venerdì 03/04/2026, 5:16

    “Una giornata storica”, “un risultato straordinario”. Così da più parti hanno salutato il raggiungimento dell’accordo tra Israele e Hamas, mediato da Donald Trump e con gli sforzi di Qatar, Egitto e Turchia. L’atto segna la prima fase per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e per il rilascio degli ostaggi. Nelle ore successive sui social e nei media di tutto il mondo si sono susseguite le immagini del popolo palestinese in festa dopo la diffusione della notizia. Una gioia comprensibilmente incontenibile, quella dei palestinesi di Gaza, arrivata dopo due anni di genocidio.

    Che di genocidio si tratti è stato sancito, lo scorso settembre, da una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, l’ultima istituzione in ordine di tempo a riconoscerlo, dopo altre autorevoli realtà. Fra queste, l’International Association of Genocide Scholars, il Lemkin Institute for Genocide Prevention, Human Rights Watch, Amnesty International e le ONG israeliane B’tselem e Physicians for Human Rights.

    Anche la Corte Internazionale di Giustizia, all’inizio del 2024, aveva riconosciuto la plausibilità che Israele stesse violando la Convenzione sul genocidio. E aveva emesso ordinanze cautelari nei confronti di Tel Aviv, misure sistematicamente ignorate dallo Stato ebraico, ma anche dai suoi alleati occidentali che avrebbero dovuto esercitare pressione per prevenire il genocidio.

    Eman Abu Zayed e i sentimenti contrastanti dei palestinesi

    “Quando ho sentito la notizia dell’accordo, i miei sentimenti sono stati contrastanti. Naturalmente desidero che la guerra finisca, ma come possiamo riavere tutto ciò che abbiamo perso a causa dei bombardamenti? Chi ci restituirà le nostre case, i nostri amici, la nostra vita? Sono comunque grata che le morti e lo spargimento di sangue si siano fermati. Questo mi dà un po’ di sollievo e di felicità”. A parlare da Al-Nuseirat, campo profughi al centro della Striscia di Gaza, a circa cinque chilometri a nord-est della città di Deir al-Balah, è Eman Abu Zayed,  scrittrice e traduttrice palestinese di 22 anni.

    Qualche giorno prima, un suo editoriale pubblicato da Al Jazeera aveva ottenuto spazio anche sui media nostrani per le parole di gratitudine rivolte al nostro Paese, le cui piazze sono state percorse, a partire dal 22 settembre, da una straordinaria mobilitazione di massa per chiedere la fine del genocidio e dell’occupazione illegale e per denunciare la complicità del governo italiano nel massacro del popolo palestinese.

    “Prima degli attacchi, non sapevo molto dell’Italia. Sono rimasta sbalordita quando ho visto le manifestazioni perché si trattava di un Paese non arabo che ci stava mostrando tanta solidarietà”, dice Eman. Le sue parole pubblicate da Al Jazeera – «Al popolo italiano e a tutti gli altri che si mobilitano per Gaza, voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, ci riempite il cuore di gioia» – hanno fatto subito il giro dei social, e sono apparse anche sulla copertina del settimanale Internazionale.

    Prima dell’offensiva scatenata da Israele, Eman studiava letteratura inglese con una specializzazione in traduzione presso l’Università Islamica di Gaza. Nei lunghi mesi successivi al fatidico 7 ottobre, durante i quali lei e la sua famiglia sono stati costretti a sfollare dieci volte, è stata la scrittura a sorreggerla e darle conforto.

    Dopo aver vissuto la perdita della propria casa, la morte degli amici e i bombardamenti continui – “esperienze che ci hanno provocato un profondo disagio, ansia e paura costanti”, scrivere è stata per la giovane donna una forma di terapia per liberare la pressione emotiva e affrontare la depressione. Ma anche un modo per far sentire al mondo la voce del suo popolo “perché conosca le nostre storie per come le abbiamo vissute davvero, non per come altri scelgono di raccontarle”. Il pensiero va, inevitabilmente, alle centinaia di giornalisti palestinesi presi di mira e uccisi da Israele che, peraltro, ha sempre impedito l’ingresso di reporter internazionali nell’enclave.

