Thursday 02/07/2026, 17:19
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Nonostante le procedure sui sempre più restrittive, i pressanti interrogatori alla
frontiera, i controlli dei telefoni cellulari e i numerosi respingimenti, si stima che oltre un
migliaio di attivisti internazionali abbiano preso parte durante questo autunno alla raccolta
delle olive. E hanno potuto constatare che le violenze contro i contadini palestinesi hanno
raggiunto livelli mai registrati in precedenza; la causa di ciò è l’aggravarsi continuo e
rapidissimo della pulizia etnica della Cisgiordania, che ha visto una drammatica impennata
a seguito della genocida iniziata da Israele il 7 ottobre e che ha incluso, nella sua
chirurgica strategia, anche la distribuzione di armi e di veicoli tattici ai illegali in
Cisgiordania.
Sono proprio i coloni ad accoglierci con la loro inquietante presenza intorno al 20 ottobre,
quando percorrendo la verso Nablus assistiamo a massicce manifestazioni in
tutti gli incroci che portano alle decine di colonie asserragliate sulle colline.

Manifestano in occasione della visita di alti diplomatici statunitensi in Israele, chiedendo maggiore sostegno politico per la loro missione di colonialismo messianico. L’impressione è quella di milizie fanatiche pesantemente armate, pronte a tutto. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), negli ultimi due anni i coloni hanno preso di mira proprietà palestinesi più di 2.400 volte, causando lo sfollamento di almeno 3.055 persone.  In effetti gli attacchi dei coloni ai contadini, così come certificato da OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, sono aumentati del 13% nelle prime settimane della raccolta rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

I dati di qualche giorno fa riportano circa 130 attacchi, ma va sottolineato come questi numeri siano estremamente al ribasso per almeno due motivi. Primo, OCHA conteggia gli attacchi con danni a cose e persone certificati, ma non tutti quegli attacchi che fortunatamente non hanno conseguenze fisiche, ma che comunque impediscono la raccolta, configurando , minacce e intimidazioni di gravità anche estrema. Secondo, OCHA stila una statistica esclusivamente degli attacchi dei coloni, mentre le operazioni dell’esercito di occupazione non sono conteggiate. Ad esempio, le diverse migliaia di alberi di olivo tagliati o eradicati dai bulldozer militari ad al Mughayyir, una zona agricola a nord-est di Ramallah, non rientrano in questo triste conteggio. Si stima che 17mila alberi di olivo siano stati sradicati solo dal 2024 ad oggi.

Una delle nostre prime esperienze sul campo si svolge ad Aqraba. Quest’anno, in quest’area quattro persone sono state uccise dai coloni durante il pascolo, e le ambulanze accorse per soccorrerli sono state bloccate per quattro ore. Fuori dal villaggio troviamo moltissime auto palestinesi gremite di persone pronte alla raccolta, circa una quindicina, perché il CDO, l’ufficio di coordinamento tra l’Autorità Palestinese e gli occupanti, ha accordato il permesso per la raccolta in una zona molto grande ai piedi di un insediamento. Molte zone classificate come area C e anche B secondo gli accordi di Oslo sono inaccessibili agli agricoltori perché considerate sensibili data la presenza di strade, checkpoint o insediamenti.

In questi casi, con molte fatiche e ritardi, la municipalità competente richiede un permesso di coordinamento, tansiq in arabo, che prevede condizioni capestro: solo 24 ore di raccolta per vaste aree e divieto di accesso a persone sotto i 40 anni di età. Ecco il perché delle tante auto in sosta: per raccogliere il più velocemente possibile tutto il villaggio si mobilita, con meccanismi antichi di solidarietà popolare.

Quando arriviamo ci sono già l’esercito, la polizia di frontiera e la milizia di sicurezza dei coloni che bloccano la strada. Nonostante la nostra presenza fosse stata concordata in precedenza gli occupanti comunicano che non vogliono internazionali in giro, e siamo costretti a tornare indietro: o gli internazionali vanno via, o il permesso è annullato. Ormai non è così raro che le forze militari israeliani impongano questi ricatti, per evitare di avere testimoni internazionali e per tentare di creare fratture nella solidarietà tra agricoltori e volontari.

