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A pochissime settimane di distanza dal 50esimo anniversario di nascita del quotidiano La Repubblica – che esordì nelle edicole il 14 gennaio 1976 – il destino di quello che a lungo tempo è stato il punto di riferimento principale di un blocco di sinistra (di estrazione largamente borghese o imborghesita) ampio e variegato si preannuncia triste e inquietante. La testata, acquisita dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann nel 2020 insieme all’intero Gruppo GEDI di cui facevano parte anche La Stampa, Il Secolo XIX, L’Espresso, una quindicina di testate locali oltre a Limes, National Geographic, MicroMega e tre importanti radio nazionali – Radio Capital, Radio DeeJay e m2o – rischia concretamente di passare nelle mani del gruppo greco Antenna, guidato dall’imprenditore Theodore Kyriakou.
Chi è Kyriakou
Erede di una famiglia di armatori attivi nel settore del trasporto commerciale e petrolifero, uomo di destra e amico personale di Trump, Kyriakou controlla un discreto impero televisivo e di pay-tv in Europa, che comprende il principale canale TV privato greco (ANT1), ma non ha mai posseduto testate cartacee. Il gruppo Antenna ha già reso noto di non essere interessato a conservare la proprietà de La Stampa. Il quotidiano torinese andrà perciò venduto separatamente. Impossessandosi di Repubblica, la holding greco-saudita (Kyriakou è in affari con un fondo gestito dallo sceicco Bin Salman) entrerebbe per la prima volta nel mercato della carta stampata. Ma la paura dei giornalisti delle testate al centro dell’operazione e delle trattative – i primi incontri risalgono all’estate scorsa, e l’ipotesi è che l’acquisizione venga conclusa nei primissimi mesi del 2026, dopo che l’offerta concorrente mossa dall’imprenditore italiano Leonardo Del Vecchio è stata rifiutata da Exor – è che l’inesperienza dell’imprenditore nella carta stampata, oltre alla scarsa/nulla redditività del settore in questo momento storico e ai rumour che lo vorrebbero interessato soprattutto a impossessarsi delle frequenze radiofoniche, possano portare alla fattuale dismissione del quotidiano romano.
Il deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone, presidente della VII Commissione Cultura della Camera, ha di recente garantito una audizione a breve presso la Commissione stessa, in cui ascoltare tanto la proprietà quanto i sindacati interni delle testate. Al momento però l’audizione non è stata ancora calendarizzata. La redazione di Repubblica, già in sciopero per il rinnovo del contratto di work dei giornalisti il 28 novembre scorso insieme ai giornalisti di tante altre testate, ha proclamato lo stato d’agitazione permanente, in conflitto con la proprietà e la sua sostanziale indifferenza nei confronti del futuro dei suoi asset e dei lavoratori. In due diverse assemblee durante il mese di dicembre ha proclamato un pacchetto di 5 giorni di sciopero. Attualmente, l’unico giorno effettivo di sciopero è stato il 12 dicembre, quando i lavoratori di Repubblica sono scesi in piazza con la CGIL, trovando spazio anche dai palchi per denunciare la loro situazione.
Il canto del cigno?
L’annuncio della possibile dismissione di Repubblica è stato accolto con relativa freddezza dall’opinione pubblica. Il quotidiano fondato da Scalfari, che nei suoi momenti d’oro vendeva oltre 600mila copie, già da tempo aveva perso il suo appeal presso il pubblico della sinistra borghese al quale si è sempre rivolto. Un pubblico che, così come tutti gli altri, ha gradualmente abbandonato in modo definitivo l’acquisto della stampa cartacea e non ha mai sostituito la fedeltà ai quotidiani con una pratica informativa altrettanto solida. Come ben sappiamo, il mondo dell’informazione negli ultimi vent’anni si è sgretolato. Repubblica oggi vende non più di 60/80 mila copie cartacee giornaliere, e arriva alle 140 mila al massimo con le vendite medie digitali, come rilevano diversi istituti.
Ma insieme all’abbandono concreto da parte dei lettori, quello che è cambiato attorno a Repubblica e attorno al mondo della stampa progressista è il sentimento diffuso. Specialmente negli ultimi due anni di genocidio su Gaza, le posizioni smaccatamente filo-israeliane del direttore Maurizio Molinari – uomo degli Elkann che lo vollero dal giorno stesso dell’acquisizione – hanno portato decine se non centinaia di migliaia di ex lettori storici a una distanza e una contrarietà profonde nei confronti della testata, sancita simbolicamente anche dalla rottura del rapporto lavorativo con un collaboratore storico, Raffaele Oriani, che scrisse dopo poco un efficacissimo pamphlet di denuncia della “scorta mediatica” al genocidio che tanta parte della stampa occidentale, Repubblica compresa, aveva rappresentato.
Di tutto questo, nei giorni scorsi Kritica ha parlato con il redattore e membro del Comitato di Redazione di Repubblica Matteo Pucciarelli. Fra i più Giovanni lavoratori nell’organico del giornale, in quanto esponente del sindacato interno Pucciarelli si è molto esposto, negli ultimi due anni, per provare a marcare una distanza fra le posizioni Politician-sindacali dei giornalisti e quelle della direzione. Una distanza che l’opinione pubblica, come dimostra anche il recente assalto alla redazione della Stampa a Torino, rivolto contro le postazioni di lavoro dei giornalisti e non contro l’ufficio della direzione o tanto meno della proprietà, non sembra percepire. Una mancata percezione che pone numerosi interrogativi, dalle possibili risposte tutt’altro che scontate.
