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Nei giorni del sumud palestinese, dopo il cessate il fuoco, Alhassan Selmi marcia verso nord con migliaia di persone dirette verso case forse distrutte, ma animate da una speranza resistente. Da quel momento nasce Hassan e il genocidio, diario dell’assedio scritto con Raffaele Oriani e illustrato da Marcella Brancaforte. Con la fine della tregua, i palestinesi tornano a subire nuove forme di morte e parte un altro esodo, questa volta verso sud, simile a un corteo funebre. Eppure, il popolo meraviglioso continua a resistere: le sue parole, mai d’odio, custodiscono la responsabilità verso le vite che restano e l’eredità da tramandare.
L’amicizia e la solidarietà umana che intanto si sono rafforzate fra Alhassan Selmi, Raffaele Oriani e Marcella Brancaforte li porta a proseguire la loro opera di racconto comune. Pubblichiamo un estratto dal loro libro Il Popolo Meraviglioso (People Tracce). Ieri 18 dicembre Alhassan Selmi è arrivato in Italy, grazie all’iniziativa di evacuazione del rettore dell’Università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari. Con lui anche la giornalista Fatena Mohanna. Potranno trovare rifugio e riposo e abbracciare finalmente di persona i loro affetti, trovati e consolidati in questi anni di genocidio e sumud.
Il popolo meraviglioso
Sono anni di abiezione. E, per chi se l’è sentita, di cronaca dell’abiezione. Abbiamo visto cose che non potevamo neppure immaginare. Nei film dell’orrore certe cose non ci sono. A Gaza, sì. Da due anni, tutti i giorni. Ci sono le immagini, e ci sono le voci. Ci sono le persone e c’è quella maledetta sabbia, tutta uguale, che ha preso il posto delle forme ingombranti della città, di tante città che non ci sono più. Una volta, a Venezia, rimasi colpito dalla determinazione dei residenti che difendevano le loro calli dall’invasione turistica. Non parlavano di città. Se interrogati su ciò che volevano proteggere, dicevano sempre: “La nostra civiltà”. Da una città ci si può spostare: si chiude casa, si trasloca e si va in un’altra città. Ma se muore una civiltà? Ecco, a Gaza sta scomparendo una civiltà. Mi ci avvicino senza sapere e senza capire. Ma l’impressione di unicità è fortissima, non potrebbe essere più forte. Siamo di fronte a qualcosa che non c’è altrove. Più la distruggono e più resiste, più la inceneriscono e più produce tracce indelebili. Non so quanto potrà sopravvivere di tutto questo, di questa umanità, di queste perso1. Il popolo meraviglioso 8 ne, una per una. Ma so che la loro scomparsa sta lasciando una voragine, e dentro questa voragine hanno cominciato a guardare in tanti, milioni di persone di tutto il mondo che non parlano l’arabo, non pregano Allah, non sono mai state in Palestina. Con il giornalista palestinese Alhassan “Hassan” Selmi e l’illustratrice italiana Marcella Brancaforte, abbiamo pubblicato il volume Hassan e il genocidio. Gaza, un giornalista e i disegni che l’hanno salvato (People 2025). Racconta lo sterminio da vicino e da lontano, e le sue presentazioni ci hanno permesso di girare l’Italia da Brentonico, in Trentino, a Calvatone, nel Cremonese; da Ambivere, nell’Isola bergamasca, a Marzamemi e Niscemi, in Sicilia. Ovunque, tanta gente che si sporge su quest’abisso in fondo al quale, da due anni, soldati israeliani sterminano civili palestinesi. Gente che guarda e non ci crede, fa domande, tende la mano, si ritrae, non sa bene cosa fare. Hassan dice che di Gaza dobbiamo continuare a parlare. E così scrivo queste righe, inizio un nuovo libro, sempre lontano dagli eventi, ancora appiccicato