Nel breve tragitto di ritorno, 15 minuti scarsi, vediamo una miriade di avamposti e insediamenti.  Molti sono stati creati dopo il 7 ottobre.  Quasi tutte le zone strategiche, le cime delle colline, sono ormai colonizzate. Noi alloggiamo non lontano dalla famigerata colonia di Yitzhar. Qui hanno fondato il gruppo suprematista ebraico “youth of the hills”. Con una sola colonia hanno rubato e impedito l’accesso alle terre dei 6 villaggi adiacenti: incontriamo famiglie che guardando sconsolate la collina ci dicono che non accedono alle loro terre da ormai quasi quaranta anni. Ci raccontano del capo della sicurezza, Yacub, che imperversa chiedendo il pizzo ai camionisti della cava di pietra locale, malmenando gli agricoltori, rubando loro attrezzature e prodotti agricoli. Certe volte si presentano persino nelle case palestinesi, umiliandoli e requisendo pane, yogurt o capi di bestiame.

Il loro è incontrastato e possono persino arrivare ad annullare i decreti di coordinamento emessi dall’esercito. Ne abbiamo una prova in prima persona un giorno, quando li vediamo scendere dalla collina sparando con armi automatiche, per far fuggire i 35 contadini che avevano iniziato la raccolta su terreni inaccessibili da tre anni, dopo aver avuto il via libera dell’esercito. Più tardi, parlando con una delle famiglie vittime dell’attacco, ci viene detta una frase che ci si imprimerà nella memoria: “è così che i coloni reagiscono, impazzendo di rabbia, quando vedono che noi a distanza di anni non dimentichiamo la nostra terra”.

Circa 100.000 famiglie dipendono dalla produzione di olio d’oliva in Palestina. Quest’anno è il peggiore degli ultimi 15 anni in termini di produzione: solo il 15-20% della produzione attesa. Un gallone di olio di oliva appena spremuto costa dai 700 ai 1.000 shekel, più del doppio del prezzo normale, per un incredibile costo al litro che parte dai 45 euro.  Le conseguenze del , con le piogge annuali quasi dimezzate nell’ultimo anno, si sommano così all’ecocidio provocato dall’occupazione sionista, che ruba acqua, distrugge e inquina terreni. Il settore olivicolo diventa ancora più cruciale dal punto di vista economico ed identitario.

Spesso durante il lavoro ragioniamo ad alta voce sul significato della nostra presenza. Ognuno di noi è arrivato qui con idee e aspettative diverse, ma dai palestinesi impariamo presto che solidarietà è reciprocità. “Le nostre olive sappiamo come raccogliercele da soli, lo facciamo da sempre“, ci tengono a precisare in molti. È la condivisione delle gioie e dei dolori di questo momento di straordinaria importanza comunitaria che gli agricoltori anelano. “Non potete immaginare quanto sia importante per noi essere visti e trattati da esseri umani, per una volta“, ci dice un giovane.

Ecco il perché dell’orgoglio e della commovente profondità dei semplici momenti di condivisione: bere il caffè e spezzare il pane seduti sulla propria terra, da soli o con ospiti arrivati da lontano, è un atto di riappropriazione di una potenza enorme. Soprattutto quando si è costretti per anni a raccogliere le proprie olive di nascosto, alle 5:30 del mattino, sperando di non essere visti dai coloni, costretti ad agire in silenzio e come ladri in casa propria.