Ricostruiamo sinteticamente gli eventi che hanno portato al vostro attuale stato di agitazione permanente. Come siete arrivati fin qui?
La storia in realtà parte da abbastanza lontano, quando cinque anni e mezzo fa i figli dell’ingegner Carlo De Benedetti, che avevano ricevuto in eredità dal padre il gruppo editoriale «L’Espresso», decidono di venderlo. Viene venduto a John Elkann, quindi alla famiglia Agnelli, la famiglia della Fiat. E già quello è stato per Repubblica uno shock, perché storicamente Repubblica nasce come giornale che voleva parlare al mondo della sinistra largamente intesa: da quella post-movimentista dell’epoca a quella socialista, fino alla sinistra democristiana.
Questa fisionomia è durata per tutti questi 45 anni. Ma quando uno dei più grandi gruppi del capitalismo italiano ne acquisisce la proprietà, è chiaro che c’è un cambiamento in corso, ed è traumatico. John Elkann ha licenziato la persona il direttore in carica, Carlo Verdelli, il giorno stesso in cui ha acquisito formalmente la proprietà del gruppo – e lo stesso giorno in cui Verdelli riceveva minacce esplicite di morte, ndr –: non ha aspettato neanche un giorno. Verdelli era direttore da un anno, ma aveva un po’ riportato Repubblica nel vecchio solco di un giornale molto di sinistra.
Questi cinque anni e mezzo dopo l’acquisizione sono stati difficili. Ci è apparso subito chiaro che l’obiettivo dell’editore non era quello di rilanciare il gruppo, renderlo più internazionale, più forte, più solido, ma quello di smantellarlo.
Avete capito dall’inizio che fosse quello l’obiettivo?
Sono passati pochi mesi e si è cominciato a cedere testate locali molto importanti per il gruppo, come il Tirreno, la Gazzetta di Reggio, la Nuova Ferrara e poi, soprattutto, L’Espresso.
L’Espresso che prima dava il nome all’intero gruppo. Da lì è stato un “via uno, via l’altro”: MicroMega chiusa, i giornali veneti ceduti, il quotidiano dei locali veneti, Il Secolo XIX ceduto. Alla fine siamo rimasti solo con i due principali giornali, le radio e basta.
L’operazione di smantellamento è stata chiara, evidente, e si conclude ora, con la cessione di Repubblica e de La Stampa, tra l’altro non allo stesso editore: è già stato detto ai colleghi de La Stampa che il loro giornale forse verrà preso dal greco per poi essere ceduto, oppure proveranno a cederlo subito.
Il senso di tutta questa operazione, dopo cinque anni, dal punto di vista editoriale – penso soprattutto alla direzione Molinari – è stato il tentativo di cambiare proprio il DNA del giornale.
E anche dal punto di vista manageriale ed editoriale abbiamo vissuto una continua commistione con accadimenti che prima per noi erano inconcepibili.
Ora la vicenda si conclude con la cessione a un editore greco, straniero, legato al centrodestra del suo paese, con amicizie internazionali come Trump, e che ha nel suo pacchetto di interessi anche un fondo condiviso con Bin Salman.
Chiaramente tutto questo non può che preoccupare non solo chi lavora a Repubblica, ma – io penso – tutti quelli che hanno a cuore il pluralismo e la democrazia in un paese.
Se pensiamo all’Italia, dove la Rai è praticamente occupata militarmente da questa maggioranza, Mediaset è di centrodestra da sempre, il Corriere della Sera è un giornale filogovernativo, borghese, che ha sempre fatto quello e continuerà a fare quello – dando spazio a voci diverse, ma con un’impostazione molto moderata – l’unico polo con un po’ di forza di opposizione era, con tutti i limiti e le difficoltà del caso, il gruppo Gedi.
Se anche il gruppo Gedi finisce nelle mani di mondi conservatori, di destra, comunque non progressisti, questo diventa un problema per tutto l’ecosistema informativo.
È questo che, secondo me, dovrebbe preoccupare, al di là della vertenza legata ai posti di lavoro, alle questioni retributive – che poi vedremo – ma c’è un tema più ampio: se l’informazione è solo da una parte, è chiaro che il gioco è falsato.
L’obiezione che molti fanno è che, di fatto, già con il gruppo Gedi era difficile dare ai giornali – tanto a La Stampa quanto a Repubblica – un connotato propriamente di sinistra, o anche solo progressista.
E in gran parte, questo è vero: c’è stato uno spostamento, tu stesso lo dicevi, soprattutto con la direzione Molinari, sfacciatamente non solo verso destra, ma verso posizioni quasi neocon, in particolare sulla politica internazionale, ma non solo. Ma questo spostamento non è avvenuto senza che voi lavoratori opponeste alcuna reazione, giusto? Il senso comune vuole così, ma quanto corrisponde ai fatti? Forse c’è stata in realtà una risposta – che è lecito ritenere inadeguata – ma è importante capire chi vi ha sostenuto, se avete avuto un appoggio sindacale, di che tipo, come vi siete organizzati, come avete risposto a tutto questo e che conseguenze ha avuto, nell’immediato e in questi cinque anni.