alla loro eco. Ho fatto il giornalista, ma all’inizio del 2024 ho deciso che il mio mondo non era più frequentabile e ho cominciato a documentare la “scorta mediatica” che in Occidente – e in Italia in maniera del tutto particolare – ha accompagnato e reso possibile questo lunghissimo, centellinato genocidio. Sono in Italia, a Trieste, e, come le piccole folle che incontriamo parlando del nostro libro, guardo incredulo, faccio domande, mi sporgo sulla voragine, non so bene cosa fare. Allo stesso tempo, però, sono anche nel Nord di Gaza, faccio ancora il giornalista, documento, rischio la vita, ogni tanto ho la sensazione che non sia un rischio ma un’attesa. Sono qui con i miei compagni, i colleghi e i parenti, tutti in coda in attesa della morte. Quando ho la telecamera in mano, sono un bersaglio dell’esercito israeliano perché vedo e mostro troppo; quando mi ritiro in casa per curare la Family, sono un bersaglio perché lo siamo tutti. Io sono la voragine, mi chiamo Hassan e da due anni vivo immerso nel genocidio di Gaza. A ogni boato mi metto a correre, devo arrivare prima di tutti, devo espormi alle macerie, alle grida, al dolore. Sono l’unica contraerea del mio popolo, imbraccio la telecamera e riprendo la scena del crimine. Poi torno in fretta alla base, faccio l’editing, il montaggio, mando il servizio sul satellite e penso agli spettatori cinesi che da quasi due anni mi seguono con trepidazione, rabbia o indifferenza. Immagini e parole sono le nostre uniche munizioni. Questo è il mio work, il mio genocidio. Ogni volta che apro bocca, spero di riuscire a completare la frase che sto pronunciando. So che i droni, i caccia o i cecchini dell’esercito israeliano potrebbero incenerirmi ora, proprio ora, lasciando questa virgola senza punto finale. Eppure, io non sono solo la voragine. Sono anche gli sguardi che hanno deciso di specchiarsi nell’orrore di Gaza. Sono Marcella e Raffaele che non si sono girati dall’altra parte. Perché c’è un appuntamento con il dolore. Non che manchino appuntamenti del genere, nella vita di tutti i giorni. Ma questa volta è tutto il nostro presente a essere invaso da crudeltà e sofferenza. Impossibile proseguire come se nulla fosse. Per mesi e anni abbiamo pensato solo a documentare questo schianto, questo tracollo di tutti i valori che, come raramente accade, non sta andando in scena tra le pagine di un libro o nei risvolti della cronaca nera, ma sulla scena grande del mondo. Non succede spesso che un avvenimento segni un’epoca e disponga tutti, volenti o nolenti, attorno a un unico perno storico, politico, etico. Per il nostro tempo Gaza è come il fronte occidentale nel 1916, i campi di concentramento nel 1945, il Muro di Berlino nel 1989. Abitiamo e lavoriamo in Italia, siamo il mondo che si stringe attorno alla voragine. E cerchiamo di sopravvivere a Gaza, siamo noi la voragine. Ma se abbiamo deciso di unire e confondere i nostri sguardi, non è per raccontare il dolore. Il dolore rende tutti uguali. Ogni essere umano è una presenza insostituibile. Ma noi abbiamo capito una cosa. Oltre a tanti, insostituibili esseri umani, a Gaza se ne sta andando una civiltà. Non una civiltà qualunque, proprio questa. Uno scrigno di cose delicate. Muoiono tutti. Donne, bambini, medici, avvocate, scrittrici, studenti, fotografe, professori, infermiere, educatori, giornalisti, psicologhe, cuochi, ingegneri, padri, madri, nonne, nonni, fratelli e sorelle. Così, alla luce del sole, viene liquidata una civiltà. È una cosa straziante, come lo sarebbe a qualsiasi latitudine. Ma qui c’è una cosa in più che vorremmo raccontare.
