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Il 5 marzo, il filosofo Giorgio Agamben ha condiviso la seguente riflessione intitolata “La Vergogna dell’”: “Un paese è stato attaccato senza alcuna vera ragione e a tradimento, mentre si fingeva di trattare, assassinando il suo capo spirituale. La comunità europea – o quella illegittima organizzazione che porta questo nome – non solo non ha condannato un’aperta violazione del diritto internazionale, operata da due Paesi che sembrano aver smarrito ogni coscienza di sé e ogni responsabilità, ma ha ingiunto al popolo iraniano di cessare di difendersi.”

Non nominata, non condannata

L’aggressione militare congiunta di Israele e contro l’Iran, avviata il 28 febbraio scorso, costituisce una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite, minando la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iran.

Come ha osservato Giorgio Agamben, tuttavia, tale aggressione — compiuta ancora una volta durante i negoziati tra Iran e Stati Uniti, come già avvenuto nel giugno 2025 — non ha ricevuto alcuna condanna da parte della leadership dell’Unione Europea.

La , Ursula von der Leyen, ha infatti reagito all’attacco limitandosi a definire “molto preoccupanti” gli “sviluppi” in Iran, senza nemmeno nominare l’aggressione militare, né i due Paesi responsabili dell’escalation. 

La Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha invece parlato degli “eventi in corso in Iran”, aggiungendo che dovrebbe “astenersi da qualsiasi ulteriore escalation, inclusi eventuali attacchi contro gli Stati del Golfo, Israele o cittadini europei o statunitensi”.

L’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha invece definito “molto pericolosi” quelli che ha descritto come “gli ultimi sviluppi in tutto il ”.

Dalla lettura di queste dichiarazioni emerge non solo l’assenza di una condanna a un’aggressione unilaterale illegale, ma perfino la mancata restituzione del quadro oggettivo degli eventi: Stati Uniti e Israele hanno avviato un attacco congiunto contro un altro Paese sovrano e membro delle Nazioni Unite.

La doppia misura e la soggettività negata

I vertici dell’Unione Europea, infatti, sono perfettamente consapevoli dell’illegalità dell’aggressione militare russa contro l’Ucraina, un aspetto che hanno correttamente sottolineato in innumerevoli occasioni. Nel caso dell’Iran, invece, il crimine di aggressione non solo non viene né nominato né condannato, ma c’è persino l’incapacità (o il rifiuto) di nominare l’aggressione stessa – o anche solo la catena degli eventi che hanno portato all’escalation attuale. 

Si tratta di una scelta comunicativa molto significativa, perché rivela una negazione radicale della soggettività stessa dell’Iran. La scelta di non usare parole come “aggressione”, “attacco” o “responsabilità” suggerisce, infatti, che agli occhi dell’Unione Europea, l’Iran non appartenga davvero al novero dei “soggetti” titolari di diritti, ma piuttosto a quello degli “oggetti” da gestire, contenere, punire o bombardare, senza nemmeno dover nominare esplicitamente la violenza esercitata contro di essa.

Anche l’assenza di una reale giustificazione coerente per l’avvio di questa guerra si alimenta di questa rimozione: non appare indispensabile fornire una motivazione solida, così come non appare necessario ricostruire (anche solo vagamente) la sequenza degli eventi, proprio perché questa soggettività viene negata a monte. E’ superflua. Il “non-soggetto”, nella visione di molti leader europei e statunitensi, non è quindi titolare delle tutele e delle protezioni derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite: quando queste vengono violate, non viene riconosciuto neppure come vittima di una violazione.

Sorge allora spontanea una domanda: come si può dire di sostenere le sacrosante mobilitazioni in Iran ed essere solidali con i degli iraniani, mentre si negano loro le più basilari protezioni derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite?

Nessuno può autodeterminarsi sotto le

Tra i sostenitori del crimine di aggressione, spesso viene menzionata “l’autodeterminazione del popolo iraniano”. Certo, la Islamica è profondamente impopolare presso gran parte della popolazione iraniana, come accade in molti regimi autoritari e repressivi. Ma sostenere un’aggressione militare unilaterale, in aperta violazione della Carta , nonché della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iran, nella convinzione che ciò possa favorire il percorso degli iraniani verso l’autodeterminazione, significa adottare una lettura del diritto internazionale non solo distorta, ma completamente rovesciata. È vero il contrario.