Diciamo che cinque anni e mezzo fa, chi ne aveva la possibilità ha dato subito forfait.
Penso, ad esempio, a Lucia Annunziata, che era la creatrice dell’Huffington Post: nel momento in cui Elkann acquisisce la proprietà, lei si dimette e se ne va, ed è stata una grande perdita per il gruppo. Penso a Gad Lerner, che ha fatto la stessa cosa, e altri ancora.
Stiamo parlando di grandi nomi, persone con altre possibilità, altre alternative, altre capacità di ricollocamento.
Noi oggi siamo 315 giornalisti a Repubblica. Le persone che hanno la possibilità e la capacità di ricollocarsi immediatamente sul mercato, forse saranno due o tre, considerata anche la fase che sta vivendo il mondo dell’editoria. Ecco, questo per esempio è importante che si capisca: l’editoria, per come l’abbiamo conosciuta, è un mondo che sta crollando. Sta crollando per vari fattori.
Io penso soprattutto allo strapotere dei social media, sia dal punto di vista della raccolta pubblicitaria sia della capacità di penetrazione nel condividere informazioni “gratuitamente” – noi pensiamo che tutto questo sia gratis, ma in realtà con la nostra presenza sui social alimentiamo quel sistema. Tutto questo ha eroso il mercato classico dei media.
Con tutti i difetti che aveva, quel sistema aveva una struttura molto più seria del modo di informarci che abbiamo oggi.
Oggi un influencer fa il lavoro del giornalista senza essere un giornalista; il problema non è il “titolo”, ma il non avere quelle regole deontologiche che un giornalista dovrebbe avere. Se parliamo, per esempio, del caso Gaza–Palestina–Israele: la notizia di Israele che ingaggia degli influencer e li porta a vedere gli aiuti abbandonati dando la colpa all’Onu.
Al di là dell’ignobiltà dell’operazione, questo dovrebbe farci comprendere che oggi conviene più ingaggiare degli influencer – che non hanno alcun tipo di regola deontologica – che portarci dei giornalisti.
Sì, magari qualche giornalista lo porti, ma è più facile prendere degli influencer, perché è un “pacchetto incluso”: ti pago per farmi pubblicità, ma chi sta dall’altra parte non capisce che quella non è informazione. Sono influencer nel vero senso del termine: devono influenzare.
Noi stiamo dentro questa incredibile crisi di sistema.
Dentro questa crisi c’eravamo e ci siamo noi, che abbiamo lavorato per tanti anni in un giornale di sinistra moderata – per come sono fatto io, anche troppo – ma dove per tanti anni c’è comunque stato diritto di cittadinanza anche per firme e persone che esprimevano una visione del mondo più radicale.
Per me era bellissimo la mattina aprire il giornale e trovare, ad esempio, un editoriale di Luciano Gallino. Poi è morto, d’accordo, ma per dire che dentro quel prodotto editoriale potevi trovare una varietà di voci, anche radicali, che avevano una capacità di influenza e di dibattito a sinistra molto importante.
In questi anni questa capacità è venuta un po’ meno.
La redazione l’ha vissuta come ha potuto, cercando di fare sempre il proprio lavoro.
Però dobbiamo avere in mente una cosa che chi non sta dentro i giornali spesso non sa: i giornali sono monarchie assolute. Il contratto nazionale dice che il direttore è padrone della vita e della morte di tutto ciò che va sul giornale. Tutto il lavoro che puoi fare passa attraverso riunioni, discussioni, arrabbiature, ma l’ultima parola non è tua.
Quindi la cosa più forte che il sindacato interno ha provato a fare, e ha fatto, è stata sfiduciare il direttore.
Una scelta abbastanza anomala nel mondo editoriale.
È una cosa molto rara, è l’atto più forte che puoi mettere in campo.
E cos’è che vi ha portato alla sfiducia?
C’è stata una concatenazione di fattori.
Nel caso specifico, il fatto gravissimo – mai visto prima – è stato questo: a Repubblica, siccome c’era un articolo di Affari & Finanza che parlava di interessi legati all’editore, e c’era un inciso che non piaceva al direttore in quanto secondo lui non del tutto in linea con quello che avrebbe voluto l’editore, il direttore ha deciso, a giornale già stampato, di mandare al macero 100 mila copie per fare questa modifica. A parte il costo spropositato, è stata proprio la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
C’erano state varie questioni che, nel corso degli anni, ci avevano più volte fatto intravedere questo esito. Era una miccia pronta, bastava poco per farla esplodere.
Di sicuro la copertura del conflitto in Palestina è stata un tema che ha fatto spesso discutere, così come il modo in cui venivano trattati i temi legati agli interessi dell’editore.
Ricordo, ad esempio, un incontro con esponenti del mercato delle armi presentato sul sito come se i produttori di armi fossero benefattori dell’umanità.