A Gaza sta scomparendo un popolo meraviglioso. Siamo cresciuti onorando le vittime dell’Olocausto e ci troviamo in tarda età a combattere l’indifferenza per il genocidio. Sui banchi di scuola abbiamo preferito i Troiani ai Greci, la nobiltà di Ettore alla tracotanza di Achille, e ci ritroviamo a fare i conti con la boria dei vincitori. Lo stesso sole mediterraneo, la stessa sproporzione, la stessa ineluttabilità. Ma a scuola era un singolo eroe ad aprire l’orizzonte oltre vittoria e sconfitta, qui è un popolo intero. I mesi e gli anni di Gaza sono talmente intrisi di crudeltà e sofferenza che si fa fatica a vedere la nobiltà oltre il dolore. Ma la nobiltà qui ha contagiato tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, perfino gli asini che continuano a trasportare i vivi e i morti. Per i duri di testa e di cuore, l’identità dei gazawi è fissata una volta per tutte alle immagini del 7 ottobre di tanto tempo fa, quando 11 i guerriglieri di Hamas rientrano da Israele con gli ostaggi e una piccola folla li accoglie come dopo una partita di caccia. Immagini davvero terribili. Ma nella Striscia di Gaza in quel momento abitano oltre due milioni di persone, non una piccola folla. L’idea che i gruppuscoli che si accalcano attorno agli ostaggi siano il popolo palestinese è fuorviante come il pensiero che l’intero popolo israeliano, se non ebraico, sia ben rappresentato dagli hooligan che esultano a ogni nuovo e più scandaloso proclama genocidario dei ministri estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Ma anche qui si applica lo stanco doppio standard che tormenta da decenni la nostra cronaca e il nostro immaginario: l’esultanza dei palestinesi ai massacri del 7 ottobre sarebbe il segno della loro identità, il furore suprematista degli israeliani occuperebbe invece lo spazio riservato alle teste calde che si annidano in ogni comunità. I primi dominano la narrazione, i secondi restano figurine sullo sfondo. I primi vengono maciullati da due anni assieme ad amici, conoscenti, parenti, familiari. I secondi, se vengono in Europe, si siedono al ristorante e qualcuno sbuffa, si ritrovano in prima pagina a denunciare l’attacco antisemita. Ma torniamo a Ettore e alla nobiltà degli sconfitti. Tutto il dolore del (nostro) mondo si dà convegno sotto le mura di Troia per assistere al duello che finisce in scempio e si trasformerà in sterminio. Secondo Simone Weil, l’Iliade ha saputo nobilitare la sofferenza in un tempo in cui contava solo la forza: «Tutto ciò che, nell’intimo dell’anima e nelle relazioni umane, sfugge all’imperio della forza è amato, ma amato dolorosamente, a causa del pericolo di distruzione continuamente sospeso» . A Gaza la distruzione è talmente distruttiva, la sofferenza talmente sofferente, lo sterminio talmente infame, la violenza talmente fuori controllo che si stenta a vedere altro. Ma un giorno mi si è presentata sullo schermo del computer una foto semplice, drammatica, ultimativa come tutto quanto ci arriva dalla Striscia e dal suo infinito macello. In quest’immagine non c’è sangue, non ci sono i corpi fatti a pezzi che da due anni accompagnano gli sbadigli dei nostri media e della nostra politica. È una foto sobria di gente in piedi. Un padre abbraccia il figlio ragazzino. Hanno perso ogni cosa, probabilmente sono gli unici sopravvissuti a una distruzione che ha travolto la casa, la tenda o, chissà, la mamma, la moglie, i fratelli, i nonni, tutto e tutti. Succede così a Gaza. E succede da tanto tempo. Ma questa foto, le braccia del padre che stringono il figlio, quelle del figlio che stringono il padre, l’illusione di aver raggiunto uno spazio sicuro in cui ci sono solo loro e non più bombe né sangue, né macerie, né morte, la forza fisica di quell’abbraccio, i muscoli tesi, la sofferenza, il conforto… Questo padre è un monumento. Ha perso tutto, non ha più nulla, ma non smette di proteggere suo figlio.

