come media producer per numerosi canali TV e agenzie. Non mi sarei mai aspettato di diventare un fotografo di guerra. Mi sono avventurato nel periodo difficile che stiamo attraversando per raccontare ciò che le persone vivono qui, e produrre storie e documentari sulla realtà umana di Gaza.