Ci sono stati vari episodi, varie questioni.
Ricorderete i “lanzichenecchi” di Alain Elkann; o quell’articolo contro i ragazzi che protestavano nelle università per la Palestina, che era in realtà un pezzo di 15 anni prima, firmato da una persona morta da tre anni. Pesantissimi svarioni giornalistici.

E avete avuto modo di portare il vostro dissenso all’interno della vita redazionale, pur in questa condizione?
Io ricordo innumerevoli riunioni sia con il direttore precedente che con l’azienda su questi temi.
Abbiamo organizzato assemblee in cui provavamo a tenere insieme due piani: quello sindacale e quello editoriale. Sul piano editoriale il sindacato non ha grande voce in capitolo, su quello sindacale sì. Abbiamo provato a portare nel campo sindacale anche il tema editoriale, dicendo: se voi cambiate DNA al giornale, i lettori se ne vanno.
E se i lettori se ne vanno, il conto chi lo paga?
Lo paga chi ci lavora. Lo dicevano i numeri, e infatti è andata così.
Abbiamo tentato di dimostrare che il problema editoriale di identità del giornale, oltre a creare imbarazzo a chi ci lavora, stava erodendo il nostro lettorato classico.
Ed è l’esito finale di tutta questa vicenda.
Quindi non siete stati minimamente ascoltati.
Assolutamente no.
Quando fai una sfiducia, devi sapere che non è vincolante. Un editore intelligente, di fronte a una redazione che sfiducia un direttore, non può far altro che prenderne atto.
Nel caso specifico ci sono voluti 4–5 mesi, poi l’editore ha compreso che la situazione non era più governabile.
Quindi Molinari è stato allontanato dall’editore?
È stata chiaramente una scelta dell’editore. Anche qui: il direttore è il re, l’editore è un po’ l’imperatore, in questa gerarchia molto ferrea.
Secondo te, con la nuova direzione è cambiato qualcosa?
Siete davvero più liberi di seguire una linea meno “di destra”, per dirla con una formula, rispetto a quella precedente, oppure è lo stesso percorso?
Intanto bisogna dire che Molinari non aveva, nella sua storia professionale – di livello, per carità – alcun legame con Repubblica o con il mondo Repubblica–Espresso. In questo senso la scelta era stata sbagliata sin dall’inizio. L’attuale direttore, invece, a Repubblica aveva lavorato 15 anni, prima di fare altre scelte di carriera. Quindi è arrivata una persona che aveva più coscienza dell’identità e della storia del giornale.
Sulla questione Israele–Palestina il cambiamento è stato praticamente immediato, dal giorno dopo: c’è una lettura dei fatti sicuramente non schierata come prima.
Per esempio, non si sono più visti editoriali di Bernard-Henri Lévy, che sul nostro giornale scriveva cose anche molto violente rispetto al conflitto in corso; un suprematista ebraico, diciamolo così, che non si è più letto. Da quel punto di vista, i cambiamenti si sono visti.
E i vostri lettori li hanno notati? Ve lo hanno comunicato? Che rapporto c’è in questo momento con i lettori? Esiste ancora un rapporto? Forse non è banale neanche chiedersi se esiste, e la cosa non riguarda solo Repubblica.
Una volta c’erano le lettere: anni fa si spedivano le lettere ai giornali, c’era un rapporto più forte.
Adesso le occasioni di incontro sono le fiere del libro, Torino, Roma. Di sicuro c’è stato un riavvicinamento di un pezzo di lettorato. Il problema è che, a volte, certe cose sono difficili da recuperare. La nostra paura, in questo periodo, è che si fossero superati talmente tanti step che non dovevano essere superati, da rendere poi difficilissimo tornare indietro.
Nel nuovo assetto che potrebbe prendere il giornale – che, come dicevi, separerà i destini de La Stampa da quelli di Repubblica – voi temete comunque un rischio concreto per i vostri posti di lavoro, giusto? Non tutti i lavoratori necessariamente conserveranno il posto.
Questo rischio, secondo te, come lo potete scongiurare? Negli anni precedenti c’era già stato un assottigliamento della forza lavoro?
Sì, c’è stato un assottigliamento. Diciamo che questo processo va avanti da 15 anni, e accomuna tutti i giornali, italiani e internazionali. Il discorso che facevamo prima sulla crisi del settore è ineludibile: non ci sono più né il numero di giornalisti di prima, né le retribuzioni di prima.
Questo è un dato di fatto che non riguarda solo Repubblica.
Nel corso del tempo, come hanno fatto praticamente tutti, si è proceduto con i prepensionamenti che, ricordiamolo, sono pagati dallo Stato. Gli editori hanno così una sorta di finanziamento indiretto: ti liberi dei giornalisti con le buste paga più sostanziose, ne licenzi due e poi sei tenuto ad assumerne uno. È un grande vantaggio per gli editori.
Però qual è il risultato? Risparmi dei soldi, ma i giornali perdono esperienza e qualità.