Nonostante ciò, molti sostengono che opporsi al crimine di aggressione sia, in realtà, una forma velata di “sostegno” alla Repubblica Islamica e alla sua violenza repressiva, resa ancora più evidente dal terribile massacro di gennaio (a tale proposito, si suggerisce la lettura del rapporto del 23 febbraio di HRANA per comprenderne la portata). Se questa contrapposizione fosse reale — “o si sostiene un regime autoritario, oppure si sostiene la guerra per abbatterlo” — allora bisognerebbe concludere che esiste un’incompatibilità strutturale e insanabile tra la Carta delle Nazioni Unite e i diritti umani.

Eppure, nonostante questa presunta faglia insanabile tra legalità internazionale e tutela dei diritti umani, organizzazioni come Amnesty International hanno indicato con chiarezza una serie di misure da adottare dopo il massacro compiuto dalle autorità iraniane contro i manifestanti lo scorso gennaio. Da qui, emergono due aspetti. 
Il primo è che Amnesty, come molte altre organizzazioni, è riuscita nell’impresa apparentemente impossibile di tenere insieme ciò che molti presentano come “inconciliabile”: attivare meccanismi di responsabilità a tutela dei civili, senza invocare un’aggressione militare unilaterale; il secondo è che nessuna di queste misure, o qualsiasi tema legato alle più gravi violazioni dei diritti umani commesse dalla Repubblica Islamica, sono state discusse durante i negoziati tra Stati Uniti e Iran, prima che questi venissero interrotti dall’aggressione militare israelo-statunitense. 

Al centro, infatti, vi erano ben altre questioni: il programma missilistico iraniano, le milizie filo-iraniane nella regione, il dossier nucleare. E non risulta neppure che l’Unione Europea abbia esercitato pressione affinché i diritti umani entrassero davvero nell’agenda negoziale, per quanto i volti delle donne assassinate dal regime compaiano con una certa regolarità nel marketing politico di Bruxelles.

C’è da interrogarsi proprio su questa assenza. Dopo la violenta delle mobilitazioni e delle proteste di gennaio, in una fase in cui la Repubblica Islamica è più debole sia sul piano interno che su quello esterno, non esistevano forse le condizioni ideali per aprire un canale multilaterale con la leadership iraniana? Un canale che puntasse, certo, a includere alcuni elementi ritenuti realisticamente rilevanti per gli interessi geopolitici israelo-statunitensi, ma che lasciasse anche sufficiente spazio negoziale, ad esempio, per stabilire un percorso finalizzato a monitorare, ridurre e infine potenzialmente eliminare le esecuzioni nel Paese. 

Questa lettura, certamente, potrà essere ritenuta, da chi legge, come fin troppo “idealista”. Viene da chiedersi, allora, per quale motivo si debba credere che una guerra – con gli altissimi costi politici, economici e in termini di vite umane che comporta – possa essere finalizzata a “liberare gli iraniani”, se gli aggressori non sono disposti a ridimensionare nemmeno alcune leve negoziali massimaliste (e irrealistiche, come nel caso del programma missilistico), pur di ottenere qualche più probabile risultato concreto.

Le donne iraniane sono solo un vessillo da sfoggiare?

Viene da chiedersi, inoltre, per quale motivo i diritti umani in Iran siano un tema che anche Bruxelles sostiene di avere particolarmente a cuore, se sul piano concreto e strategico non ci sia evidenza di un impegno reale in questa direzione. È ipotizzabile che le vittime di un regime oppressivo come quello iraniano siano, per Bruxelles, di importanza del tutto secondaria rispetto agli interessi israelo-statunitensi nella regione. Oppure che, ma stiamo solo speculando, i volti delle donne iraniane – che Ursula von der Leyen ha ricordato nel video pubblicato l’8 marzo in occasione della giornata internazionale della donna – siano più uno strumento per ripulire la propria immagine, salvo poi tacere quando quello stesso popolo diventa vittima di un’aggressione che non si vuole nemmeno nominare, figuriamoci condannare. 

C’è però anche chi sostiene che l’assenza di questi temi nei negoziati tra Stati Uniti e Iran non avrebbe comunque risolto il problema di fondo: il regime sarebbe comunque “rimasto in piedi”. Dunque, anche se il regime avesse accettato ipoteticamente un “compromesso” sui diritti umani, la questione di fondo non sarebbe stata risolta, ossia l’esistenza stessa della Repubblica Islamica come sistema politico-istituzionale. 

