Thursday 02/07/2026, 17:19
Logo Criticism

Follow Kritica on Google

Add Kritica to your favourite sources.

Follow

L’attacco militare condotto da contro l’Iran il 13 giugno 2025 ha segnato l’apertura di un nuovo fronte di conflitto in . L’operazione israeliana – che costituisce una grave violazione del , in particolare della Carta delle Nazioni Unite e del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra (articolo 56, che proibisce espressamente gli attacchi contro le installazioni nucleari civili) – non ha ricevuto la dovuta condanna da parte della maggioranza delle leadership europee. Al contrario, in molti casi, è sembrata essere non solo tollerata, ma addirittura accolta con favore e supporto.

Emblematico, in tal senso, l’intervento del presidente francese Emmanuel Macron, che in un lungo post su Twitter ha evitato accuratamente qualsiasi riferimento alla natura illegale dell’aggressione israeliana, preferendo invece puntare il dito contro il programma nucleare iraniano. Un programma sul quale Teheran – Stato firmatario del Trattato di Non Proliferazione (TNP) e non dotato di armi nucleari – stava negoziando attivamente con gli Stati Uniti, prima di subire l’attacco israeliano. Macron si è inoltre affrettato a ribadire il “diritto di Israele a difendersi”, ignorando il fatto che, in questo caso, è proprio Israele ad aver agito da aggressore.

La posizione dell’Eliseo non si discosta sostanzialmente da quella adottata da gran parte dei governi europei. Pochissime le eccezioni: la Norvegia, per esempio, è tra i pochi Paesi ad aver espresso una condanna verso l’escalation, discostandosi dalle posizioni sempre più orwelliane di buona parte dei leader di questo continente.

D’altra parte, la “reazione” europea al genocidio in corso a aveva già mostrato chiaramente i limiti – etici e politici – di queste leadership: aspettarsi una condanna ferma dell’attacco israeliano all’Iran era, nei fatti, illusorio. Ma ciò che inquieta ancor di più è l’automatismo con cui una parte rilevante del cosiddetto “quarto potere” ha sposato la narrativa propagandista di questa . In diverse istanze, l’aggressione militare israeliana è stata presentata come un’opportunità per “liberare” il . Tra le cornici più tossiche emerse negli ultimi giorni vi è quella secondo cui l’aggressione israeliana rappresenterebbe una sorta di acceleratore auspicabile verso un “regime change” dall’alto, attraverso il quale si realizzerebbe una democrazia prêt-à-porter.

Com’era ampiamente prevedibile, e in piena continuità con molta della letteratura postcoloniale, la questione femminile in Iran — e più in generale la segregazione di genere — è stata rapidamente assunta come leva retorica per conferire un’aura di legittimità morale a quella che resta, a tutti gli effetti, una violazione flagrante del diritto internazionale. Una strumentalizzazione che riduce i sacrifici di chi ha condotto le battaglie femministe in Iran a un’agenda geopolitica, che nulla ha a che vedere con i loro diritti o con la loro autodeterminazione e che, semmai, potrebbe essere un danno ad alcuni progressi ottenuti recentemente.

È certamente vero che la Repubblica Islamica è molto impopolare presso ampie fasce della popolazione. Tuttavia, da questo dato di fatto non si può, e non si deve, dedurre che la stragrande maggioranza degli iraniani auspichi un’invasione militare o il bombardamento delle proprie infrastrutture civili e nucleari [lo ha sottolineato anche l’attivista iraniana di Donna, Vita, Libertà Neguin Bank in questa intervista a Kritica, ndr].

Chi scrive, circa un anno fa, aveva evidenziato senza mezzi termini come le pulsioni autoritarie della Repubblica Islamica avessero prodotto un profondo scollamento tra l’establishment e la società civile, in particolare nelle sue componenti più dinamiche: il mondo intellettuale, artistico, accademico e femminile. Un sistema di potere sempre più chiuso in sé stesso, sovente incapace di interpretare — e ancor meno valorizzare — le energie trasformative della propria popolazione. Eppure, nonostante la repressione sistematica, gli iraniani hanno saputo resistere. Lo hanno fatto con coraggio, pagando un prezzo altissimo, viste le feroci repressioni da parte delle autorità. L’elezione di Masoud Pezeshkian è anche il risultato, per quanto possa sembrare esiguo, di una pressione che ha costretto l’establishment più conservatore a fare concessioni tattiche, dettate più dalla logica della sopravvivenza istituzionale che da uno slancio idealistico verso il cambiamento.

Come fa notare lo studioso Esfandyar Batmanghelidj, un passaggio significativo si è verificato nel primo discorso di Pezeshkian da presidente: “facciamo promesse, e poi non le manteniamo”, segnalando un’ammissione di consapevolezza sulla perdita di legittimità da parte della Repubblica Islamica. Nei mesi successivi — fino ai tragici eventi degli ultimi giorni — Pezeshkian aveva compiuto alcuni modesti progressi nel tentativo di riconquistare la fiducia dell’elettorato. Del resto, nota Batmanghelidj, la leadership iraniana aveva dovuto fare i conti con la perseveranza e la forza con cui le donne iraniane si erano mobilitate: proprio le loro battaglie erano diventate il cuore pulsante della lotta per una rigenerazione politica nel Paese.