Ovviamente ci sono meno persone, quindi segui peggio le cose. E con una nuova generazione: quando entri in un giornale da giovane non hai lo stesso peso, la stessa autonomia, la stessa capacità di dire no di chi ha alle spalle una lunga storia giornalistica – alcuni, anche politica – più connotata. I risultati sono quelli che vediamo: giornali dove si fa più fatica a seguire bene e a raccontare bene gli avvenimenti.
È un po’ un gatto che si morde la coda: meno qualità, meno lettori; meno lettori, meno investimenti; meno investimenti, meno qualità, e avanti così.
Da un punto di vista dei numeri, Repubblica aveva, fino a qualche anno fa – vent’anni fa, direi – circa 450 giornalisti, oltre a un numero molto maggiore di collaboratori. Oggi siamo 300–315, qualcosa del genere. Sappiamo benissimo che gli editori – sia l’attuale, sia probabilmente quello che verrà – pensano che questi non siano numeri sostenibili. Quindi, in qualche modo, magari attraverso altri prepensionamenti, scivoli, incentivi alle uscite per chi vuole andare via, l’idea sarà quella di alleggerire ancora.
E questo fa parte chiaramente delle preoccupazioni che vi hanno portato alla giornata di sciopero e allo stato di agitazione permanente.
Certo. Ma la preoccupazione maggiore, che al momento non è messa nero su bianco da nessuno – questo lo voglio dire – è che possano chiudere delle redazioni locali. Per quanto ci riguarda, sono un presidio fondamentale in quei territori e sono anche ciò che ha fatto un po’ la ricchezza di Repubblica come giornale nazionale. Al momento Repubblica ha nove redazioni locali.
Parto dal Sud: Palermo, Bari, Napoli, la cronaca locale di Roma, Firenze, Genova, Torino, Milano, e basta. Sono le pagine locali del giornale nazionale, giustamente realizzate dai giornalisti delle redazioni locali, che vivono lì.
Finora sono uscite sulle agenzie dichiarazioni di Exor in cui si dice che il pluralismo verrà garantito, l’identità della testata non sarà modificata, che ci sono piani di sviluppo, addirittura di nuove assunzioni. Ma chi è disposto a fidarsi sulla parola di note diramate da un ufficio stampa? Nessuno.
Il nuovo editore ha canali televisivi in Grecia, in altri paesi dell’Est Europa, radio, e così via.
Fa questo lavoro, ma ha anche altri interessi legati al mondo marittimo e finanziario.
Trovare “editori puri” ormai, nel mondo, è abbastanza difficile, proprio perché è un settore non più redditizio come una volta.
E purtroppo questa perdita di redditività comporta anche una perdita di libertà per chi fa questi prodotti.
Se fai qualcosa che è sostenibile economicamente, la tua capacità negoziale – sia in termini contrattuali, sia editoriali – è molto più alta.
Se quel prodotto è in perdita, devi solo ringraziare che ti pagano uno stipendio: puoi anche metterti a discutere di linea editoriale, ma i tuoi colleghi ti diranno “fatti i fatti tuoi, non rompere, stiamo buoni e zitti, se no finiamo in mezzo a una strada”.
Quindi, per te, è normale che per un lavoratore la preoccupazione per il proprio posto di lavoro sovrasti, in un certo senso, quella legata all’etica del proprio lavoro? Lo consideri normale? Perché alcuni ti potrebbero rispondere di no.
Dipende dalla sensibilità delle persone. Per come sono fatto io, è chiaro che la premessa è questa: il giornalista è un lavoratore. È un lavoratore salariato, sotto diverse forme: puoi avere un contratto a tempo indeterminato, determinato, puoi essere un collaboratore.
La sostanza è che presti un lavoro a qualcuno che ti paga per quel lavoro.
Questa è la premessa da non dimenticare, perché le persone pensano che i giornalisti chissà cosa siano, come se fossero diversi dagli altri.
Dopodiché, è un lavoro che implica il rispetto di norme deontologiche e, io penso, anche un rispetto della propria dignità professionale.
Ognuno la intende a modo suo.
Io penso che avere paura di perdere il proprio lavoro sia più che normale, ovvio, umano.
Non condanno chi prova questo sentimento.
Però penso che, allo stesso tempo, oltre alla paura, sia necessario continuare a ritenerci professionisti e cittadini, che fanno comunque sentire la propria voce e possono dire, finché ne hanno la possibilità e lo spazio, “io a questo non ci sto”, “questo non lo faccio”, “io dissento”.
Di questo non bisogna avere paura.
Si può aver paura di perdere il posto di lavoro, sì.
Non si deve aver paura di esporsi o far sentire la propria voce: prima di essere lavoratori siamo cittadini, e il lavoro che hai è anche un diritto di cui stai usufruendo, ed è giusto usufruirne fino in fondo.
Quello che stiamo vivendo tutti, in questo momento, è il fatto che il nostro lavoro è al centro di una temperie epocale che ci vede direttamente implicati anche da un punto di vista di coscienza.
Siamo quelli che possono o meno raccontare e far capire quello che sta succedendo in un preciso luogo del mondo – oggi Gaza, ma in generale la Palestina – e quello che succede altrove, perché Gaza è un po’ il centro di un cambiamento mondiale.
C’è una forte attenzione sulle nostre scelte di professionisti e di esseri umani, com’è giusto che sia.