Se ci fosse justice, questa foto sarebbe una delle icone del nostro tempo. Perché per decenni ci siamo illusi di essere tutt’altro, ma in questi due anni siamo tornati lupi che smembrano agnelli. Siamo a Gaza, sotto le mura di Troia. Gli invasori dilagano, esultano, ballano, ridono. Ma ogni nobiltà è qui, dalla parte dei sommersi. Padre e figlio. Il loro abbraccio è talmente assoluto che per un attimo, al sicuro dietro alla mia scrivania, comodamente assorto davanti al computer, mi scappa di pensare una cosa che non dovrei: “Che fortuna quel ragazzino, vorrei avere la forza di quel padre”.Hassan non è al sicuro. Non è mai al sicuro. Fino a un certo punto ci ha raccontato delle tante morti che l’esercito israeliano infligge al suo popolo: le bombe, i droni, i cecchini, la fame, la sete, le malattie, il terrore. Poi le tante morti lo hanno accerchiato e ha cominciato a viverle in prima persona: durante i nostri collegamenti si sentono le mitragliate, lui trattiene il respiro, sussurra «è un drone», si rimette a parlare. Ma è sempre più magro, la fame avanza e chi non lo vede da oltre un mese si spaventa per gli zigomi sempre più sporgenti e le orbite sempre più incavate. Si ferma nel bel mezzo di un discorso, si tocca le tempie, ha mal di testa, voglia di lasciarsi andare. Eppure, Hassan ci dice una frase delle sue. Anni di violenza e privazioni portano i giovani della Striscia a esprimersi con una serietà e una precisione che i loro coetanei d’Occidente non hanno. È come se non avessero tempo né testa per le boutade di un momento. Hassan, quindi, dice così: «Non preoccupatevi per me. Se non fossi palestinese, vorrei essere palestinese». Giù il cappello, amico nostro. Sembra assurdo, ma chiunque abbia seguito il popolo della Striscia in questi due anni di tortura sa che non sono solo parole. È il popolo meraviglioso che esiste e resiste. Lottano per sopravvivere, ma tengono fede alla propria verità. I grandi come i piccoli. Marcella si stupisce sempre della compostezza dei bambini in casa di Hassan. Dice che hanno un’altra educazione. Non c’è da fare troppa teoria, ma sotto occupazione si diventa grandi sin da piccoli. Un video mostra la corsia di un ospedale invasa dal solito caos di feriti e parenti. C’è un bimbo di otto o nove anni ricoperto di polvere di macerie. E, vicino a lui, un altro bimbo più piccolo a sua volta ricoperto di polvere di macerie. Li hanno appena salvati, sono miracolosamente tutti interi ma 15 sanguinano, hanno gli occhi fuori dalle orbite e non capiscono ancora perché sono dove sono. Avranno visto morire la madre, il padre, le sorelle, i fratelli? Non lo sappiamo, ma in tanto dolore l’obiettivo coglie un piccolo gesto di grazia. Il bimbo grande sa che ora non è più un bimbo. È ricoperto di calcinacci, ha una flebo nel braccio, la testa fasciata, probabilmente sente dolore dappertutto, ma ha un fratello piccolo e sa quello che deve fare: si avvicina, gli poggia le mani sul capo, lo stringe e lo bacia. Meriterebbero un monumento anche loro, i bambini cresciuti in fretta di Gaza. E lo meriterebbero i più grandi che, con un minimo gesto al riparo dalle bombe, asciugano le lacrime ai più piccoli. Sono sicuro che Hassan ha in mente anche loro quando dice «se non fossi palestinese, vorrei essere palestinese». Si può ammirare un popolo per come soffre? Da ormai due anni ci arrangiamo e, grazie alla comunicazione tra pari dei social media, bypassiamo la reticenza della stampa tradizionale e seguiamo in diretta l’annientamento di una civiltà. È un guardare colpevole, e conforta poco sapere che sarebbe più colpevole rifiutarsi di guardare. Si prova a farne qualcosa, di tutto questo guardare. Hassan raccomanda di «continuare a parlare di Gaza», noi continuiamo anche