Abbiamo un’altra tangibile esperienza delle violenze quotidiane a Jurish, a sud di Nablus, dove ci rechiamo su richiesta di agricoltori locali. Lo splendido paesaggio di colline semiaride è costellato non solo da container e prefabbricati dei coloni, ma anche dalla visione e dal rumore di enormi ruspe arancioni che scavano e martellano la roccia per predisporre nuovi avamposti.  Il pattugliamento delle gang di coloni in quest’area è capillare, e infatti non tardano ad arrivare. I contadini ci dicono di ignorarli e noi continuiamo a raccogliere le olive mentre loro, in tre, ci sfiorano minacciosi, passando con il loro quad fuoristrada filmandoci e scrutandoci. Vanno via e dopo pochi minuti appare una pattuglia di militari: “siete in un’area consentita, potete lavorare, non vi disturberanno più”.

Ovviamente è una menzogna, infatti dopo una ventina di minuti riappaiono più aggressivi di prima: hanno caricato sul loro mezzo un cane da combattimento, lo aizzano ad abbaiare e a simulare attacchi, ma non scendono dal veicolo. Frustrati dalla nostra indifferenza si ritirano sulla collina accanto e inscenano una provocatoria ma grottesca , percuotendo un paio di alberi con lunghi bastoni anche probabilmente danneggiandoli. È un messaggio chiaro: possiamo rubarvi le olive quando vogliamo, qui comandiamo noi. È infatti questione di tempo affinché la loro strategia si compia: alla terza incursione della mattinata riescono ad isolare un gruppo di palestinesi poco lontani da noi, spintonandoli e alzando le mani.

Noi accorriamo ma è troppo tardi, sono scesi dal veicolo armati di un fucile d’assalto e di una pistola. Cerchiamo di mettere in salvo le olive finché possiamo, ma loro avanzando minacciosi con le armi e il cane ci costringono ad indietreggiare. Entriamo in un terreno recintato ma ciò non basta a fermarli: entrano anche loro insieme ad una pattuglia di militari, e ci spezza il cuore la scena di diversi bambini palestinesi che scoppiano a piangere terrorizzati tra le braccia delle donne della famiglia.

Dopo lunghe e tese discussioni con gli agricoltori i soldati annunciano che l’area è stata dichiarata zona militare temporanea e ci intimano di evacuare: è  una strategia sempre più utilizzata per impedire le azioni di supporto,  in quanto solo i residenti palestinesi possono rimanere sul posto. Probabilmente non è vero che sia stato emesso un ordine, però il rischio di venire arrestati e deportati come molti attivisti nelle settimane precedenti è alto e non possiamo rischiare. Lasciamo la zona in tutta fretta, incrociando molte camionette della polizia e dell’esercito accorse sul posto. Veniamo a sapere che due sono stati arrestati, accusati di lancio di pietre. La preoccupazione nei loro riguardi è alta, possono rischiare una detenzione lunghissima e ogni genere di violenze.  Per fortuna vengono rilasciati due o tre giorni più tardi, e finalmente possiamo dire che il bilancio della giornata sarebbe potuto essere molto peggiore.

Quotidianamente ci arrivano notizie di palestinesi e internazionali pesantemente attaccati, picchiati e con lesioni anche gravi. La determinazione del popolo palestinese, il sumud, è tangibile e permette loro di resistere da 77 anni in condizioni inimmaginabili. Lo dimostrano le molte visite a cooperative, comunità, paesi e centri civici che si può avere il privilegio di conoscere visitando la Palestina occupata. Ogni realtà e ogni persona ha storie da raccontare,  preoccupazioni da esprimere, progetti e sogni da condividere. Ciononostante, la pulizia etnica e il silenzioso avanzano, trovando modalità sempre più crudeli e sadiche di ferire la società civile, fatturando i legami e distruggendo le speranze nel futuro. Sta anche a noi, persone solidali e umane di tutto il mondo, impegnarci ora è più che mai per la fine dall’occupazione e per i diritti del popolo palestinese prima che sia troppo tardi.


Articolo pubblicato originariamente in inglese sulla rivista turca BirGün Daily. Traduzione a cura dell’autore.

Author

  • Umut Günce è uno pseudonimo. In turco significa "Diari di speranza".

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