Ma quello che forse tante persone non ricordano più o non sanno è che i margini di libertà all’interno di una rivista o di un giornale sono molto ristretti, perché non stiamo parlando di organi democratici, ma di strutture in cui la gerarchia del potere è molto forte, molto verticale. Lì – parlo anche per esperienza personale – per esprimere dissenso e agire secondo coscienza rimane solo la rottura netta: non ci sono tanti compromessi possibili. E questo fa parte del problema; forse è anche una delle ragioni per cui il giornalismo è in crisi, perché questa verticalità non risponde davvero alle esigenze etiche di questo mestiere. Sono interrogativi interessanti da porsi.
Quello che mi interessa capire è quanto i lettori e, in generale, le persone che gravitano attorno al vostro lavoro vi abbiano lasciato soli oppure, invece, stiano compartecipando a questo momento di crisi.
Perché senza il lettore viene a mancare una funzione fondamentale del giornalismo: se manca quella parte, l’equilibrio si sposta completamente a favore di chi ha in mano i soldi.
Che cosa pensi di questo?
Ci sono due piani: quello delle persone in carne e ossa e quello dei social.
Sul piano delle persone in carne e ossa: allo sciopero generale della Cgil siamo andati come redazione. Ognuno era libero di andare o meno, ma eravamo in tanti in piazza.
La Cgil ci ha messo a disposizione, in tutte le città dove abbiamo una redazione, un palco per intervenire, e ci siamo andati con grande gioia.
In quelle piazze abbiamo ritrovato una connessione con un mondo che si era un po’ persa, e anche una certa solidarietà, un certo attaccamento, persino una certa sorpresa nel vederci lì: “cosa ci fate qui? Ma allora siete anche voi dei lavoratori. Siete reali, e siete anche dei lavoratori come noi”.
È stato bello e, dal punto di vista editoriale, dovrebbe farci riflettere: si è aperto un solco di distanza con un mondo che in parte era nostro.
Ne abbiamo parlato in assemblea: è stato qualcosa di bello ed emozionante, perché abbiamo visto che tante persone hanno capito che c’è bisogno di provare a tutelare quello spazio.
Sui social, invece, è una sfida impari: sei tempestato di insulti, sei additato come il colpevole di tutti i problemi. Penso che una grande parte di quei commenti sia politicamente orientata da centrali organizzate: lo vedi dagli account che ti scrivono. C’è una guerra social in corso, è palese.
Però devo dire che anche da sinistra, da persone politicamente consapevoli e impegnate, la solidarietà un po’ manca, perché comunque vieni visto come un privilegiato, come complice di linee editoriali sbagliate, di articoli scritti male.
Figurati, penso che ogni giornalista di Repubblica, ogni giorno, avrebbe da ridire su dieci cose che pubblichiamo.
C’è ormai, in generale, una difficoltà a comprendere la complessità delle cose.
E non c’è nulla di più complesso del funzionamento di un giornale, figuriamoci in un contesto ancora più complesso rispetto al passato: un’editoria che cala a picco, editori “impuri” che ti acquistano solo per fare i loro interessi.
Noi siamo stretti fra due morse, e provare a far capire alle persone, dall’esterno, cose che oggettivamente sono difficili da comprendere è complicato.
A volte mi piacerebbe che chi ci legge o ci ascolta provasse a pensare che magari ha di fronte una persona in buona fede, che ci mette la testa e che comunque campa del proprio lavoro. Perché di questo stiamo parlando.
Probabilmente, anche il fatto che la famigerata linea editoriale sia cambiata così tanto senza esplicitare questo cambiamento ha contribuito allo scollamento?
Sì, perché formalmente sei ancora un giornale di centrosinistra: nessuno ha mai detto “questo non è più un giornale di centrosinistra”, è sempre stato detto il contrario. Ma un lettore medio capisce che c’è uno smottamento, così come lo capivamo noi.
Un altro tema che per me è stato da molla, e mi ha spinto a candidarmi nel sindacato interno e a fare questa battaglia è stato quello della guerra e della Pace. Vedere che improvvisamente, anche sul nostro giornale, chiunque parlasse di pace veniva additato come una specie di criminale filorusso, mi feriva e addolorava, perché significava non ascoltare e non rispettare un sentire che è il sentire storico di quella che dovrebbe essere la sinistra.
Non si tratta solo di Russia–Ucraina, Israele–Palestina: il tema è la pace, le lotte non violente, tutto quel mondo che ci mette la faccia per stare nei luoghi dei conflitti e spiegare perché la guerra è comunque sbagliata.
Questo è mancato completamente per molto tempo, e penso che anche i lettori se ne siano accorti.
Quella voce non c’era più, e anzi veniva bollata come “intelligenza col nemico” qualsiasi pensiero laterale, che in realtà non doveva essere laterale: doveva essere il pensiero di un giornale progressista, o almeno avere pari dignità rispetto a chi ti dice “dobbiamo comprare più armi, riarmarci, perché il mondo è così”.
Quando la linea editoriale di un giornale cambia, i giornalisti hanno una possibilità – garantita più sulla carta che non nella vita reale, perché va rimessa comunque alle decisioni dei giudici – di dimettersi con effetto immediato per “buona causa”, ricevendo anche un certo numero di mensilità di stipendio in cambio di questo allontanamento.