Certamente, persino un’ipotetica riduzione delle esecuzioni non eliminerebbe gli molti altri problemi strutturali della Repubblica Islamica: il carattere autoritario e illiberale del sistema, la corruzione diffusa, l’aggravarsi delle disuguaglianze socio-economiche, le crisi ambientali, le repressioni cicliche delle proteste legittime della popolazione, la censura, le atrocità commesse anche recentemente e molto altro ancora.

Ci sono, tuttavia, diverse osservazioni importanti da fare rispetto a questa tesi, seppur brevemente, dato che ciascuna di queste meriterebbe un approfondimento a sé stante. Intanto, un ipotetico “compromesso” di quel tipo avrebbe potuto risparmiare la vita ad almeno 1245 persone (di cui almeno 194 bambini) in dieci giorni di guerra (stando ai dati del 9 marzo di HRANA), oltre che a potenzialmente prevenire migliaia di esecuzioni future; va poi osservato che l’alternativa è sotto gli occhi di tutti ed è ciò che abbiamo osservato per anni: isolamento, sanzioni unilaterali (secondo le stime pubblicate su The Lancet, le sanzioni unilaterali sono associate a un bilancio annuo di 564.258 decessi a livello globale, un dato paragonabile alla mortalità globale associata ai conflitti armati), rafforzamento di organismi e reti mafiose o clientelari legate agli apparati più repressivi del regime e infine una guerra che, prevedibilmente, si è rivelata essere contro l’Iran, non “contro la Repubblica Islamica”, come alcune formulazioni fantasiose avevano suggerito.
Imbarcarsi in avventure militari unilaterali volte esplicitamente a “rovesciare” il sistema politico-istituzionale di un altro Paese sovrano, per quanto possa essere pubblicizzato bene, è difficilmente compatibile con la Carta ONU; vi sono eccezioni al divieto dell’uso della forza, certamente, ma richiedono procedimenti precisi presso le Nazioni Unite e dovrebbero essere approvate compatibilmente con i principi di sovranità e integrità territoriale. Infine, quale sarebbe la garanzia che, dopo aver appoggiato un crimine internazionale (quello di aggressione) e tutte le conseguenze che questo comporta, le condizioni del famoso “day after” siano migliori per la popolazione, rispetto a prima?

L’occasione persa per provare a negoziare

I vertici della Repubblica Islamica hanno dimostrato più volte — ed è un dato di fatto — una certa disponibilità a negoziare, anche di recente, in un contesto di indebolimento sia interno sia esterno. Per puro spirito di autoconservazione, è plausibile ipotizzare che gli esponenti più moderati e riformisti preferissero negoziare su “concessioni” (per loro) e “conquiste” (per la popolazione) in termini di diritti umani, piuttosto che su questioni che, in realtà, equivalgono a una richiesta di capitolazione e dunque ad un invito alla guerra (per esempio tentare di negoziare sul programma missilistico iraniano). 

Qualora la Repubblica Islamica non dovesse crollare su sé stessa, sarà difficilmente immaginabile tornare a sedersi al tavolo negoziale, non solo con gli Stati Uniti, ma persino con l’Europa di oggi. Questi ultimi, infatti, avrebbero confermato più volte ciò che le correnti più oltranziste e conservatrici del sistema iraniano hanno sempre sostenuto: che non sono interlocutori affidabili.

Se invece si verificasse uno “state collapse”, un colpo di Stato o una guerra civile con l’ingresso di milizie nel Paese, allora si dovrà osservare se questa ennesima scommessa, giocata sulla vita di oltre novanta milioni di persone, sarà valsa il prezzo imposto.

Ad oggi, l’unica certezza è che a pagare il costo più alto sono gli iraniani stessi: non soltanto in termini di vite spezzate, ma anche di ulteriore impoverimento del Paese, dovuto alla distruzione di infrastrutture e abitazioni. Di quel Paese che questo popolo, schiacciato per anni tra sanzioni debilitanti e un sistema autoritario e repressivo, ha cercato comunque di costruire, mantenere e sviluppare con enormi sacrifici.

Author

  • Tara Riva

    An analyst specialising in international relations and geopolitics, with a focus on the Middle East and Iran. After a Master's degree in Global Security Studies in Sheffield, she worked for the United Nations, the European Parliament, and an NGO in Brussels. She has published analyses and insights in journals such as Global Trendometer, Micromega, and AREL. She is currently working as a freelancer in Switzerland.

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