    “Onestamente, il mio timore è che la guerra possa ricominciare. L’accordo è stato firmato senza garanzie, quindi temo che i combattimenti possano riprendere all’improvviso, facendoci rivivere gli stessi orrori di prima”. Una paura fondata, dato che i due precedenti accordi per il cessate il fuoco, siglati a novembre 2023 e gennaio 2025, si sono rivelati entrambi fragili e sono finiti con la ripresa delle ostilità, segnata da nuove escalation e da un aumento della violenza da parte delle forze israeliane. “Quello che spero di vedere nei prossimi mesi è la ricostruzione delle case a Gaza, un afflusso di aiuti affinché nessuno soffra la fame, persone che vivono in sicurezza e che possano uscire senza paura. Vorrei non dover più sentire notizie allarmanti e poter finalmente liberare i nostri cuori dalla paura. Dopo due anni, spero che Gaza possa tornare com’era prima. Nei mesi precedenti al conflitto, la Striscia era un luogo bellissimo, con molte cose che stavano migliorando e sviluppandosi. Vorrei che possa tornare così. Che i bambini possano vivere la loro infanzia, andare a scuola e imparare, e che i giovani possano laurearsi”.

    Un nodo cruciale, quest’ultimo, se si pensa che l’offensiva militare israeliana ha causato il blocco totale del sistema educativo della Striscia. Secondo l’ultima valutazione del Global Education Cluster per i Territori Palestinesi Occupati, il 97% degli edifici scolastici a Gaza (547 su 564) ha subito danni. Nel novembre 2024, UNICEF calcolava che almeno 658.000 bambini in età scolare a Gaza avevano perduto la possibilità di partecipare a qualsiasi attività di apprendimento formale.

    Mire capitaliste su Gaza

    Eman non è la sola a porsi interrogativi sull’accordo. La stessa Al Jazeera ha sottolineato le incognite che si addensano soprattutto in relazione ai dettagli riguardanti il piano più ampio per raggiungere una pace duratura, che rimangono poco chiari. D’altra parte, la proposta in 20 punti formulata da Donald Trump sembra configurarsi come l’epilogo di una serie di mire di stampo capitalista su Gaza. Alcuni mesi fa, aveva sollevato scalpore il progetto “Gaza Riviera”, diffuso in tutto il mondo attraverso un video inverosimile, in puro stile trumpiano. Tra i registi del piano figuravano il genero del Presidente, Jared Kushner, che lo scorso gennaio ha raddoppiato la sua partecipazione in una società finanziaria e assicurativa israeliana che investe negli insediamenti illegali, ed eminenze grigie della finanza globale, come il gestore di hedge funds Bill Ackman.

    Il presunto piano di pace proposto da Trump sembrerebbe essere la parossistica realizzazione di tali intenti: è volutamente vago, opaco e prevede anche l’istituzione di un Board of Peace, il Consiglio della Pace, guidato dal presidente statunitense affiancato dall’ex premier britannico Tony Blair, un organismo tecnocratico che dovrebbe gestire i finanziamenti per la ricostruzione della Striscia e procedere con l’istituzione di una “zona economica speciale” con “tariffe preferenziali”, consegnata di fatto agli investitori, che avrebbero la piena facoltà di dettare le regole, e alle potenze occidentali, come l’Italia, pronta a fare la sua parte e a “contribuire alla ricostruzione e allo sviluppo di Gaza”, ha dichiarato Giorgia Meloni.  Il tutto, naturalmente, in barba al diritto all’autodeterminazione dei palestinesi di Gaza, le cui legittime rivendicazioni sembrano essere del tutto dimenticate nello scenario di un capitalismo senza democrazia.

    Ma se i governi perseverano nella loro complicità nei confronti di Israele, milioni di persone in tutto il mondo continuano a sostenere la giusta aspirazione alla libertà del popolo palestinese. È a loro che Eman Abu Zayed si rivolge da una Gaza in macerie ma mai davvero sconfitta: “Voglio mandare un messaggio all’Italia e a tutti i Paesi che hanno mostrato solidarietà con noi, che hanno manifestato per sostenere la nostra causa e hanno fatto tutto il possibile per fermare la sofferenza: siete stati la nostra speranza in mezzo a tutta questa difficoltà”.

    CREDITI FOTO: @Hamed Sbeata

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