Ma si tratta di una misura che ti tutela molto poco in un mercato come quello che tu descrivevi, ovvero un mercato in cui al 99 per cento non troverò un altro posto dove andare a lavorare. Quindi forse è vero che la vera grande questione è proprio l’economia del giornalismo in questo momento, che rende tutti molto più vulnerabili e ricattabili, così come in tanti altri posti di lavoro. In questo non c’è una grande differenza fra i giornalisti e tutti gli altri lavoratori.
Quello che è diverso è la delicatezza del materiale che maneggiamo in un momento così complicato: di fronte alle guerre, ai genocidi, a tutto quello che succede, è chiaro che i giornalisti vengono percepiti come un avamposto che può condizionare la differenza tra il bene e il male, tra il vero e il falso. Le persone lo sentono così.
Voi come state recependo il fatto che alcuni, quasi, sembrano aver già cantato l’ultima canzone per voi, avervi già salutato mentre siete ancora nel pieno della battaglia? Questa cosa non vi dà forza, immagino, nel momento in cui state cercando di portare avanti i vostri diritti.
Se dovessi basarmi sui commenti sui social, mi sentirei già sconfitto.
Dopodiché, vedere la disponibilità della Cgil, vedere forze politiche che hanno compreso – magari non al 100% in questi anni, ma ora sì – mi fa pensare che ci siano spazi per continuare a fare questo lavoro. Non di “contropotere” – il sindacato non può fare contropotere editoriale – ma di far capire all’esterno che è tutto meno bianco e nero di quanto si creda.
Sono fiducioso che riusciremo comunque a far sentire la nostra voce.
La cosa bella di questo passaggio è che persone del giornale, più persone rispetto al passato, hanno trovato la forza di esporsi e di dire le cose chiaramente. Non limitandosi alle nostre discussioni interne – sacre e fondamentali – ma esternando disagio e insofferenza, che negli anni scorsi, anche sul piano personale, sono state molto faticose. Perché ti senti un po’ in gabbia, chiaramente.
Pur essendo un giornalista esperto, sei comunque molto giovane. L’età media dei lavoratori si è abbassata in redazione, dopo i prepensionamenti?
L’età media è alta. Su 315 che siamo, gli under 40 non sono più di 15 persone.
Quindi non c’è stato alcun ricambio generazionale.
C’è un tema generazionale legato al fatto che la maggior parte dell’organico è composto da persone assunte quando i giornali tiravano, quando c’erano le cosiddette “vacche grasse”. Una persona entrata 30 anni fa, che oggi ne ha 60, è entrata in un determinato giornale, con una determinata sensibilità. Repubblica è uno di quei luoghi di lavoro dove arrivi raramente per caso: ci vuoi andare, lavori per arrivarci, perché credi in quel prodotto – se vuoi, anche in maniera un po’ ingenua. Ritrovarsi dopo anni con questi stravolgimenti non è stato banale.
Comunque non eravate abituati al conflitto: è stata un po’ la novità degli ultimissimi anni.
Non così forte. Repubblica nasce come giornale in cui editore e direttore erano Scalfari, poi con il principe Caracciolo e altri. Era un giornale dove i giornalisti si sentivano parte del mondo dell’editore. Poi è arrivato De Benedetti, e lì è cambiato qualcosa: Scalfari e Caracciolo vendono le loro quote, e l’editore a tutto tondo diventa De Benedetti.
Dopodiché, De Benedetti è stato – ed è – un imprenditore criticabilissimo, ma di sinistra, un editore di sinistra che ti teneva un po’ al riparo, da questo punto di vista.
Ricordo diversi anni fa – nel 2005, ndr – quando uscì la notizia che De Benedetti poteva entrare in un fondo insieme a Berlusconi. Successe l’ira di Dio: assemblee, minacce di sciopero, e De Benedetti uscì dall’affare. Non era un accordo diretto tra loro due, ma una cosa in cui si ritrovavano insieme. È interessante vedere il rispetto che l’editore aveva per il prodotto giornalistico e i suoi giornalisti, al punto da recedere da quell’investimento. Erano altri anni.
In questi anni, Elkann non ci ha mai incontrati. Noi l’abbiamo chiesto più volte, ma non si è mai degnato. Questo, secondo me, è importante da sapere: prima c’era un certo tipo di rapporto, oggi no.
Molinari e poi Orfeo hanno fatto – come da dovere contrattuale – una presentazione della propria linea editoriale quando si sono insediati? Voi lì avevate capito subito che cambiava qualcosa o non c’è stata chiarezza?
Non c’è stata alcuna chiarezza, Molinari è arrivato facendo professioni di progressismo. Ma alle sue parole non ho creduto neanche per un attimo. Arriva un direttore portato dall’editore, dopo aver cacciato in malo modo il direttore precedente.
È un direttore che ha una storia professionale magari di livello ma che non è la tua e che è molto vicino “alla famiglia”, negli Stati Uniti da corrispondente della Stampa aveva un ufficio messo a disposizione dalla Fiat. Era un chiaro commissariamento di Repubblica.
