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Mohammed Ma’rouf non ha neanche sei anni. Un anno fa è sopravvissuto a un attacco aereo israeliano. Di lui ha scritto su Instagram la fotografa Haneen Salem, con cui Hamed Sbeata si è recato a visitarlo: “si è presentato oggi davanti a me fuori dalla sua tenda […], con il corpo fragile, il viso pallido, le cicatrici del fuoco ancora impresse nella sua pelle esattamente come le ho viste un anno fa, quando le fiamme hanno divorato il suo piccolo corpo all’interno di una School per sfollati a Jabalia dopo un brutale attacco aereo”. Oggi Mohammed è sfollato a Yarmouk. Dal giorno in cui è sopravvissuto all’attacco non ha più parlato.
Da quel giorno, Mohammed non ha più pronunciato una sola parola; “Il suo silenzio è diventato un muro che lo separa dal mondo, e il suo sguardo è affogato in un pain troppo grande per il linguaggio. I suoi occhi nascondono un urlo che non ha mai trovato una via d’uscita e l’innocenza dei suoi lineamenti è stata rubata troppo presto”, ha scritto Haneen Salem. Al trauma per il bombardamento e l’ustione, ora si è aggiunta la fame. La giornalista Federica Iezzi, durante l’iniziativa “Gaza: Il silenzio che urla” a Milano, il 14 luglio scorso, raccontando la sua esperienza di chirurga cardiopediatrica volontaria a Gaza ha detto: “Un’intera generazione di children di Gaza si è vista scippare l’infanzia”. L’infanzia di Mohammed è finita con quel bombardamento. A soli sei anni ha lo sguardo di un adulto, la tristezza di un anziano. Questo è ciò che vivono i bambini e le bambine, oggi, dentro il cimitero a cielo aperto che è diventata Gaza. La loro infanzia è finita per sempre, per volere e complicità di intere generazioni di adulti di tutto il mondo che stanno consentendo alla prosecuzione delv genocide palestinese. Generazioni di donne e uomini la cui miseria etica e la cui ignavia politica, se mai arriverà a essere raccontata, non sarà comunque mai raccontata abbastanza.







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