se non ne possiamo più. Di pensare, analizzare, giudicare e parlare. Siamo il viandante di Lucrezio che osserva il naufragio da terra. Solo che non è un naufragio, è un genocidio compiuto da nostri amici, cugini, fratelli, e dovremmo tutti imbarcarci per andare a fermarlo. “Salite a bordo, cazzo!” viene da urlare ai potenti che da due anni si rimandano l’un l’altro parole vuote per evitare di produrre fatti significativi. Noi guardiamo, che possiamo fare? Guardiamo e ammiriamo. Anche io e Marcella ascoltiamo e ammiriamo. Hassan si collega dal Nord di Gaza, parla con noi, parla con le piccole, anche minuscole folle che lo vengono ad ascoltare quando presentiamo il nostro libro e la mostra BeMyVoice con i pensieri suoi e i disegni di Marcella. Parla di tutto, ma è sempre lo stesso copione: i morti di oggi sono i morti di ieri, quello di Gaza è un genocidio senza troppi crescendo, perché il culmine dell’orrore è stato raggiunto già il primo giorno, con intere famiglie sigillate sotto i solai di cemento delle loro case. Ma Hassan dice anche un’altra cosa: vorremmo vivere una vita normale, senza pozze di sangue per le strade quando andiamo al mercato. Vorremmo semplicemente una vita senza occupazione. Parla tanto, Hassan, in occasioni anche molto diverse tra loro. Dice tante cose e dopo un po’ è impossibile non notarlo: non gli ho mai sentito dire una parola d’odio contro i suoi aguzzini. Viene in mente James Baldwin, il grande intellettuale di Harlem, quando parla del rapporto del nero con il bianco americano: «Quello che desidera il nero è solo che il bianco gli stia alla larga, e che soprattutto stia molto alla larga dai suoi bambini» . Tutto qua. O forse nemmeno: in realtà ad Hassan basterebbe che alla larga stessero i caccia, i tank, i droni, i cecchini. Per il resto, dopo due anni di genocidio, mai una maledizione, mai un’imprecazione, mai nemmeno un aggettivo contro gli israeliani, nemmeno contro i soldati israeliani. Dice solo che vorrebbe una Terrasanta in cui tutti possano vivere in pace. E a me viene da pensare che sì, è possibile ammirare un popolo per come soffre. Quando la sofferenza è troppo vicina alla nobiltà, vicina da confondersi, vicina da sparire l’una dietro l’altra, qualcosa nel mondo si ferma, e qualcuno decide di scendere. Abbiamo visto troppe cose in questi due anni e, come dice sempre Hassan, abbiamo visto «troppe modalità di morte». A Gaza si muore per bombe, droni, fame, sete, malattie, tra le macerie, sui pavimenti d’ospedale o tra la sabbia dei cosiddetti centri di distribuzione degli aiuti alimentari. In qualcuno, tutto questo provoca assuefazione; in altri, rabbia, livore, voglia di fare e non sapere che fare. Ci sono libri che parlano di questo fare, e anche noi che scriviamo e disegniamo queste pagine ci siamo inventati il fare delle mostre d’arte e degli incontri, dei meeting che portano la sofferenza di Gaza nei teatri, nelle sale civiche e nei circoli della provincia italiana. Ma questo libro non parla di fare. Vogliamo raccontare di un popolo meraviglioso. Anche quando la meraviglia è troppo vicina alla sofferenza, vicina da confondersi e fermare il mondo.


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Estratto dell’omelia di Leone XIV della messa del giorno di Natale:
Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. *E come non pensare alle tende di Gaza, *da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire.
Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma. «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). Questo mistero ci interpella dai presepi che abbiamo costruito, ci apre gli occhi su un mondo in cui la Parola risuona ancora, «molte volte e in diversi modi» (cfr Eb 1,1), e ancora ci chiama a conversione.