Dopo l’inizio del secondo mandato di Donald , la Guida Suprema Ali Khamenei aveva mostrato una scarsa propensione ad aprire un nuovo tentativo di dialogo con gli Stati Uniti. Eppure, all’interno delle istituzioni iraniane, sono emerse voci diverse: figure come il presidente Pezeshkian e Abbas Araghchi hanno continuato a sostenere la necessità di mantenere aperti i canali diplomatici. Si tratta di una scelta pragmatica, essendo queste figure ben consapevoli di quanto ampie fasce della popolazione — soprattutto tra le generazioni più — erano sempre più insofferenti verso l’antagonismo ideologico e retorico con , e ancor più verso le ricadute concrete delle sanzioni internazionali sull’economia iraniana.

La progressiva normalizzazione dei rapporti con attori chiave come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti è stata interpretata, da una parte significativa dell’establishment iraniano moderato-pragmatico, come un possibile rafforzamento della posizione negoziale di Teheran, oltre a segnalare come sia il Paese che la regione fossero mutate molto rispetto agli anni della JCPOA. Nonostante la consapevolezza di quanto fosse arduo ricostruire la fiducia con lo stesso attore che, nel 2018, si era ritirato unilateralmente dal JCPOA violando un impegno multilaterale, le trattative tra Teheran e Washington sono proseguite fino alla recente aggressione militare israeliana.

Viene da chiedersi, dunque, in che modo colpire proprio quell’apertura — per quanto modesta — possa contribuire ad aiutare gli stessi iraniani che, a parole, si afferma di voler sostenere.

Ancor più problematica è l’idea — oggi riaffiorata in alcuni ambienti politici e mediatici — che un’aggressione militare straniera possa accelerare il lungo e complesso cammino del popolo iraniano verso l’autodeterminazione. Un cammino che, com’è noto, è stato profondamente segnato anche dall’interventismo esterno, non solo dal dispotismo interno. La storia iraniana recente ci fornisce un esempio emblematico: nel 1953, temendo la caduta definitiva dello Shah e l’eventuale affermazione di una repubblica democratica non succube agli interessi occidentali, i servizi segreti britannici (MI6) e statunitensi (CIA) organizzarono l’Operazione Ajax, un colpo di Stato che depose il primo ministro Mohammad Mossadeq, democraticamente eletto. Negli anni che seguirono, il regime dello Shah assunse tratti sempre più liberticidi e autoritari, ponendo le basi per la rivoluzione che emerse nel 1979 – considerata dagli storici la più “popolare” nella storia moderna e contemporanea. L’interventismo esterno, in Iran come altrove, ha generato ferite e traumi profondi, da cui una parte del paese, oggi, sta cercando di emergere.

Quel che appare con chiarezza e con una preoccupante costanza, tuttavia, è il profondo disprezzo con cui gran parte delle leadership europee tratta uno dei principi cardine del diritto internazionale contemporaneo: l’autodeterminazione dei popoli. È una postura che rivela non solo una certa miopia strategica, ma anche una tragica assenza di auto-consapevolezza storica. Proprio l’, con la sua eredità di dominio coloniale, dovrebbe essere la prima a prendere le distanze da ogni forma di ingerenza armata, sostenendo genuinamente i percorsi di autodeterminazione endogeni (anziché sabotarli o strumentalizzarli, vizi coloniali difficili da abbandonare). E invece, ancora una volta, l’Europa abdica la propria responsabilità storica, incapace di affrancarsi da un’eredità che, a tratti, sembra quasi rimpiangere.

La democrazia, in Iran, non nascerà da un’aggressione militare illegale orchestrata da un leader autoritario alla guida di uno Stato che sta perpetrando un genocidio. Affermare il contrario significa contraddire apertamente i principi di sovranità e autodeterminazione del popolo iraniano, oltre a ignorare la gravità dei crimini che pesano sull’aggressore, in primis per la sua condotta genocidaria a Gaza. Il popolo iraniano, semmai, è stato messo a dura prova non solo dalle repressioni interne, ma anche dall’irrazionalità e inaffidabilità di quegli attori internazionali che hanno sabotato i tavoli negoziali.

Ed è proprio per questo, infatti, che Benjamin Netanyahu – con il benestare di Donald Trump –  ha scelto di colpire proprio ora. Sono le potenzialità di un Iran progressivamente più emancipato, meno isolato e sanzionato a essere una minaccia, non la Repubblica Islamica e tantomeno le inesistenti armi nucleari.

CREDITI FOTO: © Sha Dati/Xinhua via ZUMA Press via ANSA – TEHERAN, 14 giugno 2025, immagini dell’attacco israeliano.

Author

  • Tara Riva

    An analyst specialising in international relations and geopolitics, with a focus on the Middle East and Iran. After a Master's degree in Global Security Studies in Sheffield, she worked for the United Nations, the European Parliament, and an NGO in Brussels. She has published analyses and insights in journals such as Global Trendometer, Micromega, and AREL. She is currently working as a freelancer in Switzerland.

Stay in touch

Get updates sent directly to your smartphone.

If you enjoyed this article or found it interesting, please support our work with a donation of any amount. Thank you!

2 Comments

  1. Pingback: 2025.06 Giugno (21 – 25 giugno) – Senti le rane che cantano

  2. Pingback: La guerra all’Iran e la fine della diplomazia europea - Kritica.it

Leave A Reply