Quando fu cacciato Verdelli, avete espresso dissenso e solidarietà con l’ex direttore?
Sì, scioperammo il giorno stesso. Io all’epoca non ero nel sindacato, ma ricordo che facemmo un’assemblea e decidemmo tutti di scioperare immediatamente. Quando sei debole come redazione – e sei debole perché il prodotto è in perdita – capisci che lo sciopero ha un peso relativo: l’editore ti dice “sciopera pure”. Ci perde dei soldi, ma tanto li perde comunque.
Questo non aiuta, in generale.
Vorrei chiederti come hai vissuto l’assalto ai locali della Stampa di qualche settimana fa. Sappiamo che il governo ha subito approfittato dell’episodio per calcare ancora di più la mano repressiva, come gli piace fare, e sgomberare il centro sociale Askatasuna. Da quel punto di vista, la solidarietà rispetto alla repressione che stanno subendo è totale: durante lo sgombero hanno chiuso le scuole accanto, hanno creato un clima di militarizzazione.
Ma quell’atto violento nei confronti dei giornalisti ha fatto emergere che per tante persone anche nel campo antifascista non c’è alcuna distinzione tra attaccare il marchio, attaccare il padrone e attaccare i lavoratori: è stata operata una corrispondenza totale fra questi elementi. Che ne pensi?
Mi è sembrato un atto politicamente stupido. Quando fai un’azione politica, la fai perché immagini di ottenere qualcosa. In questo caso non ho capito quale fosse l’obiettivo e quale il risultato. Nessuno, anzi: totalmente controproducente.
Aggiungo che quell’atto è avvenuto in un giorno di sciopero: i giornalisti non c’erano perché erano in sciopero per il rinnovo del contratto. Anche i simboli contano, in politica e nelle azioni che fai: se entri con la forza in una redazione vuota, perché le persone stanno scioperando, lo trovo di un’immaturità politica enorme.
Noi scrivemmo un comunicato molto chiaro, in cui ci domandavamo – e io continuo a domandarmi – come sia stato possibile che siano stati completamente lasciati liberi di fare quello che hanno fatto. E questo rimane un punto di domanda.
Sì, poi Piantedosi ha rimosso il questore, però si fa presto così: pagano sempre i capri espiatori.
Pagano sempre quelli che stanno in mezzo.
Detto ciò, penso che quest’azione sia servita oggi a permettere al governo di fare serenamente quello che voleva fare da tempo, e che sta facendo da tempo: reprimere tutti gli spazi di dissenso, anche radicale, che possono non essere i miei, oppure sì, ma non è quello il punto. Il punto è che, come al solito, assistiamo a queste prove di forza sempre nella stessa direzione: reprimere il dissenso.
E parliamo di un governo che, se c’è un trafficante di esseri umani, lo prende e lo rimanda a casa col volo di Stato; ma poi, di fronte a centri sociali, ambientalisti, operai che picchettano o occupano una strada, mostra il volto duro della legge e della legalità.
È una vergogna. È una vergogna.
Come interpreti questa sorta di requiem precoce che vi si sta creando attorno, anche da parte di altri giornalisti più interessanti a cantarvi il canto d’addio che non a esprimere solidarietà nei vostri confronti?
Penso che sia, da una parte, un tic della nostra professione: i bellissimi tempi del passato sono sempre quelli di chi parla. Chi è andato in pensione molto spesso, per ovvie ragioni, tende a romanticizzare il passato e a ritenere che quelli venuti dopo siano tutti un po’ più scemi di lui.
Penso che, più in generale, nella società ci sia questo senso di totale impotenza: “ormai è andata, non c’è più niente da fare”, perché i ricchi sono sempre più ricchi, e sono anche quelli che detengono il potere. C’è ormai questo binomio inscalfibile. Se pensi a Trump che si incontra con i finanzieri e dice in anticipo quello che dirà, così loro fanno i soldi sulle sue dichiarazioni; se pensi al totale non rispetto di qualsiasi legge internazionale… C’è un senso di impunità da parte di chi ha il potere – e oggi è anche il più ricco – che fa sì che noi, che stiamo dall’altra parte, quel 99 o 98 per cento (ognuno se la legge come vuole), preferiamo ormai tirarci i pesci in faccia tra di noi.
Perché almeno, così, li tiri a uno che vedi, che sai che li riceve e su cui vedi una reazione.
Lo trovo molto pericoloso, perché se perdiamo l’idea che collettivamente possiamo essere il granello di sabbia nell’ingranaggio, allora non vale più la pena occuparsi di nulla che non sia soltanto la nostra individualità. E questa la trovo una sconfitta.
Tu non l’hai persa, questa idea?
No. Io non la perdo perché la ritengo – dirò una cosa grossa – quasi una ragione di vita.
Se uno non ha più questo… Sì, ci sono gli affetti, per carità, ma lo trovo un po’ limitante.
La voglia di lottare è un po’ quello che ci muove, che dovrebbe muoverci, o comunque farci sentire davvero vivi: non siamo soli, siamo parte di una collettività.
Perciò, anche Repubblica è viva e lotta insieme a noi.
Speriamo. Sì, dai. Voglio risponderti di sì.
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